Sarà banale pensare a Parigi e ai rumori della città uniti alla pioggia fine fuori dalla tua palazzina. Sarà banale ripensare a quel gatto accovacciato sul tetto, come nel più classico stereotipo parigino. Sarà insensato ricordare il canale e la passeggiata a piedi fino al tuo cafè preferito, la signora invadente che ti aveva riempito di domande e che avevi guardato con un certo timore. Sarà assurdo ricordare il brivido che mi dava salire sul metrò, dopo che per anni Parigi era stata soltanto l’eco televisivo dell’ennesima strage. E, a quel punto, subito dopo quel brivido, stringermi a te come se potessi proteggermi dal male. Proprio assurdo, non trovi? Sarà ridicolo mettermi a ricordare quell’interminabile passeggiata non appena venne fuori il sole, prima di andare a fare la spesa, prima di concederti di comprare il pane – perché io sono francese, e me ne intendo di pane! Evidentemente, sì. Come ti intendi di me. O almeno dell’immagine di me, di ciò che hai potuto vedere, che ti ho permesso di scrutare, sempre un po’ difeso, sempre un po’ protetto da me stesso. Sarà banale ricordare la musica, i tuoi fianchi, la mia bocca sulla tua pelle bianca. Sarà inutile farsi travolgere da un po’ di musica jazz alla radio, un sabato mattina, per iniziare a raccogliere pezzi di ricordi improvvisamente emersi e piantati sulla bocca dello stomaco insieme alla colazione. Sarà insensato ritornare a quella sera, abbracciati davanti a Notre-Dame al tramonto, le dita affusolate di una vecchia signora ingobbita che volavano sui tasti di un pianoforte a Shakespeare & Co., la Senna con il suo austero procedere e riflettersi di voci, colori e speranze. Strizza l’occhio agli amanti, la Senna, quasi senza farsi vedere. Gli innamorati che si riabbracciano a République prima di annusarsi ancora, scoprirsi dopo mesi di intollerabile distanza, presentarsi come ci si incontrasse per la prima volta. Poi odiare l’aeroporto come si odia la morte. E tornare lontani. Decidere che Reykjavík non basta più, che forse non è mai bastata. Essere troppo codardi per cambiare tutto e volare via, lontano. Tornare fra i bar, i tavolini all’aperto, il rumore stridente dei freni del metrò, gatti accovacciati sui tetti e prostitute asiatiche sulla via di casa; l’unica pizza napoletana a Parigi che valga questo nome. Moulin Rouge, e per un attimo quasi dimenticare tutto quello che significava prima di incontrare te. Sarà sbagliato ritornare nella tua chiesa preferita per sentire il fresco umido di una mattina felice? Le mani di due che si vorrebbero incollare, come la lettera al francobollo, i fascicoli alla copertina, i tasti alle corde, la vita alla vita, ai momenti semplici rievocati da uno stupido motivetto jazz. Forse sarà stupido pensarti stamattina, e nascondersi sotto al cappuccio per non mostrare ai passanti il silenzioso dolore di chi ha smesso di amare. Sarà inutile, allora, anche ricordare Parigi, i giochi e le ore. Sarà banale. E che lo sia pure.

