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Svegliati, Emmett. Le fragole sono finite. Non c’è più nessuno, qui. Abbiamo lasciato la casa sul lago centinaia di anni fa. Emmett, perché continui a tornare? Perché continui a tormentarci? I grilli non cantano più, il fiume che fiancheggiava rumoroso e abbondante i campi di cipolle è stato rapito dal suo letto assetato di pioggia. Emmett, perché ci costringi a ripetere il tuo nome? Tu ripeti i nostri come fossero preghiere, ma non siamo che visioni impigliate fra le fronde, chiazze di muffa a divorare la carta da parati prima tempestata delle rose che tuo nonno amava tanto. Emmett, vattene via e non tornare mai più. Su questo lago non hai lasciato niente che non siano ricordi sbiaditi e vagabondi. Non appartengono a nessuno, nemmeno alla tua malattia. Il tempo li ha allontanati anche da te, trasformandoli in visioni distorte di un’epoca infinitamente lontana. Emmett, non ritornare fra queste campagne, non immergere di nuovo il tuo corpo stanco e inaridito in queste acque. Non ci sono più le voci di un tempo felice a ridere dell’estate acciecante di una gioventù condivisa, non esiste più nulla oltre la durezza di questo ammasso di rovi che ti impedisce di entrare. Non cercare di spezzarli, non tentare di reciderne i rami e le radici, Emmett. Afferra il tuo bastone e allontana i tuoi passi per sempre. Non vedrai più bianche vestaglie, la frenesia dei volti e le ceste colme di frutta di stagione. Non vedrai più niente, oltre a questo cancello, solo la tua ombra scura ed ingobbita. Lascia tutto, Emmett. Rimani fedele alla vita. Le fragole sono finite.

Kathy mi parlò, l’ultima volta che l’ho vista, di spiagge rosse e di sciacalli. Mi raccontò di un giorno, un viale di trame floreali e di colori. Un vestito da sera e una luce accecante alla finestra del teatro. “Morire in camerino, morire in scena come un cigno nero”, mi diceva. Le sue dita tremanti non suonavano più da allora. Kathy mi parlava e mi toccava piano, mi sfiorava appena e senza volerlo davvero. Come da dietro una tenda, una tenda bianca e ruvida. Come se fosse cieca e cercasse di ritrovare la forma, la sostanza del mio corpo nel tessuto. “Cosa c’è ancora, Dave?”, mi diceva, “Cos’è che ancora dobbiamo capire?”.

Da La stanza di Kathy, racconto inedito.

Monet – Ninfee (dettaglio)

Mi rimise alla cura del tempo. Le chiesi: “Di che stai parlando?”, ma lei non rispose mai più. Mi rimise alle cose piccole di ogni singolo giorno: la punta di uno spazzolino scarmigliato, i capelli da tagliare, la spesa da fare, il tempo da controllare la sera dopo il tg. Mi rimise a certe piccole gioie quotidiane, come il rumore della moca da caffè. Quel soave e brillante brontolio che irrompe bruscamente nelle cucine e le riempie di mattino. È l’odierno, autentico canto del gallo. Oppure è sempre stato così, davvero.
Mi rimise, con quel gesto e quelle poche parole, all’attesa dei desideri e a tutti i doni incompiuti, come strade che sai ti porteranno infine a una nuova luminosa dimora, anche se ancora non riesci a vedere niente. Così, in un giorno di marzo che tuttavia aveva un sole di aprile, semplicemente mi rimise a me stesso. E io mi rimisi al mio posto, seduto su quella panchina, senza aspettarmi più nulla. La vidi andarsene sull’acciottolato del parco, poi distolsi lo sguardo e mi distolsi così, poco dopo, anche dal suono dei suoi stivaletti neri in finta pelle che sbattevano sulla roccia, trasmettendo come in codice Morse il comunicato ufficiale della nostra separazione alle agenzie di stampa.
Ah, avessi saputo allora ciò che sarebbe accaduto, avrei ringraziato quel parco soleggiato dall’aspetto funebre e quegli stivaletti odiosi di finta pelle sgualcita dal tempo e da una certa incuria. Se avessi saputo allora, l’avrei lasciata andare mettendole al collo una stupenda collana di fiori. Furono quelli i miei
giardini di marzo: una sottana il cui colore ho ormai dimenticato, una voce distorta nel ricordo che mi rimette alla cura del tempo. Un sole anomalo e un albero già in fiore ad adombrarmi le lacrime. Se avessi saputo a quel tempo che mi stava ridando a me stesso, forse avrei fatto esattamente lo stesso.

