Di specchi, di luci e di spiriti

Ma se anche riportassimo ogni cosa al suo posto, questo presente non ci potrebbe assomigliare. Se riavessi lo stesso fuoco dello stesso camino, lo stesso vaso di vetro in cui nonna gettava i rotocalchi, i giornaletti di cronaca rosa e i suoi Liala. Se anche riavessi lo stesso odore di lasagne nel forno, lo stesso terrazzo, l’intonaco scheggiato sul muro e, in sottofondo, i concerti di musica classica su Rai1, quando di canali ce n’erano ancora mano di dieci. Se avessimo quei mobili disposti nella stessa maniera, il tuo barboncino bianco che mi lecca il lobo di un orecchio, il sellino della stessa bicicletta, l’erba verde e le tartarughe sul retro, nel recinto di fronte al garage dipinto di fresco. Se tornasse tutto uguale, se anche tu non fossi morta, nonna, ma vivessi ancora. Questo presente non ci potrebbe assomigliare comunque. Tanto è cambiato il vento, tanto diverso è il mondo e tanto diversi saremmo noi, se ancora, entrambi vivi, ci rivolgessimo l’uno all’altro le stesse parole, ma con la voce e la faccia di adesso. Trent’anni, quasi, a camminare su questo mondo, e cos’ho guadagnato? Saggezza? Poca. Forse stanze, stanze lunghe e infinite, stanze verticali. Ricoperte di specchi, di luci e di spiriti.

 

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I giardini di marzo

Monet – Ninfee (dettaglio)

Mi rimise alla cura del tempo. Le chiesi: “Di che stai parlando?”, ma lei non rispose mai più. Mi rimise alle cose piccole di ogni singolo giorno: la punta di uno spazzolino scarmigliato, i capelli da tagliare, la spesa da fare, il tempo da controllare la sera dopo il tg. Mi rimise a certe piccole gioie quotidiane, come il rumore della moca da caffè. Quel soave e brillante brontolio che irrompe bruscamente nelle cucine e le riempie di mattino. È l’odierno, autentico canto del gallo. Oppure è sempre stato così, davvero.
Mi rimise, con quel gesto e quelle poche parole, all’attesa dei desideri e a tutti i doni incompiuti, come strade che sai ti porteranno infine a una nuova luminosa dimora, anche se ancora non riesci a vedere niente. Così, in un giorno di marzo che tuttavia aveva un sole di aprile, semplicemente mi rimise a me stesso. E io mi rimisi al mio posto, seduto su quella panchina, senza aspettarmi più nulla. La vidi andarsene sull’acciottolato del parco, poi distolsi lo sguardo e mi distolsi così, poco dopo, anche dal suono dei suoi stivaletti neri in finta pelle che sbattevano sulla roccia, trasmettendo come in codice Morse il comunicato ufficiale della nostra separazione alle agenzie di stampa.
Ah, avessi saputo allora ciò che sarebbe accaduto, avrei ringraziato quel parco soleggiato dall’aspetto funebre e quegli stivaletti odiosi di finta pelle sgualcita dal tempo e da una certa incuria. Se avessi saputo allora, l’avrei lasciata andare mettendole al collo una stupenda collana di fiori. Furono quelli i miei
giardini di marzo: una sottana il cui colore ho ormai dimenticato, una voce distorta nel ricordo che mi rimette alla cura del tempo. Un sole anomalo e un albero già in fiore ad adombrarmi le lacrime. Se avessi saputo a quel tempo che mi stava ridando a me stesso, forse avrei fatto esattamente lo stesso.