Ritorno al futuro // ICELAND Road Trip 2017

E così siamo usciti a vedere. Tutti e tre insieme. Il cielo d’Islanda ad Agosto, un lampo d’autunno già acceso. Abbiamo camminato, respirato, osservato e atteso. Fotografato e sognato. Siamo andati, siamo tornati. Sto per tornare. // OBBLIGATORIO guardare in HD 1080p // Regia di Chiara Datteri

Se mi prometti

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Sai cosa vuol dire, tornare a casa portando con te il primo capello bianco. Ritrovare e lasciare nel giro di pochi giorni. Ritrovarsi e salutarsi nella stessa sera. Dirsi “Ciao, come stai?”, rispondere in breve, oppure perdere tutta la notte davanti a un lampione a parlare. Sai cosa significa passeggiare fra i filari, raccogliere l’uva fresca e le pere al tramonto, sporcandosi le scarpe sul prato umido e sul terriccio bagnato, fino a raggiungere un piccolo lago e trovarci una barca capovolta e due remi, come un invito a salire sull’acqua. Fare un viaggio sul lago e nei deserti dei silenzi riflessi negli occhi, nascosti dietro qualche ciocca di capelli. Ci segue un brusio, vento d’autunno che si insinua fra le pagine di un libro, fra le foglie e sotto le giacche leggere. Sai cosa significa tornare a casa e ripartire verso casa. Decidere di avere un’altra casa, in quel luogo oltre il mare che un tempo chiamavano Thule: l’ultimo porto, l’ultimo faro prima del lungo inverno e del ghiaccio eterno. E scrollarsi di dosso il disordine e la malinconia di un cielo nero incombente. Gettare a mare conchiglie scheggiate. Ritrovare il cadavere di un pesce nell’alveo ormai in secca di un fiume, morto in attesa di settembre e del suo carico di piogge, di lacrime fragili da spargere. Sai cosa significa rinunciare alle foglie che cadono, al profumo di castagne e Sangiovese, e decidere di proseguire. Provare a volare, a fare a pugni contro il buio e vincere. Forse, vincere.
Se mi prometti che un giorno saliremo sulla barca. Se mi prometti che un giorno torneranno le castagne. Se mi prometti che cammineremo ancora sui viali rossi e gialli di un pomeriggio settembrino. Sui ciottoli bagnati con suole nuove lucide. Occhi nuovi che però sapranno riconoscersi. Se mi prometti che il mio cuore sarà sempre il mio cuore, e che il tuo cuore sarà sempre il tuo cuore. Non saranno tempeste, né distanze, nuove rughe o capelli imbiancati dalla neve del tempo, non saranno i giorni grigi a farci dimenticare. Se mi prometti di ascoltare la mia voce e di metterla al sicuro in una piccola scatola di cartone, sulla mensola sopra il camino. Schioccherà il legno nel fuoco dimenticando la propria vita passata e la passata stagione. E così per ogni stagione in cui non saremo insieme. Schioccherà il legno e alla fine si scioglierà anche la neve. Te lo prometto: un giorno di primavera, seduti in giardino, la nuova vita di un fiore di pesco, la mia e la tua a seguire.

Viaggio a Reykjanes • Sandvík

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Esiste un ponte fra Europa e Nord America nella penisola di Reykjanes.

Passa dalla penisola lavica di Reykjanes uno dei più importanti punti di contatto fra due delle enormi placche che sonnecchiano da millenni sul fondale degli oceani, quella nord americana e quella euro-asiatica. La dorsale medio-atlantica è una catena montuosa perlopiù sotterranea, la più lunga del mondo. In Islanda puoi camminarci del mezzo, soprattutto a Sandvík, nel geoparco di Reykjanes, lontano dalla ressa dei turisti stagionali a Þingvellir, tutti presi dalla loro corsa fra una tappa del Golden Circle e l’altra, con le loro fotocamere a penzoloni e i loro orrendi giacconi da sci.
Le due placche si dividono con lenta costanza, si dicono addio gradualmente. Impiegano ere per voltarsi le spalle. A Reykjanes c’è un ponte per camminarci nel mezzo e spiare per qualche minuto questo addio. Lo stesso ponte per passare dall’Europa all’America. Dal vecchio mondo a quello nuovo. Lo avessero detto a Colombo, si sarebbe risparmiato la fatica di prendere il mare.