Ora che tutto sembra finalmente facile, ora che il sole splende a mezzogiorno, mi vedo ancora certe volte seduto al tavolo di un bar, nel centro storico di una città del nord Italia. Quei maledetti uccelli che ci svolazzano intorno. Credo di avere davanti uno Spritz. Tu lo sai che mi fa schifo, però rende l’idea. Anche se ci sono le nuvole, indosso i miei ultimi occhiali da sole, costati troppo e troppo presto rotti per qualche ragione – probabilmente schiacciati da un volume titanico di linguistica storica. Potrebbe persino cominciare a piovere. Ho una camicia ben stirata a quadretti bianchi e blu e un orologio, naturalmente nero. Della lacca nei capelli per somigliare almeno un po’ a uno degli attori che ammiri alla TV e che non si capisce come facciano a non spettinarsi mai, nemmeno quando l’autrice decide di coinvolgerli in disastri aerei o attentati terroristici. Avrò qualche goccia di quell’unico profumo che indosso dal 2006 e di cui possiedo l’ultima bottiglia in circolazione, ancora mezza piena. La raccolgo dalla mensola solo per le occasioni speciali. E sulla serietà di questo aperitivo che va avanti in eterno dentro ai miei pensieri non c’è da dubitare. Si sente un suono di campane in sottofondo, di tanto in tanto. E il rumore di sorsi, e il rumore di risa. Il suono delle biciclette e delle borse della spesa. E il brusio di sorrisi attesi, accompagnati dalla melodia di un vento di primavera. Colpi di tosse, qualche discussione. Un “grazie”, un “per favore”. Fra un “grazie” e un “per favore”, un “ti amo” pronunciato all’orecchio di qualcuno in una lingua che non è la mia. Avrei dovuto indossare una cravatta? Non indosso mai la cravatta. Ma, se è per questo, nemmeno l’orologio. E non bevo nemmeno lo Spritz. E detesto la lacca. E detesto il tuo silenzio aggrovigliato, così come la finzione di un momento soltanto immaginato. Una forchetta e un coltello che stridono sul piatto. Pelle d’oca per quello che non sto dicendo, perché non sto coprendo l’orchestra della vita con tutte le parole pensate e pesate nel tempo, che adesso avrei finalmente l’occasione di dire.
Ti avevo promesso che non sarei tornato, che non avrei più scritto nulla, e in effetti non lo sto facendo. Non lo faccio da una vita. È che a volte i sogni ci si mettono, sai, e anche se ora è finalmente tutto facile, persino finire dentro al letto della prima sconosciuta, io continuo a sognare. E quando mi sveglio mi prende una cosa qui, proprio alla bocca dello stomaco. E mi accorgo che la visione che ho di te, dentro questo sogno, seduta davanti a me sotto al sole di San Marco, dolce e silenziosa nella quiete funebre di una decisione già segretamente presa, mentre rispondi a un signore inglese dal buffo cappello che “No, we’re not on honeymoon. Not yet.”; ecco, mi rendo conto in questa visione tu non c’entri proprio niente. E mi verrebbe quasi da chiederti scusa per aver permesso al mio cervello di usare la tua faccia, l’associazione al tuo ricordo, per comunicarmi tutt’altro. Scusa, per averti di nuovo coinvolto in qualcosa che davvero non ti riguarda. È che il cuore non è un soldatino, come dice Vecchioni, piuttosto un pescatore solitario. Un piccolo uomo che a volte si ritrova prematuramente vecchio e rannicchiato, livido, a lanciar l’amo nel lago dei baci spezzati per pescare l’immagine antica dell’ultimo momento in cui si è sentito davvero felice. È quel piccolo signore sulla riva, a piedi nudi nell’acqua sporca di San Marco, che non sa che altra immagine proporre alle mie notti per combattere la solitudine, se non quella dell’ultima fotografia di gioia sconfinata. Ecco cos’è, questa cosa. Te lo posso dire. È più che altro solitudine. È il mio cuore che dice “Dammi da mangiare”. “Ho fame”. Ha fame, ma io non ho cibo da offrire, e nel frattempo si nutre di lunghissime ombre, tanto stiracchiate e surreali… Completamente distorte nel tempo e nello spazio. Figure anacronistiche che non racchiudono nemmeno più l’idea di quello che erano in principio. Un po’ come gli orologi di Dalì. Quegli orologi che non sanno più da che parte è andato il tempo. Memorie disciolte nella notte, quando la realtà può permettersi di diventare malinconico miraggio. Quando si scambia una preoccupazione per un vecchio amore, un cuore stanco per un pescatore.

