La tua raccolta di poesie

Un giorno raccoglierò tutte le poesie che hai scritto da bambina e le cucirò insieme sul filo dei tuoi ricci. Te ne strapperò un mazzetto, quando sarà il momento, come fossero fiori di campo – o quelle calle bianche e purissime che ti piacciono tanto. Ci sarà un giorno in cui soffierò deciso e caccerò la polvere dalle fotografie dei primi anni ’90, solo per ritrovarti ancora vigile e attenta, decisa e un po’ selvatica, ma in fondo fragilissima, proprio il figlio che tieni fra le braccia. Spero di dovermene occupare tardi, della raccolta dei tuoi capelli. Ma spero che abbiano sempre lo stesso profumo di fiori. Ché forse è merito del balsamo, o forse profumerebbero comunque. Un giorno riaprirò i tuoi raccoglitori di ricette, pieni di fogli raggrinziti da tutte le chiazze di latte e caffè e chissà che altro che nel tempo gli hai rovesciato sopra. Forse farò una torta, sperando che sia buona come le domeniche a casa da scuola, fragrante come le tue guance sorridenti il giorno di Natale. Arriverà un giorno in cui saremo lontanissimi, lo sai. Più lontani di quando avevo sedici anni, più lontani di adesso, che vivo al Polo Nord. Saranno i giorni del silenzio. Quei giorni in cui forse troverò il coraggio di riaprire la tua raccolta di poesie. Non mi hai mai detto quale delle tante finì sul Resto del Carlino, ma lo indovinerò. La scoverò fra le tante scritte a macchina su pile di pagine ingiallite. E così indovinerò la tua presenza, e le tue rughe distese sul mio viso, nella stretta di un abbraccio immateriale. Chissà se anche le crepe che il tempo scava sulla faccia ci renderanno simili. Così fieri, così testardi. Orgogliosi, a volte, persino superbi. Così selvatici e in fondo così fragili. Selvatici e fragili. Sepolti da raccoglitori di poesie mai condivise.

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Ferma!

Fermati
qui
davanti al mare
Dove gli anni
si riducono
a due sassi che
rotolano
giù da una scogliera
E ti crollano addosso
pensieri
di sabbia
Rimpianti
taglienti
Conchiglie
scheggiate
sotto i calcagni.
Ma anche
sogni
di sale
Sulla punta
spettinata
di un capello.
La bocca è
semichiusa
Come tutte le volte
prima
in cui hai osservato
la tua vita
di riflesso
sopra a un’onda
Con la testa un po’
Inclinata
Con i piedi
Inabissati nella
riva
Chiedendo
una risposta.

Ferma
Ferma, per
Dio.
Fermati un attimo;
Non chiede più di
questo
Quel giovane
Che dallo scoglio
Opposto
Ti saluta.
Quella figura
Lontana
Che ti appare
Familiare
Forse
Conosciuta
in precedenza
Forse
Ripescata
da un vascello
nel mare
di una vita
già trascorsa.
Aspetta a
volgere lo sguardo
aspetta che giunga
La marea
Che ricopra
Lo scoglio
I pensieri
I sogni
La vita riflessa
I sassi
E i calcagni.
Aspetta
ancora
un attimo
Finché al mare
non vien voglia
di cibarsi
Finché non viene
fame all’onda,
e non arriva
a divorarci a vista,
a fare incetta
di pensieri
e di amori
mai vissuti.

Se fossi mia (Come non sei)

Se fossi mia
come non sei
Legherei al dito
il pianeta più lontano
Quel plutone
rinnegato
dalla scienza
e gli darei
nuova identità
mi rassomiglierebbe
nel suo essere
qualcosa che
non è.

Se fossi mia
come non sei
Metterei a soqquadro
tutte le parole
che conosco
in italiano
per trovare quella
che dicesse
fra me e te
quello che è stato.

Se fossi mia
come non sei
ti farei una foto
sopra il letto
o dentro al mare
fra le onde
o con la testa
dentro al sole.

Se fossi mia
come non sei
camminerei per tutto
il tempo che
ci resta
con scarpe leggere
e fiori bianchi
nella tasca.

Se fossi mia
come non sei
vorrei allenare
la mia penna
per essere un poeta
che valga qualcosina
in più
di questa rima.

Farei volare
le metafore
e le immagini
stranianti
per forzare
la mia lingua
nella curva
dei tuoi fianchi.

