Edward Hopper – Night Windows (1928)

Di notte potevi sentirla parlare sul balcone.
C’era qualcuno con lei – voglio dire, nella sua testa, credo.
C’era qualcuno con lei quella notte, come tutte le notti. Qualcuno che lei teneva stretto dentro un pugno, poi premuto sul petto. Un soffio d’aurora appena visibile, difficilmente percepibile. Parlava col vento, senza mettere mai le mani avanti. Non cercava di raggiungere nessun posto, se non quella pianura sconfinata dove erano sepolti i ricordi, come eroi del passato. Una piana di eterna primavera. Teneva l’altra mano salda sulla ringhiera, senza lasciarsi cadere. Una folata di vento, di tanto in tanto, le spettinava i capelli, ma mai troppo da distrarla. Niente era tanto da attirare l’attenzione, nemmeno io. Le sue labbra solo apparentemente distese in un’espressione del tutto neutrale, in fondo tese, soprattutto agli angoli, più vicino alle guance. Tese come l’onda del mare nel punto più estremo del suo tentativo di divorare le costa, le conchiglie e tutte le altre cose.
Io la guardavo dalla finestra socchiusa e pensavo a lei. Mi mancava, pur avendola lì, di fronte a me. Mi chiedevo dove fosse, con chi fosse. Mi chiedevo che cosa ci avesse tenuti lontani per tutti quegli anni. Una tensione feroce ci aveva ridati alla fame di un tempo e all’ingordigia della giovane età. Mi chiedevo chi portasse con lei in quel suo viaggio notturno, a chi inviasse il proprio respiro, di quale persona ripetesse il nome come una formula magica, come una coperta, nella sua testa.
Certi nomi sono come coperte. Io dico il tuo nome ed ecco che sono al sicuro. Io sussurro il tuo nome prima di addormentarmi, ed ecco, che mi addormento, che sogno, che penso che un nuovo risveglio non faccia paura. Quando eravamo bambini io e mia sorella ci proteggevamo dalle cariche dei soldati a cavallo, coprendoci fino alla punta dei capelli. Sollevavamo la coperta del letto e sussurravamo l’uno il nome dell’altra, rassicurandoci che i nemici non ci avrebbero visto. Era un mantello dell’invisibilità. Certi nomi sono mantelli dell’invisibilità. Io dico il tuo nome ed è tutto in quel suono rotondo, vivace, sicuro, nobile e floreale. Uno stupendo mantello floreale che mi fa diventare pianta, albero, filo d’erba, e che annulla le parole, tutte le parole del mondo.

Io non lo so in che modo si possa descrivere razionalmente ciò che accadde quella notte, ma i miei occhi mutarono irrimediabilmente. Presi ad amare la sua figura, dignitosa e muta, il suo sorriso livido e i suoi occhi scuri come le cavità più antiche del mondo. Mi sentii come un battello incapace di evitare la cascata. Crollai irrimediabilmente dentro l’immagine di lei. Presi ad amare il suo canto e la luce della luna riflessa sulla sua pelle olivastra. Cantava senza un filo di voce, cantava col corpo, ma forse sarebbe meglio dire con l’anima. Ecco, presi ad amare la litania della sua anima senza ritegno e senza logica alcuna. E per un attimo la vidi persino sdoppiarsi, proiettando se stessa su un raggio di luna. Era una versione di lei che guardava dalla mia parte, stavolta. Una lei che si accorgeva dell’inattesa scoperta, la dolorosa e felice metamorfosi di un cuore che cade, come dicono gli inglesi quando parlano d’amore. Il mio cuore cadde su di lei, quasi letteralmente, ma lei si scostò e sorrise, rientrando in casa. Fu solo sfiorata dal rumore del mio organo capitolato. Lo prese per l’ennesimo soffio di vento, che questa volta non le scompose neppure un capello.

