Un Giardino pieno di mele

Lei di notte dipingeva il suo amore.
Lei di notte distruggeva il suo amore
in mille pezzi
mille minuscoli pezzi di vetro.
Prendeva poi le tempere e i pennelli e li posava sull’aria, sul filo dell’onda, perché scrivessero parole che non era in grado di dire. Parole che, un giorno, qualcuno doveva legge. Dipingeva la luce del sole, i riflessi di specchi e piastrelle, miscelava tutte le voci del suo silenzioso congresso di spiriti. Deliberava visioni, dava ordine a un albero di trasformarsi in tempio. Alla foglia imponeva il veleggio di una barca spedita verso il cielo, o verso i riflessi infiniti della Senna, verso l’Amazzonia. Fra i rovi si intagliavano portali e trascorrevano canti di solitaria disperazione immortale. I gemiti del suo desiderio negato, chiuso dietro la porta di una matrona di specchi, dove imparammo a rivederci nel riflesso sparpagliato di un ostinato non capirsi. L’unico linguaggio comprensibile era quello dell’amore. L’unico linguaggio di cui lei possa parlare, la vernice che lega insieme questo posto, la patina lucida seccatasi sull’argilla che ha costruito la natura a immagine e somiglianza di un cuore, senza distruggerla o spezzarla. Questo, io ricordo. Questo amo di lei, nell’attimo in cui rivedo le sue infinite fantasie. L’unico filo che mi annoda a questo posto: ti sento urlare, Niki, dentro a tutti i colori del mondo. Urli di vernice per non farti capire, perché sarebbe troppo fragile tradire il cuore, parlare di un’attesa che solo tu capisci, di una lontananza che solo noi capiamo. E l’impossibile proposito di guardare altrove. Lontano, lontano, lontano nel tempo. Sugli orli rattrappiti delle vite possibili, tu hai visto due amanti in un Giardino. Un Giardino pieno di mele e senza dolore.

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La tua raccolta di poesie

Un giorno raccoglierò tutte le poesie che hai scritto da bambina e le cucirò insieme sul filo dei tuoi ricci. Te ne strapperò un mazzetto, quando sarà il momento, come fossero fiori di campo – o quelle calle bianche e purissime che ti piacciono tanto. Ci sarà un giorno in cui soffierò deciso e caccerò la polvere dalle fotografie dei primi anni ’90, solo per ritrovarti ancora vigile e attenta, decisa e un po’ selvatica, ma in fondo fragilissima, proprio il figlio che tieni fra le braccia. Spero di dovermene occupare tardi, della raccolta dei tuoi capelli. Ma spero che abbiano sempre lo stesso profumo di fiori. Ché forse è merito del balsamo, o forse profumerebbero comunque. Un giorno riaprirò i tuoi raccoglitori di ricette, pieni di fogli raggrinziti da tutte le chiazze di latte e caffè e chissà che altro che nel tempo gli hai rovesciato sopra. Forse farò una torta, sperando che sia buona come le domeniche a casa da scuola, fragrante come le tue guance sorridenti il giorno di Natale. Arriverà un giorno in cui saremo lontanissimi, lo sai. Più lontani di quando avevo sedici anni, più lontani di adesso, che vivo al Polo Nord. Saranno i giorni del silenzio. Quei giorni in cui forse troverò il coraggio di riaprire la tua raccolta di poesie. Non mi hai mai detto quale delle tante finì sul Resto del Carlino, ma lo indovinerò. La scoverò fra le tante scritte a macchina su pile di pagine ingiallite. E così indovinerò la tua presenza, e le tue rughe distese sul mio viso, nella stretta di un abbraccio immateriale. Chissà se anche le crepe che il tempo scava sulla faccia ci renderanno simili. Così fieri, così testardi. Orgogliosi, a volte, persino superbi. Così selvatici e in fondo così fragili. Selvatici e fragili. Sepolti da raccoglitori di poesie mai condivise.

Il saperti felice

Mi è giunto su filamento azzurrino
incastrato nel becco
di una bianca fenice
il tuo eco.

Mi coccolo dunque
in quel dolce chiarore!
Bonaccia limpida
di mattine
funeree
ma placide e
ricolme di pace.

Così, con vesti di pece
compaio
sotto i rami del tiglio
che fu nostro altare
Raccolgo
senza rancore
i ricordi felici
incastrati
fra chetate sterpaglie

E ingoio
la candida gioia
– e amara
di saperti felice
per l’ultima volta.

