Di specchi, di luci e di spiriti

Ma se anche riportassimo ogni cosa al suo posto, questo presente non ci potrebbe assomigliare. Se riavessi lo stesso fuoco dello stesso camino, lo stesso vaso di vetro in cui nonna gettava i rotocalchi, i giornaletti di cronaca rosa e i suoi Liala. Se anche riavessi lo stesso odore di lasagne nel forno, lo stesso terrazzo, l’intonaco scheggiato sul muro e, in sottofondo, i concerti di musica classica su Rai1, quando di canali ce n’erano ancora mano di dieci. Se avessimo quei mobili disposti nella stessa maniera, il tuo barboncino bianco che mi lecca il lobo di un orecchio, il sellino della stessa bicicletta, l’erba verde e le tartarughe sul retro, nel recinto di fronte al garage dipinto di fresco. Se tornasse tutto uguale, se anche tu non fossi morta, nonna, ma vivessi ancora. Questo presente non ci potrebbe assomigliare comunque. Tanto è cambiato il vento, tanto diverso è il mondo e tanto diversi saremmo noi, se ancora, entrambi vivi, ci rivolgessimo l’uno all’altro le stesse parole, ma con la voce e la faccia di adesso. Trent’anni, quasi, a camminare su questo mondo, e cos’ho guadagnato? Saggezza? Poca. Forse stanze, stanze lunghe e infinite, stanze verticali. Ricoperte di specchi, di luci e di spiriti.

 

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Leggimi la sera

Leggimi la sera, quando si placa il rumore del mare e del vento, così cominciava la mia lettera. Rileggi le cose che ho scritto soltanto per te. Ho creduto che bastasse mettere in rima le parole per esser chiamato poeta. Ho dato la caccia a un suono, venerato la segreta familiarità di un’allitterazione. Non ho mai capito che servivi tu, primariamente. Senza di te non escono parole, nemmeno scordate.

da La stanza di Kathy, racconto inedito.

Poesia di fine estate

Lo sanno anche le lucciole
che tanto getto a terra
tutte le poesie.

Questo cuore stupido
ti circonda di viole
nei miei camposanti.
E senza domanda non arriva
risposta. Non arriva
una voce.

Se ti ha fatta perfetta
Forse concordo con Dio
Per la primissima volta.

Com’è che non ti vedono
i grilli, presso i fili d’erba,
accovacciati sul peso
della pioggia battente.
Com’è che non si vede
che l’orma del silenzio
sul fango dopo il temporale.
Se sei così presente, se urli
dentro le mie stanze
vuote.

E se Dio ti ha fatta perfetta
Forse concordo con Lui
Per la primissima volta.

Questo cuore stupido
Guardingo
E diffidente
Ti circonda di viole
Sul marmo
Dei miei camposanti

