I risvolti antipoetici dell’amore

L’odore della tua pelle ha molto più a che fare con la cipolla che con un fiore. Non c’entra nemmeno col caffè, eppure mi sto scolando un lungo americano mentre mi investi come fossi un tir. Lo sai che da niente a zero non c’è niente, ma da zero all’indigestione di ricordi decomposti ci sono solo piccoli dettagli, come per esempio i sapori. Non mi appari mai davanti agli occhi, piuttosto ti sento dentro gli organi, come un pranzo che mi è rimasto sullo stomaco da alcuni anni. Proustianamente, ci dev’essere sempre qualcosa che fa scattare la visione, che mi riporta, come adesso, tanto vicino all’odore della tua pelle da farmi sembrare possibile stringerti la carne, posare le narici sulle tue braccia e poi passare il naso su tutto il tuo corpo come un cane. C’è sempre qualcosa, ma non sempre so che cos’è.
Non ne parlano spesso i poeti, dei risvolti pratici di una vita insieme. Conoscersi tanto bene da sapere il modo particolarissimo in cui ti puzza l’alito al mattino. Anticipare i tuoi dolori mestruali e sapere esattamente quale punto del tuo ventre non toccare. Conoscere la trama delle vene sporgenti sul reticolo delle tue caviglie. Ricordarsi in quale punto solleticare e, con maliziosa sapienza, toccare anche quel piccolo neo sporgente, sapendo esattamente dove dovrebbe essere. Andare a occhi chiusi a puntare il dito su una voglia di caffè. Riuscire a dirti qual è l’unico dente nella bocca che, un po’ stizzito, se ne sta voltato a tre quarti rispetto ai suoi nemmeno bianchissimi compagni. Raccontarti, come un quadro, a memoria, le pennellate che fa la tua saliva sulla lingua. Ricostruire la forma delle orecchie, l’odore dei capelli non lavati da due giorni, così come quello della tua vagina che mi aspetta calda. Bisognerebbe ricordare tutte le cose che non finiscono mai sulle pagine dei premi Nobel. Una leggera gobba sul naso. Il modo strano in cui ti si dispongono le gambe, quando arretri. Il punto esatto in cui se n’era andata la vernice dai tuoi fermagli usati. I colori orrendi dei tuoi elastici. I piccolissimi inestetismi della pelle suoi tuoi seni, da ricostruire su cartoncino nero con memoria e bianchetto, come fossero costellazioni. Servirebbe una poetica delle cose vere. Servirebbe poi una di quelle medicine che contrastano i reflusso gastrico. Una specie di ricetta per non finire sempre a ricordare, anche quando non lo si fa apposta. Trovare una strada estetica per mettere in ordine le sillabe e descrivere gli amori per quello che sono realmente. Ché mentirei se paragonassi la tua pelle ai petali di un fiore. Il più delle volte era terra, vento e fili d’erba. Polvere di ricordi buona da mangiare, solo un po’ difficile da digerire.

Egon Schiele, Donna seduta con le gambe incrociate, 1917
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Dorme

Il tuo corpo su di me
freddo come
il metallo di una nave
Lo accarezzo senza ostacolo
liscio
come uno scoglio
levigato
da correnti millenarie.
Le tue mani sono ancore
macchiate da una rima.
Polpastrelli secchi
contro il freddo cielo
di un’estate dissidente.
E quel minuscolo callo
come il cuscino scomodo
su cui sogna la tua penna
quando vive.
Fai piangere anche i fianchi
se non li stringi ancora
E il mento, il dorso delle mani
se non si sbavano di te.
Fai piangere le aquile
perse fra le nuvole
confuse e senza prede.
Fai piangere anche il cuore
scoperto, sparso, messo all’asta
Per un nuovo padrone.
Il tuo corpo magro su di me
bianco come il latte
liscio come il mondo
se svanissero
le sue montagne scure.
Vorrei mangiarti il petto
il seno, il collo
e la spina dorsale
i lobi delle orecchie
i piedi, i polpacci, le spalle
la natiche
quel naso ossuto, sottile
che mi spingi sulle costole
stanche
mentre ti addormenti.
Vorrei mangiarti il cuore
e dentro le sue stanze
scoprire com’è un mondo
dove sono assente.
Un dito sulle labbra chiuse
a nascondere quel ghigno
arrogante
che ti è rimasto incollato
fra le guance.
E da lontano
Io ti amo maggiormente
Ma da vicino
Sento solo l’assordante indifferenza
del tuo rumorosissimo russare.