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Cosa metto nello zaino

Ora bisogna andare. Tornare a casa, forse. O lasciarla. O entrambe le cose, o nessuna. Bisogna riempire lo zaino di tutti i dettagli che non si possono perdere: le foglie di autunno che non vedrò cadere, la strada di casa e il vento sul viale. L’odore di pioggia e quello tipico del cambio di stagione. Le giacche autunnali, né troppo imbottite né troppo leggere, di quelle che accumuli da anni negli armadi, che qualcuno vorrebbe bruciare, ma che tu salvi ogni volta nella speranza che “un giorno quella di jeans tornerà utile”, ma non ti entra nemmeno in un braccio e la tieni soltanto per quello che ricorda. La comodità del mio letto, l’odore che esce dal forno la domenica d’inverno, quando non si può più uscire e a tua madre non resta altro da fare che guardare un vecchio film e cucinare. Ci sono tante cose da portare, da mettere in tasca, come scrivevo poco tempo fa. Risate, occhi, strette di mano, tramonti e chiacchiere. Mi porterei dietro anche le rughe di mio nonno e la lentezza sapiente con cui mi spiega i suoi segreti camminando nell’orto.
Ci sono alcune cose che porterò con me in Islanda senza esitare, oggetti che senza dubbio troveranno spazio nel mio zaino e su questo blog. Sto parlando delle creazioni di due amiche, due anime belle pronte a toccare con la loro arte questo luogo tanto importante per me e ad arricchire il viaggio con disegni e fotografie. Un contatto costante con l’Italia (e non solo), un’occasione per creare nuovi quadri, prospettive, per colorare il blog e dare nuova linfa al racconto.

Metterò nello zaino il QUADERNINO DI MARIANNA, con i suoi acquerelli e le sue figure a metà fra il sogno e la vita.

Arte

Metterò nello zaino il RULLINO DI CHIARA, che riesce sempre a trovare una strada nella luce, una specie di passaggio segreto dentro ogni angolo o paesaggio quotidiano, in cui sta nascosta la bellezza, che poi diventa scatto e ricordo.
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Sono felice di aver trovato lo spazio in valigia per loro e di iniziare questo viaggio, una comunicazione costante, una corrispondenza epistolare che possa intrecciare le nostre vite e le vostre, fra l’Italia, l’Islanda e un altrove indefinito, sempre cercato e mai davvero afferrato. D’altronde, che senso avrebbe vagare, e viaggiare, se non ci fosse l’ignoto a spingerci a sé, se non restasse sempre un angolo oscuro da esplorare in questo mondo immenso? Chiudo lo zaino e mi preparo a partire. Questa è la mia prima lettera islandese per Chiara e Marianna. Ci rivediamo presto qui, dove le distanze si allungano e si azzerano nello spazio di una pagina.

L’angolo della strada

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Vi aspetterò sempre all’angolo della strada, dove si ferma l’autobus tutto pieno di fango che arriva da Sud, partito col sole e arrivato… col sole, solo un po’ più basso, perché in Islanda d’estate… va be’, insomma, lo sapete.
Stavolta non sono sicuro di vedervi arrivare. Non sono sicuro di niente, a dire il vero. E già l’ultima volta le mie certezze vacillavano eccome. Ricordate? I discorsi in traghetto, la lunga chiacchierata nella hall del Kex Hostel, su quei divanetti in pelle così strani, davanti al muro delle calamite su cui scrivemmo i nostri nomi, prima di spostare le lettere per comporre frasi stupide. Ricordate la notte di tempesta ad Eyrarbakki. Come ci siamo arrivati? Come ci siamo salvati? Il rumore del legno, nella mansarda dove c’era il vostro letto. La sensazione di una doccia calda, di una casa pulita e tutta per noi, dopo giorni di vestiti inzuppati e camere da dieci. La zuppa di pesce ad Höfn, ve la ricordate? E la ragazza tedesca? E la ragazza olandese? E gli hotdog di Ólína, commestibili solo perché accompagnati dalle sue chiacchiere sulla vita e sulle persone e dalla musica di Sóley? Le abbiamo fatto una promessa, ricordate. Ci siamo fatti una promessa, silenziosa, che non è mai stata pronunciata ufficialmente. Sapete che promessa è. Quella per Ólína e quella per noi tre.
Già mi viene da sorridere a ripensare al nostro primo viaggio. Ora mi sembra tutto più difficile, col passare degli anni, quasi più… definitivo. Come se bisognasse stare attenti a compiere ogni gesto, perché il pericolo di prendere forma è sempre dietro l’angolo. Fissarsi, o – come si dice? – piantare le tende, e dirsi “Ho fatto il mio percorso” e magari iniziare ad accontentarsi senza nemmeno rendersene conto. Correvamo sulla brughiera in quel video caricato su YouTube, con una canzone dei Sigur Rós in sottofondo. Cosa avete visto voi oltre la brughiera? Non ve l’ho mai chiesto. Cosa ci avete visto nella distesa di lava e licheni su cui il vento ci ha sospinto quel giorno? Varúð era il titolo della canzone. Attenzione. Attenzione. Attenzione a mantenere le promesse.
Che ci sia sempre un angolo della strada in cui aspettarci, alla fine o all’inizio di un lungo viaggio. Siamo i compagni di viaggio che abbiamo. E io vi aspetto. Promesso.

