Non sempre le valigie si fanno per partire. A volte bisogna semplicemente riempire il borsone per sapere di poterlo ancora fare. Se volessi, potrei mettere le uniche quattro cose davvero importanti in un contenitore e scaricare tutti i dubbi nel pattume. Se volessi, potrei ritornare ancora in quel posto segreto, che poi segreto non è mai stato, e ricominciare da capo. Mi vengono in mente i videogiochi che riempivano molto del mio tempo da bambino. Quando sbagliavi qualcosa, quando un piano andava storto, ritornavi sulla navicella, pronto a ripartire. Come se niente fosse, venivi catapultato al momento subito precedente la catastrofe. E via. Via, di nuovo giù dallo stesso scivolo, in volo sulla stessa astronave. Ho pensato tante volte a quella scena e alla metafora della pagina bianca, senza mai accettare veramente che in ogni quaderno qualsiasi foglio porta sempre le impronte di quello precedente: una macchia, il calco di una lettera o di un paragrafo intero, una piccola piega. Per lungo tempo ho cercato di non vedere, eppure ora non saprei che altro fare. Non possono non vedere che il senso di tutto sta proprio lì, in quella piccola piega all’angolo del foglio. Il segreto sta nel fatto che non potranno mai esserci pagine bianche e che dev’essere così. Che uomo sarei oggi non fossi mai caduto in mille pezzi, se non avessi mai sbagliato, se non avessi mai tradito, se non fossi mai cambiato. Che uomo sarei? A volte si cade nello sciocco trabocchetto di voler riavvolgere il nastro del tempo che ci è stato concesso e ci si illude di poter utilizzare la consapevolezza attuale per rimediare e a volte persino riscrivere daccapo le pagine passate e un po’ ingiallite, modificando il finale. A volte ci si illude di poter semplicemente fare i bagagli e partire. Si crede che esistano fogli immacolati, si pensa che la vita sia così… Una capriola su un campo di margherite, una giravolta per tornare esattamente alla posizione iniziale. A volte è bene illudersi. Altre volte è bene stare svegli e fissare la propria immagine allo specchio, così come vorremmo essere fissati da un estraneo per la strada, nella speranza che si avvicini e capisca in un attimo solo tutte le cose che chi ci è vicino da sempre ancora fatica a capire. A volte è bene stare bene.
Oggi è uno di quei giorni in cui andrò a fare le valigie.

Processed with VSCO with g3 preset

Sai cosa vuol dire, tornare a casa portando con te il primo capello bianco. Ritrovare e lasciare nel giro di pochi giorni. Ritrovarsi e salutarsi nella stessa sera. Dirsi “Ciao, come stai?”, rispondere in breve, oppure perdere tutta la notte davanti a un lampione a parlare. Sai cosa significa passeggiare fra i filari, raccogliere l’uva fresca e le pere al tramonto, sporcandosi le scarpe sul prato umido e sul terriccio bagnato, fino a raggiungere un piccolo lago e trovarci una barca capovolta e due remi, come un invito a salire sull’acqua. Fare un viaggio sul lago e nei deserti dei silenzi riflessi negli occhi, nascosti dietro qualche ciocca di capelli. Ci segue un brusio, vento d’autunno che si insinua fra le pagine di un libro, fra le foglie e sotto le giacche leggere. Sai cosa significa tornare a casa e ripartire verso casa. Decidere di avere un’altra casa, in quel luogo oltre il mare che un tempo chiamavano Thule: l’ultimo porto, l’ultimo faro prima del lungo inverno e del ghiaccio eterno. E scrollarsi di dosso il disordine e la malinconia di un cielo nero incombente. Gettare a mare conchiglie scheggiate. Ritrovare il cadavere di un pesce nell’alveo ormai in secca di un fiume, morto in attesa di settembre e del suo carico di piogge, di lacrime fragili da spargere. Sai cosa significa rinunciare alle foglie che cadono, al profumo di castagne e Sangiovese, e decidere di proseguire. Provare a volare, a fare a pugni contro il buio e vincere. Forse, vincere.
Se mi prometti che un giorno saliremo sulla barca. Se mi prometti che un giorno torneranno le castagne. Se mi prometti che cammineremo ancora sui viali rossi e gialli di un pomeriggio settembrino. Sui ciottoli bagnati con suole nuove lucide. Occhi nuovi che però sapranno riconoscersi. Se mi prometti che il mio cuore sarà sempre il mio cuore, e che il tuo cuore sarà sempre il tuo cuore. Non saranno tempeste, né distanze, nuove rughe o capelli imbiancati dalla neve del tempo, non saranno i giorni grigi a farci dimenticare. Se mi prometti di ascoltare la mia voce e di metterla al sicuro in una piccola scatola di cartone, sulla mensola sopra il camino. Schioccherà il legno nel fuoco dimenticando la propria vita passata e la passata stagione. E così per ogni stagione in cui non saremo insieme. Schioccherà il legno e alla fine si scioglierà anche la neve. Te lo prometto: un giorno di primavera, seduti in giardino, la nuova vita di un fiore di pesco, la mia e la tua a seguire.