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Non c’è niente che tu debba dire. Voglio solo sedermi e ascoltare. La chitarra nell’angolo, l’hai lasciata nell’ombra di un inverno di molti anni fa. Non l’ho mai spostata, è ancora lì, soltanto sepolta su strati di polvere che valgono poi come misura per il computo degli anni. Un dito di polvere per ogni anno che non ti sei seduta sul davanzale di questa grande finestra bianca, di un bianco smaltato e borghese, a cantare al mio cuore una di quelle canzoni indie americane che ti venivano tanto bene e che mi facevano sentire importante. Spostandoti una ciocca di capelli dal viso, con il plettro sospeso fra le labbra di ciliegie, anche senza rossetto, anche nelle sere prigre e senza stelle. La televisione spenta, una sola luce accesa. La giusta atmosfera per tenersi una mano sul cuore. Dell’altro. Tu, distesa, con la testa sulle mie ginocchia, e una margherita raccolta di fronte a casa da spogliare. Mi ami. Non mi ami. Mi ami? Non mi ami. Mi ami. Mi ami. Siamo passati a un’altra primavera. Un altro strato di polvere per ogni maggio in cui non ti ho portato fiori. Fossetta di menta. Sorriso di perla. Una luce accesa. Un divano spoglio. Una chitarra nell’angolo e la polvere. Un altro dito che si accumula. Un altro anno trascorso ad aspettarti a casa. Il rumore dei tuoi bracciali d’argento ti anticipava sulle scale, mentre tenevi un palmo sul corrimano nero del nostro palazzo. Una farfalla come spilla, per tenere i tuoi capelli più vicini al cielo. A volte penso di avere ancora le mani sporche della tua tempera, che mi sporcava anche i capelli, quando non mi macchiavi i pantaloni d’argilla. Quando non usavi un dito per mordere la mia voglia di averti più vicina. Non devi dire niente. Devi solo venire a cantare al mio cuore. Ti aspetto scalza qui sul davanzale. Ci metto anche un fiore. Anche se a febbraio non crescono ancora margherite. Ne ho pescata una per te, da un ricordo perduto sotto al cuscino, una sera. Quella stessa luce sempre accesa.

Pensava di non essere abbastanza per quegli occhi chiari. Pensava di non valere più di qualunque altro volto fra la folla, mentre invece l’amore sarebbe riconoscersi fra la folla. Riconoscersi, e basta. Riconoscersi, prima di conoscersi davvero. Questo arriva dopo, con il tempo, con la quotidianità. Riconoscersi è il secondo stesso in cui ci si passa di fianco, in cui si apre un sorriso che contiene luce e gli occhi si lasciano irradiare. Pensava di non essere abbastanza per i suoi capelli, per le sue mani macchiate di arte. Pensava di non valere la punta rotonda del suo naso, di non poter sfiorare il suo vestito, né camminarle al fianco. Eppure sentiva di essere in funzione del suo sguardo, del movimento dei suoi capelli al vento, come rami di un albero antico che conducesse attraverso il tempo all’origine del mondo. Sentiva di dover sfiorare quelle mani per toccare se stesso, di dover abbracciare il suo vestito e essere inebriato del suo profumo per ritornare a Primavera. E la sua voce, così diversa era la sua voce. Diversa e riconosciuta. Così leggera era la sua voce, quando rapida correva nella valle e raggiungeva il fiume, dall’acqua risaliva in cielo e poi su, fino alle nuvole. Così ovunque era la sua voce, che a volte temeva fosse un’allucinazione. Così avvezzo alle notti di tempesta e tormento. Credeva fosse un sogno, troppo ideale e lontano per essere vissuto. Ovunque era quel sogno, la voce, lo sguardo, la ciocca e il vestito. Anche di giorno. Tanto che non era chiaro dove iniziasse il sonno e dove la veglia. Pensava di non essere abbastanza. Eppure non chiedeva altro che continuare a dormire.