Stagione

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Mi prendo tutte le cose di questa vita e me le metto in tasca. Mi prendo i giorni di sole e di felicità, mi prendo i giorni bui e questa età dell’ombra. Ritrovo nelle piccole cose l’eco nostalgica degli anni più belli e la trasformo in piccole gocce di speranza verso qualcosa che verrà. Mi prendo i sorrisi dei miei attori e me li metto tutti in tasca. E se non ci stanno mi compro una borsa, perché la loro allegria purissima mi ha tenuto in vita per tutti questi anni. Mi tengo stretta quella voce all’orecchio. E l’abbondanza dei campi romagnoli. Il loro odore di cipolla, di vite, barbabietole e concime. Ricorderò la visione del ciliegio di Edelweiss a primavera, innevato di bellezza. Le cicale. Ah, le cicale di questa estate brevissima. Le rondini che volano basso appena si allarga l’ombra delle nuvole. Non ci è mai sembrata tanto bella la casa che stiamo per lasciare. Quasi vorremmo perdere il desiderio di partire. Eppure il desiderio non si placa, la tensione verso l’orizzonte in cui va a morire il sole. Ma non si placa nemmeno l’amore per la terra che ci ha fatti germogliare. Così restiamo divisi in due, scissi nelle camere più intime del cuore. Se non fosse la fine non sentiremmo così forte il richiamo dei luoghi in cui abbiamo piantato le radici. Se restassimo, vorremmo andare. Se andassimo, ci faremmo cullare dal pensiero di restare. Senza via d’uscita.
Mio nonno coltivava pomodori su questi campi. E cipolle, e tutto il resto. Ma mi ricordo l’odore dei muri ammuffiti della sua casa di campagna, l’abbaio del cane che seguiva l’avvicinarsi dell’automobile sul vialetto sterrato. Mio nonno cantava, raccoglieva un frutto e lo mordeva. “Assaggia”, diceva. “Senti, questa pianta l’ho coltivata io”. Aveva le mani leggermente sporche, leggere linee nere sotto le unghie. Aveva tutto l’amore del mondo sparso sul volto, macchiato dal giallo del sole di fine giornata. Mi amava come amava quel suo piccolo pomodoro, come amava la vita e il passare degli anni. Amava rivedersi in noi nipoti e rivedere ogni anno il ciclo delle stagioni, la crescita e la morte delle sue piante rigogliose.
Mi tengo questo amore e mille altri amori. Nascondo tutto nelle tasche. Nascondo i giorni che finivano a notte tarda, davanti al cibo avanzato da una grande cena, con il profumo fastidioso ma tanto estivo della citronella. Mi tengo da parte quelle giornate di vacanza passate ad amare e a giocare, i lunghi tratti in automobile di notte per riportarla a casa, tornando dal parco giochi o dal mare, il silenzio dei grilli e della musica a basso volume. La musica di sempre, quella delle mani strette, dei dischi masterizzati a Natale. Le albe. I gelati. L’odore salato del mare. I segreti infilati sotto le pieghe delle onde a riposare per sempre. Questa vita me la porto dentro, non saprei in che altro modo cominciarne un’altra. Mi porto dietro ciò che sono, senza rinnegarlo mai. Scatto una foto a tutta la felicità che ho avuto e me la metto in tasca, per le notti infinite del Nord. Per accendere una luce quando serve. Per scongiurare la fine del mondo. E per tenervi con me.