img_3601

Esiste un ponte fra Europa e Nord America nella penisola di Reykjanes.

Passa dalla penisola lavica di Reykjanes uno dei più importanti punti di contatto fra due delle enormi placche che sonnecchiano da millenni sul fondale degli oceani, quella nord americana e quella euro-asiatica. La dorsale medio-atlantica è una catena montuosa perlopiù sotterranea, la più lunga del mondo. In Islanda puoi camminarci del mezzo, soprattutto a Sandvík, nel geoparco di Reykjanes, lontano dalla ressa dei turisti stagionali a Þingvellir, tutti presi dalla loro corsa fra una tappa del Golden Circle e l’altra, con le loro fotocamere a penzoloni e i loro orrendi giacconi da sci.
Le due placche si dividono con lenta costanza, si dicono addio gradualmente. Impiegano ere per voltarsi le spalle. A Reykjanes c’è un ponte per camminarci nel mezzo e spiare per qualche minuto questo addio. Lo stesso ponte per passare dall’Europa all’America. Dal vecchio mondo a quello nuovo. Lo avessero detto a Colombo, si sarebbe risparmiato la fatica di prendere il mare.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Ora bisogna andare. Tornare a casa, forse. O lasciarla. O entrambe le cose, o nessuna. Bisogna riempire lo zaino di tutti i dettagli che non si possono perdere: le foglie di autunno che non vedrò cadere, la strada di casa e il vento sul viale. L’odore di pioggia e quello tipico del cambio di stagione. Le giacche autunnali, né troppo imbottite né troppo leggere, di quelle che accumuli da anni negli armadi, che qualcuno vorrebbe bruciare, ma che tu salvi ogni volta nella speranza che “un giorno quella di jeans tornerà utile”, ma non ti entra nemmeno in un braccio e la tieni soltanto per quello che ricorda. La comodità del mio letto, l’odore che esce dal forno la domenica d’inverno, quando non si può più uscire e a tua madre non resta altro da fare che guardare un vecchio film e cucinare. Ci sono tante cose da portare, da mettere in tasca, come scrivevo poco tempo fa. Risate, occhi, strette di mano, tramonti e chiacchiere. Mi porterei dietro anche le rughe di mio nonno e la lentezza sapiente con cui mi spiega i suoi segreti camminando nell’orto.
Ci sono alcune cose che porterò con me in Islanda senza esitare, oggetti che senza dubbio troveranno spazio nel mio zaino e su questo blog. Sto parlando delle creazioni di due amiche, due anime belle pronte a toccare con la loro arte questo luogo tanto importante per me e ad arricchire il viaggio con disegni e fotografie. Un contatto costante con l’Italia (e non solo), un’occasione per creare nuovi quadri, prospettive, per colorare il blog e dare nuova linfa al racconto.