Ti circonda di
Lucciole
E poesie
Tutte
Da buttare via

Il pescatore di orologi

Ora che tutto sembra finalmente facile, ora che il sole splende a mezzogiorno, mi vedo ancora certe volte seduto al tavolo di un bar, nel centro storico di una città del nord Italia. Quei maledetti uccelli che ci svolazzano intorno. Credo di avere davanti uno Spritz. Tu lo sai che mi fa schifo, però rende l’idea. Anche se ci sono le nuvole, indosso i miei ultimi occhiali da sole, costati troppo e troppo presto rotti per qualche ragione – probabilmente schiacciati da un volume titanico di linguistica storica. Potrebbe persino cominciare a piovere. Ho una camicia ben stirata a quadretti bianchi e blu e un orologio, naturalmente nero. Della lacca nei capelli per somigliare almeno un po’ a uno degli attori che ammiri alla TV e che non si capisce come facciano a non spettinarsi mai, nemmeno quando l’autrice decide di coinvolgerli in disastri aerei o attentati terroristici. Avrò qualche goccia di quell’unico profumo che indosso dal 2006 e di cui possiedo l’ultima bottiglia in circolazione, ancora mezza piena. La raccolgo dalla mensola solo per le occasioni speciali. E sulla serietà di questo aperitivo che va avanti in eterno dentro ai miei pensieri non c’è da dubitare. Si sente un suono di campane in sottofondo, di tanto in tanto. E il rumore di sorsi, e il rumore di risa. Il suono delle biciclette e delle borse della spesa. E il brusio di sorrisi attesi, accompagnati dalla melodia di un vento di primavera. Colpi di tosse, qualche discussione. Un “grazie”, un “per favore”. Fra un “grazie” e un “per favore”, un “ti amo” pronunciato all’orecchio di qualcuno in una lingua che non è la mia. Avrei dovuto indossare una cravatta? Non indosso mai la cravatta. Ma, se è per questo, nemmeno l’orologio. E non bevo nemmeno lo Spritz. E detesto la lacca. E detesto il tuo silenzio aggrovigliato, così come la finzione di un momento soltanto immaginato. Una forchetta e un coltello che stridono sul piatto. Pelle d’oca per quello che non sto dicendo, perché non sto coprendo l’orchestra della vita con tutte le parole pensate e pesate nel tempo, che adesso avrei finalmente l’occasione di dire.
Ti avevo promesso che non sarei tornato, che non avrei più scritto nulla, e in effetti non lo sto facendo. Non lo faccio da una vita. È che a volte i sogni ci si mettono, sai, e anche se ora è finalmente tutto facile, persino finire dentro al letto della prima sconosciuta, io continuo a sognare. E quando mi sveglio mi prende una cosa qui, proprio alla bocca dello stomaco. E mi accorgo che la visione che ho di te, dentro questo sogno, seduta davanti a me sotto al sole di San Marco, dolce e silenziosa nella quiete funebre di una decisione già segretamente presa, mentre rispondi a un signore inglese dal buffo cappello che “No, we’re not on honeymoon. Not yet.”; ecco, mi rendo conto in questa visione tu non c’entri proprio niente. E mi verrebbe quasi da chiederti scusa per aver permesso al mio cervello di usare la tua faccia, l’associazione al tuo ricordo, per comunicarmi tutt’altro. Scusa, per averti di nuovo coinvolto in qualcosa che davvero non ti riguarda. È che il cuore non è un soldatino, come dice Vecchioni, piuttosto un pescatore solitario. Un piccolo uomo che a volte si ritrova prematuramente vecchio e rannicchiato, livido, a lanciar l’amo nel lago dei baci spezzati per pescare l’immagine antica dell’ultimo momento in cui si è sentito davvero felice. È quel piccolo signore sulla riva, a piedi nudi nell’acqua sporca di San Marco, che non sa che altra immagine proporre alle mie notti per combattere la solitudine, se non quella dell’ultima fotografia di gioia sconfinata. Ecco cos’è, questa cosa. Te lo posso dire. È più che altro solitudine. È il mio cuore che dice “Dammi da mangiare”. “Ho fame”. Ha fame, ma io non ho cibo da offrire, e nel frattempo si nutre di lunghissime ombre, tanto stiracchiate e surreali… Completamente distorte nel tempo e nello spazio. Figure anacronistiche che non racchiudono nemmeno più l’idea di quello che erano in principio. Un po’ come gli orologi di Dalì. Quegli orologi che non sanno più da che parte è andato il tempo. Memorie disciolte nella notte, quando la realtà può permettersi di diventare malinconico miraggio. Quando si scambia una preoccupazione per un vecchio amore, un cuore stanco per un pescatore.