Salpare

Vorrei sfiorarti con l’indice i sogni. O meglio, le palpebre chiuse che conducono ai sogni. Traghettarmi con te fra dubbi, speranze e visioni, anche quelle in cui non sono mai entrato, né stato invitato. Non ho paura della tua verità, solo una grande nostalgia di parole, di quelle formule magiche che solo tu sai creare, quando parli con me. Non temo la tua lontananza, né l’amore che hai tenuto al sicuro per il cuore di un altro. Temo solo che sia giunta la fine. Lontano, smarrirsi di nuovo nel conto degli anni che ci separano dal più recente malinteso. Ho un tale, rinnovato coraggio, da non avere bisogno di armi né scudi. Sarà che tutti i traguardi si sono svuotati.
Ci sono, però, anche parole fraintese e sogni nuovi, lande serene su cui non ti posso portare. Ci sono persino momenti in cui la luce mi ubriaca a tal punto da farmi scordare le notti di maggio, le lucciole e le corone di viole. Quasi mi scordo del tuo costante mancarmi. Quasi ti perdo, di nuovo, nel triste conto degli anni.

Ti sogno spesso, nel sogno la città si sta per allagare.
La prima volta che ti ho incontrata, ti ho detto: tranquilla, tranquilla, dormo dove capita. Ma per non perdermi niente di te, ho aperto le braccia. Eravamo diversi come due gocce d’acqua. 

Qualcuno mi ha detto che gli hai detto che senza di me, adesso, sì che riesci a stare.

L’osteria delle parole

Ho qualcosa nel cuore. Un ridicolo, immotivato desiderio di te. Contro i pensieri lanciati sul muro e le domande risucchiate dal cesso di un boeing, mi tengo per me tutto quello che vale, con la muta speranza di un’attesa non vana. Attorcigliata fra il mignolo e il medio, la promessa di rimanere presente a me stesso, fedele al mio istinto. Tutte le parole che adesso ho da dire, io le cucino soltanto per te. Le preparo: durante il giorno le lascio a macerare, almeno fino all’ora di pranzo, e poi le condisco, le cuocio, e le tengo in caldo fino alla placida sera. A volte, di notte, non mi resta più una sola sillaba da posare sul piatto, ma la tua voce è come pioggia su questo campo. Rinvigorisce il mio orto, finché non crolla nel sonno luminoso di questo giorno perenne. La latitudine cambia solo le virgole di ciò che davvero vorrei esprimere. Vorrei cantare l’ode di quel tuo gesto inconsulto, non ponderato, con cui hai fabbricato il vento che ha spalancato i cancelli della mia cattedrale, in disuso da tempo. Se preferisci, però, se non ti tocca la metafora audacie, allora permettimi solo di tenerti in caldo la cena. Mi basta. Poche portate, tutte buone: Come stai? Dove sei? Com’è andata la tua giornata? In questa osteria si mangia cibo semplice e si digerisce in fretta, ché un altro giorno deve presto finire. Un giorno in meno lontano da te.

Le particelle in cui si sciolgono gli angeli prima di raggiungere il suolo

“Snow Storm”, William Turner (1842)

Voleva partire per l’India, andare a cercare la voce del fiume. Leggeva Joseph Conrad con i gomiti candidi appoggiati sul davanzale della finestra e la testa fra le mani. Il libro ingiallito che le aveva prestato Ofelia qualche settimana prima si reggeva in precario equilibrio contro il vetro appannato. Fuori la tormenta bianca, la costante compagna che chiama. Si sentiva stranamente attratta da quella dilagante macchia senza forma né colore. Guardandola fissa dal vetro, perdeva lentamente la cognizione dei contorni e veniva travolta dall’illusione ottica di sprofondare in quel vortice. Stranita davvero dall’inaspettato contrasto, di colpo cominciò a sentirsi irrimediabilmente rapita, come svuotata della sua stessa identità. A seconda di dove posava lo sguardo, il suo colore mutava. Nera, come le ossa che sorreggono le montagne, quando sprofondava fra le righe di Conrad, sempre più in fondo all’oscurità aliena di una scoperta senza volto. Bianca, come le particelle in cui si sciolgono gli angeli prima di raggiungere il suolo, quando rimetteva gli occhi sulla bufera dicembrina. Quanto le costa questa ipnosi?, mi chiedevo, ponendomi la domanda sbagliata. La vedevo come un’enorme perdita di tempo. Riflettersi su un grande lenzuolo bianco strapazzato dal vento e dal gelo, o su quel noiosissimo romanzo. Ciò che avrei sempre dovuto chiedermi era da cosa si stesse salvando. La vedo ora, davanti a me, come se fossimo cresciuti questa notte, in un lampo. La vedo con gli occhi di adesso, seppellire sotto quel bianco gli unici attimi in cui il cielo non era stato macchiato di rosso. Tutti i piccoli idilli segreti in cui, con un libro appena richiuso e premuto sul petto, Kathy non aveva pianto.

Da La stanza di Kathy, racconto inedito.