Metterò nello zaino il QUADERNINO DI MARIANNA, con i suoi acquerelli e le sue figure a metà fra il sogno e la vita.

Arte

Metterò nello zaino il RULLINO DI CHIARA, che riesce sempre a trovare una strada nella luce, una specie di passaggio segreto dentro ogni angolo o paesaggio quotidiano, in cui sta nascosta la bellezza, che poi diventa scatto e ricordo.
11098564_553333801474050_1453744327_n
Sono felice di aver trovato lo spazio in valigia per loro e di iniziare questo viaggio, una comunicazione costante, una corrispondenza epistolare che possa intrecciare le nostre vite e le vostre, fra l’Italia, l’Islanda e un altrove indefinito, sempre cercato e mai davvero afferrato. D’altronde, che senso avrebbe vagare, e viaggiare, se non ci fosse l’ignoto a spingerci a sé, se non restasse sempre un angolo oscuro da esplorare in questo mondo immenso? Chiudo lo zaino e mi preparo a partire. Questa è la mia prima lettera islandese per Chiara e Marianna. Ci rivediamo presto qui, dove le distanze si allungano e si azzerano nello spazio di una pagina.

IMG_5221.JPG

Vi aspetterò sempre all’angolo della strada, dove si ferma l’autobus tutto pieno di fango che arriva da Sud, partito col sole e arrivato… col sole, solo un po’ più basso, perché in Islanda d’estate… va be’, insomma, lo sapete.
Stavolta non sono sicuro di vedervi arrivare. Non sono sicuro di niente, a dire il vero. E già l’ultima volta le mie certezze vacillavano eccome. Ricordate? I discorsi in traghetto, la lunga chiacchierata nella hall del Kex Hostel, su quei divanetti in pelle così strani, davanti al muro delle calamite su cui scrivemmo i nostri nomi, prima di spostare le lettere per comporre frasi stupide. Ricordate la notte di tempesta ad Eyrarbakki. Come ci siamo arrivati? Come ci siamo salvati? Il rumore del legno, nella mansarda dove c’era il vostro letto. La sensazione di una doccia calda, di una casa pulita e tutta per noi, dopo giorni di vestiti inzuppati e camere da dieci. La zuppa di pesce ad Höfn, ve la ricordate? E la ragazza tedesca? E la ragazza olandese? E gli hotdog di Ólína, commestibili solo perché accompagnati dalle sue chiacchiere sulla vita e sulle persone e dalla musica di Sóley? Le abbiamo fatto una promessa, ricordate. Ci siamo fatti una promessa, silenziosa, che non è mai stata pronunciata ufficialmente. Sapete che promessa è. Quella per Ólína e quella per noi tre.
Già mi viene da sorridere a ripensare al nostro primo viaggio. Ora mi sembra tutto più difficile, col passare degli anni, quasi più… definitivo. Come se bisognasse stare attenti a compiere ogni gesto, perché il pericolo di prendere forma è sempre dietro l’angolo. Fissarsi, o – come si dice? – piantare le tende, e dirsi “Ho fatto il mio percorso” e magari iniziare ad accontentarsi senza nemmeno rendersene conto. Correvamo sulla brughiera in quel video caricato su YouTube, con una canzone dei Sigur Rós in sottofondo. Cosa avete visto voi oltre la brughiera? Non ve l’ho mai chiesto. Cosa ci avete visto nella distesa di lava e licheni su cui il vento ci ha sospinto quel giorno? Varúð era il titolo della canzone. Attenzione. Attenzione. Attenzione a mantenere le promesse.
Che ci sia sempre un angolo della strada in cui aspettarci, alla fine o all’inizio di un lungo viaggio. Siamo i compagni di viaggio che abbiamo. E io vi aspetto. Promesso.