Il museo degli istanti scartati

Ci deve pur essere un posto dove vanno a finire tutti i dettagli che ho già dimenticato, tutti gli odori e i rumori e le sensazioni di ogni cosa che ho toccato. Ci dev’essere pozzo in cui tutto è caduto per rimanere a galla e sopravvivere, anche solo per la durata delle nostre vite. Qualcosa che non sia come la plastica ma che sia almeno più robusto dell’ultima sigaretta che ti sei fumata. Un angolo in cui si ammassi la polvere dei nostri giorni, di tutti i volti che abbiamo incrociati per caso e di cui ci siamo scordati, di tutte le parole che ci siamo detti, di tutti i baci che ci siamo dati. Se solo anche tu fossi stata di plastica. Ecco, soprattutto le parole, e certi raggi di luce che illuminavano le ore serali, pungenti e curiosi di raggiungerci dalle fessure delle tapparelle e dai fori microscopici del cotone di una tenda. Non pretendo un album di fotografie, niente di consultabile o rintracciabile. Pretendo però un museo per gli istanti scartati, i dettagli cestinati e tutte le piccole gemme di bene e di male che inevitabilmente non riescono a entrare tutte insieme nella scatola nera del nostro cervello. Ci dev’essere un pozzo, una tana nel terreno, sotto la radice di qualche pianta secolare, un campo dove si depositano gli attimi che la coscienza ha deciso di buttare via, per edulcorare e idealizzare, astrarre un ricordo, impacchettarlo, renderlo accettabile o unico, più speciale di quanto non fosse, più indispensabile ora di quanto non sia mai stato. Compresso, zippato, come una cartella digitale, per occupare meno spazio e fare strada a visioni nuove, voci e sensazioni che a loro volta verranno selezionate, impacchettate e distribuite, o cestinate, fino al giorno in cui non saremo più nient’altro che un’ombra dubbiosa, una borsa troppo pesante per non rompersi e perdere il proprio contenuto, una canna nel vento che a mala pena si chiama. Io dico: dev’esserci un posto in cui vada a finire anche il secondo più stupido, anche quell’attimo in cui ti ho spostato un capello, o quella volta in cui ti ho toccato la punta del naso, o ti ho detto “a domani”, oppure “non so”. Un letto dove possa riposare la realtà del mio concreto amore, sfuggita alla ridicola perfezione del ricordo. Dev’esserci rimasta, da qualche parte, la vita. Deve. Per forza. In un luogo inaccessibile di cui non possiamo sapere. Dev’esserci tutto, dal cibo che abbiamo digerito alla volta in cui hai scorreggiato sotto al piumone e sei scoppiata a ridere. Altrimenti che diavoleria è mai questa? Che sadico carosello ci sta trascinando via dal nostro tempo? Che senso hanno l’amore e la vita? Che senso abbiamo noi?

Le fragole sono finite

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Svegliati, Emmett. Le fragole sono finite. Non c’è più nessuno, qui. Abbiamo lasciato la casa sul lago centinaia di anni fa. Emmett, perché continui a tornare? Perché continui a tormentarci? I grilli non cantano più, il fiume che fiancheggiava rumoroso e abbondante i campi di cipolle è stato rapito dal suo letto assetato di pioggia. Emmett, perché ci costringi a ripetere il tuo nome? Tu ripeti i nostri come fossero preghiere, ma non siamo che visioni impigliate fra le fronde, chiazze di muffa a divorare la carta da parati prima tempestata delle rose che tuo nonno amava tanto. Emmett, vattene via e non tornare mai più. Su questo lago non hai lasciato niente che non siano ricordi sbiaditi e vagabondi. Non appartengono a nessuno, nemmeno alla tua malattia. Il tempo li ha allontanati anche da te, trasformandoli in visioni distorte di un’epoca infinitamente lontana. Emmett, non ritornare fra queste campagne, non immergere di nuovo il tuo corpo stanco e inaridito in queste acque. Non ci sono più le voci di un tempo felice a ridere dell’estate acciecante di una gioventù condivisa, non esiste più nulla oltre la durezza di questo ammasso di rovi che ti impedisce di entrare. Non cercare di spezzarli, non tentare di reciderne i rami e le radici, Emmett. Afferra il tuo bastone e allontana i tuoi passi per sempre. Non vedrai più bianche vestaglie, la frenesia dei volti e le ceste colme di frutta di stagione. Non vedrai più niente, oltre a questo cancello, solo la tua ombra scura ed ingobbita. Lascia tutto, Emmett. Rimani fedele alla vita. Le fragole sono finite.