I risvolti antipoetici dell’amore

L’odore della tua pelle ha molto più a che fare con la cipolla che con un fiore. Non c’entra nemmeno col caffè, eppure mi sto scolando un lungo americano mentre mi investi come fossi un tir. Lo sai che da niente a zero non c’è niente, ma da zero all’indigestione di ricordi decomposti ci sono solo piccoli dettagli, come per esempio i sapori. Non mi appari mai davanti agli occhi, piuttosto ti sento dentro gli organi, come un pranzo che mi è rimasto sullo stomaco da alcuni anni. Proustianamente, ci dev’essere sempre qualcosa che fa scattare la visione, che mi riporta, come adesso, tanto vicino all’odore della tua pelle da farmi sembrare possibile stringerti la carne, posare le narici sulle tue braccia e poi passare il naso su tutto il tuo corpo come un cane. C’è sempre qualcosa, ma non sempre so che cos’è.
Non ne parlano spesso i poeti, dei risvolti pratici di una vita insieme. Conoscersi tanto bene da sapere il modo particolarissimo in cui ti puzza l’alito al mattino. Anticipare i tuoi dolori mestruali e sapere esattamente quale punto del tuo ventre non toccare. Conoscere la trama delle vene sporgenti sul reticolo delle tue caviglie. Ricordarsi in quale punto solleticare e, con maliziosa sapienza, toccare anche quel piccolo neo sporgente, sapendo esattamente dove dovrebbe essere. Andare a occhi chiusi a puntare il dito su una voglia di caffè. Riuscire a dirti qual è l’unico dente nella bocca che, un po’ stizzito, se ne sta voltato a tre quarti rispetto ai suoi nemmeno bianchissimi compagni. Raccontarti, come un quadro, a memoria, le pennellate che fa la tua saliva sulla lingua. Ricostruire la forma delle orecchie, l’odore dei capelli non lavati da due giorni, così come quello della tua vagina che mi aspetta calda. Bisognerebbe ricordare tutte le cose che non finiscono mai sulle pagine dei premi Nobel. Una leggera gobba sul naso. Il modo strano in cui ti si dispongono le gambe, quando arretri. Il punto esatto in cui se n’era andata la vernice dai tuoi fermagli usati. I colori orrendi dei tuoi elastici. I piccolissimi inestetismi della pelle suoi tuoi seni, da ricostruire su cartoncino nero con memoria e bianchetto, come fossero costellazioni. Servirebbe una poetica delle cose vere. Servirebbe poi una di quelle medicine che contrastano i reflusso gastrico. Una specie di ricetta per non finire sempre a ricordare, anche quando non lo si fa apposta. Trovare una strada estetica per mettere in ordine le sillabe e descrivere gli amori per quello che sono realmente. Ché mentirei se paragonassi la tua pelle ai petali di un fiore. Il più delle volte era terra, vento e fili d’erba. Polvere di ricordi buona da mangiare, solo un po’ difficile da digerire.

Egon Schiele, Donna seduta con le gambe incrociate, 1917

Forse verrò domani ad un prato verde

Sleale è insistere su chi sono io.
Il punto di partenza è scontato
l’arrivo è certo nello stato
attuale: morte come sostanza
o strato finale di un cuore malato.
Oh, vorrei rinascere, ritornare indietro
ma non posso. Troppo ho peccato
di peccati non miei, attribuiti
a posteri, mancati inganni.
Cerco amori nuovi, violente sere.
Perdono chiedo a chi non amai.
Forse verrò domani ad un prato
verde, – e non sarò più solo.

Dario Bellezza, da L’avversario (Mondadori, 1994)

Gufi (Hold Me Fast)

È una mattina silenziosa, amore mio. Ti ho mai detto che l’autunno qui dura appena due settimane? Ti ho mai parlato del freddo che fa, che inizia a fare, tutto in una volta, verso i primi di settembre? Neanche il tempo di richiudere la finestra che già ti nevica in casa. Non esiste l’autunno. È il secondo anno che sto senza autunno e senza caldarroste e senza cachi. Lo sai quanto è importante per me la stagione più triste, perciò puoi solo immaginare la mia fatica. Ho preso in giro tutti, a partire da me stesso, per tanti anni, dicendo di amare la primavera sopra tutte le stagioni. Ma non è vero. Amo l’autunno così come amo l’Islanda: più di ogni altra cosa, ma solo temporaneamente. Non potrei vivere in un mondo sempre decadente, ma in quei pochi mesi che decretano la fine dell’estate, in quelle settimane variopinte, coreografie e malinconiche, io vivo più che mai. Vivo nella proiezione fisica della mia avvolgente oscurità, che però è fatta anche di calore, di famiglia, di bellezza, di mani che tengono altre mani, di poesie scritte ai piedi di una quercia che muore. Scrivo versi alla vita, quando più la sento sfuggirmi. Nell’autunno del vino e del caffè, io mi allineo al mondo che si allinea al mio lieve tormento, e tutto trova una sua forma più precisa. Così, anche un’estrema lucidità mi raggiunge, sempre temporaneamente. L’autunno ci solletica il cuore con le sue pretese di bilanci, conclusioni e partenze. Ci ammonisce l’anima, perennemente insoddisfatta dei propri traguardi. Ci invita a godere degli ultimi frutti, senza lamentarci troppo. Ci invita a soffrire in silenzio, come fanno le foglie, la lontananza, i fallimenti, le strade sbagliate, i pentimenti, i rimpianti e le cose perdute. Come fanno le foglie, amore mio. Lo sai, è sempre avanti che devi guardare, perché fra un giorno sarà già neve a entrarti nella stanza e allora ogni risoluzione dovrà essere rimandata a primavera. Bisogna afferrarsi in fretta, quando cadono le foglie. Trovare un tronco bucato dentro cui nascondersi, prima che la notte inizi a congelare. Diventare piccoli gufi, scrollarsi di dosso la brina, spalancare gli occhi e decidere da che parte andare. Da che parte, amore?