Nella quiete di un oliveto la lieve contemplazione della luna, la pietra fredda della cascina poco lontana. Gambe nude e gonfie e occhi stanchissimi. Mio cugino sull’uscio che intona un canto per persuadere due nuvole a non assediare il cielo. Struggente e tribale, una visione raccolta in un secchio fra lacrime d’Africa. Solo il suo volto nelle pieghe del deserto. Solo, in mezzo al mio cuore, il mare aperto. Un filo d’erba a penzolare dalle labbra semichiuse. Il fiume che invita a restare. Inizia a rinfrescare, ma non abbastanza da far muovere un muscolo. Sui volti di tutti veleggia un pensiero di morte. Un brivido anticipato che ci dirotta a triste conclusione. Io e te in un angolo, i ginocchi travolti da chiazze di verde e sparso fogliame. Una coccola dietro le orecchie. Una coccola cui segue una coccola, cui segue una coccola, che mi sbriciola amore sul collo, mentre mi morde con denti affilati e serrata mandibola il desiderio di te.
Ma a un tratto una donna dietro al volto della donna che amo ci costringe a lasciare il giaciglio, a infrangere lo specchio della nostra indifferenza mimetica. Un’anziana signora con gli occhi che brillano facendo da specchio alle stelle ci informa che le ricordiamo il suo giovane amore. Eccola, allora, che ci invita ad osare, a bere dalla coppa più vino, a consumare con foga la carne che tanto comunque verrà consumata, a leccare il sudore dei nostri corpi contratti, a promettere il cielo di un futuro ancora segreto, a promettere il mondo e la fede di continuare a esistere insieme. Ci invita a far finta che non si possa giungere al termine di questo amore infinito e spaziale. La nostra cosmica placida concentrazione. Il tuo volto rotondo come il sole. Le tue guance piene di lune. Quell’orgoglio di donna indomabile. Poi invece una piega sul labbro che preannuncia la resa del cuore. Accarezzo un tuo piede annerito dai bagni d’estate e rispondo “Lo dica, lo dica pure al mio amore”. Lo dica, lo dica pure al mio amore. Accarezzo la caviglia e il braccialetto comprato su lacrime d’Africa. Solo nel deserto, solo il suo volto, solo il mare aperto. Ma tu adesso piangi in silenzio, piangi tanto da concimare le ore… Al limitare della bocca raccolgo via le tue lacrime in recipienti di piccoli baci. Da quella più dolce distillo una nuova insperata confessione: anche il mio amore mi ama, ma non lo sa dire.

Non abbiamo forse finito le stelle? Tutte le abbiamo viste e tutte le abbiamo contate. Quelle cadenti le abbiamo rubate, per chiedere al cielo uno scambio, un desiderio inespresso da realizzare. I segreti si confidano al silenzio, ma attraverso il silenzio noi sappiamo vedere i sentieri dell’altro: viali alberati, tronchi robusti, frutti promessi. Primavera.
Quando ti ho sussurrato all’orecchio, senza parlare, che sarei rimasto al tuo fianco e che nient’altro riuscivo a volere, ti ho respirato sul lobo una speranza di fumo. Ti ho mangiato per sbaglio un capello, forse anche un orecchino. Eran buoni i tuoi capelli e la tua pelle, così diversa dal cielo: non ho mai finito di contare le stelle che ti splendevano addosso, durante la notte. A volte tu non lo sapevi. Le trasformavo tutte con le labbra in respiri, silenzi, sentieri.

Non sempre le valigie si fanno per partire. A volte bisogna semplicemente riempire il borsone per sapere di poterlo ancora fare. Se volessi, potrei mettere le uniche quattro cose davvero importanti in un contenitore e scaricare tutti i dubbi nel pattume. Se volessi, potrei ritornare ancora in quel posto segreto, che poi segreto non è mai stato, e ricominciare da capo. Mi vengono in mente i videogiochi che riempivano molto del mio tempo da bambino. Quando sbagliavi qualcosa, quando un piano andava storto, ritornavi sulla navicella, pronto a ripartire. Come se niente fosse, venivi catapultato al momento subito precedente la catastrofe. E via. Via, di nuovo giù dallo stesso scivolo, in volo sulla stessa astronave. Ho pensato tante volte a quella scena e alla metafora della pagina bianca, senza mai accettare veramente che in ogni quaderno qualsiasi foglio porta sempre le impronte di quello precedente: una macchia, il calco di una lettera o di un paragrafo intero, una piccola piega. Per lungo tempo ho cercato di non vedere, eppure ora non saprei che altro fare. Non possono non vedere che il senso di tutto sta proprio lì, in quella piccola piega all’angolo del foglio. Il segreto sta nel fatto che non potranno mai esserci pagine bianche e che dev’essere così. Che uomo sarei oggi non fossi mai caduto in mille pezzi, se non avessi mai sbagliato, se non avessi mai tradito, se non fossi mai cambiato. Che uomo sarei? A volte si cade nello sciocco trabocchetto di voler riavvolgere il nastro del tempo che ci è stato concesso e ci si illude di poter utilizzare la consapevolezza attuale per rimediare e a volte persino riscrivere daccapo le pagine passate e un po’ ingiallite, modificando il finale. A volte ci si illude di poter semplicemente fare i bagagli e partire. Si crede che esistano fogli immacolati, si pensa che la vita sia così… Una capriola su un campo di margherite, una giravolta per tornare esattamente alla posizione iniziale. A volte è bene illudersi. Altre volte è bene stare svegli e fissare la propria immagine allo specchio, così come vorremmo essere fissati da un estraneo per la strada, nella speranza che si avvicini e capisca in un attimo solo tutte le cose che chi ci è vicino da sempre ancora fatica a capire. A volte è bene stare bene.
Oggi è uno di quei giorni in cui andrò a fare le valigie.

 

Peter Seminck, Still Waiting for Bonnie

La maggior parte delle volte non mi immagino in chissà quali posti, a fare chissà quali cose. Non riesco a vedermi in una grande città, in un attico al centoquattordicesimo piano di un grattacielo di New York, o in una villa di Beverly Hills, o a fare sci d’acqua a Dubai. In fondo, la maggior parte delle volte, non vedo altro che una banchina, un ponte di legno spesso e scuro su un lago circondato da salici, cespugli e qualche anatra. Se posso mettere le mani nell’impasto di questa visione, allora voglio aggiungere una barca. In fondo, so remare. Remo molto meglio di quanto non abbia mai saputo nuotare. Mi immagino coi piedi a mollo, una camicia leggera, gli occhiali inforcati e un libro fra le mani. La maggior parte delle volte, masticando una mela, o ascoltando una canzone. Potrei comprare davvero la casa bianca con le finestre blu che se ne sta silenziosa a poche decine di metri dall’acqua. Sicuramente comprerei un cane, e una bicicletta leggermente arrugginita, che altrimenti non è bella. Una di quelle per cui bisogna lottare per far funzionare freni e campanello, con il sellino un po’ sgualcito e qualche millimetro di gommapiuma che spunta testardo dal rivestimento in pelle. Un’automobile, da usare solo quando piove.
E se mia figlia volesse un cavallo, glielo comprerei. E se mio figlio desiderasse un campo da calcio, glielo costruirei, e farei finta di voler giocare con lui, celando in modo un po’ maldestro il mio odio per lo sport. Se mia moglie fosse una pittrice, le comprerei una tela per ritrarre tutto questo: la casa, il ponte, il lago, la bicicletta, il cane, la veranda e quel mucchio di vestiti leggeri seduto vicino all’acqua scura.
Spesso anche gli uomini si nutrono di sciocche fantasie, soprattutto se hanno amato veramente. Fateci saggiare l’amore una volta soltanto, disperatamente, e nulla ci basterà più.