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Mi basterebbe un fulmine, o un’onda. Sentire il boato di una diga che si rompe. Ammaccarmi la testa nella grandine di agosto. Mi basterebbe essere colpito da una tegola, mentre passeggio raso al muro di un casolare di campagna in cui sarei andato a nascondermi, solo una torcia e un telo per stendermi e osservare le stelle. E una candela, forse. Un secchio pieno d’acqua e candele galleggianti, come quella sera a quella festa. Ti ricordi? Mi basterebbe che le bucce d’arancia che poso sul termosifone rilasciassero davvero un buon odore per la stanza, come mi ha detto una volta mio zio. E a te che basta, basterebbe? Ti basterebbe parlare con me davanti al fuoco? Sporcarti le mani a raccogliere fiori per adornare i tuoi capelli? Ti basterebbe l’odore del mare? A me basterebbe affogare, anche solo per un secondo. Perdere coscienza un istante, prima di essere trascinato fuori dall’acqua, tirato per i capelli fin sopra le conchiglie affilate, sopra la sabbia. Ti basterebbe l’involucro di una castagna per nascondere il mio amore agli occhi invidiosi del mondo? Ti basterebbe la luce di un lampione, un bacio veloce e distratto prima di un concerto? Ti basterebbe la scala che porta in soffitta? Oppure la scatola che tieni ancora là sopra nascosta. Gli album di una vita. Ti basterebbe guardare la fine del mondo dal finestrino sporco della mia auto ammaccata? Facevo ancora la caccia ai tuoi capelli, la caccia alle tue gambe esili, con la mano, la sera, mentre guidavo guardando avanti, mentre cantavo distratto, mentre la stoffa del sedile mi diceva che invece. Che invece. Invece no. Non basterebbe niente. Nemmeno un fulmine, nemmeno tutti i cortili del mondo di sera d’estate.

IMG_20160413_202310È sera e faccio ritorno a casa. Metterò in ordine i libri su un paio di scaffali, poi soffierò via uno strato di polvere dall’ultimo volume che ho acquistato senza alcun motivo. So per certo che una tua foto cadrà nel momento di sfogliare le pagine ingiallite. È giallo anche il colore del sole stasera, mi ricorda la punta dei tuoi capelli.
Qualcuno mi ha chiesto indicazioni per il miglior ristorante della zona. Ormai conosco la città, ma non saprei scegliere. Certo, sarebbe più facile se mi trovassi a Mantova. E invece sono ancora qui, di nuovo qui e sempre di passaggio. Mai stato tanto precario, mai tanto fugace. C’è profumo di vendemmia, anche se non è nemmeno maggio. Non fa nemmeno caldo: c’è una leggera frescura, forse la causa della mia confusione fra primavera e fine dell’estate. Me ne andrei, fosse anche solo per il piacere di tornare, magari proprio in tempo per la vendemmia. Magari in tempo per ritrovare guarito il tuo cuore. In tempo per raccogliere i frutti e spremerne il nettare subito prima dell’inverno.
Poi andremo a stagionare sotto la neve, tu con le tue tele e le tue tempere davanti al fuoco, io con la mia penna nuova, il mio quaderno rilegato, il dorso della mano destra annerito dalla vita. Potrei preparare una tisana a base di mirtillo, oppure semplicemente fissare come un cretino i tuoi capelli. Potrei fissare i tuoi capelli per tutte le vendemmie che avremo fra le mani. Potrei servirti un calice di vino da una coppa antica come il mondo. O fissare i tuoi capelli, senza smettere di scrivere.
Potrei guardare per sempre i tuoi capelli, biondi come il sole che muore qui stasera.
Un signore canuto e frettoloso mi ha chiesto indicazioni. Mi guarda come si guarderebbe un fantasma e aspetta invano che una risposta scaturisca dal mio sguardo perso, che mi rianimi un’idea.
Possibile che anche lui non veda i tuoi capelli?
Possibile che tu non sia con me?


Non la amo, mormora il ragazzo vicino al suo orecchio. Chi? Ragnheiður. Quale Ragnheiður?

Il ragazzo: Lo sai, la figlia di Friðrik.
Jens: Hai avuto a che fare con lei?
Il ragazzo: Non lo so, no, non ho avuto a che fare un bel niente, so solo che ha le spalle di chiaro di luna.
Jens: Diavolo, tieniti alla larga da quella gente, ragazzo.
Il ragazzo: Mi mancano le forze quando la vedo, è amore?
Jens: Perché lo chiedi a me?
Il ragazzo: Tu ami.
Jens: Smettila di usare a vanvera questa parola.
Il ragazzo: È solo il cuore che batte, Jens.
Jens: Non ho nessuna voglia di salvarti dal freddo e dalle montagne se poi vai a strisciare davanti a Friðrik.
Il ragazzo: È lei che ha le spalle di chiaro di luna, non lui.
È la stessa cosa, protesta Jens. Forse non la amo affatto, dice il ragazzo, ma potrebbe anche ordinarmi di morire e io obbedirei.

da La tristezza degli angeli, Jón Kalman Stefánsson. Trad. di Silvia Cosimini.

Mi chiese
cosa avrei portato su un’isola deserta

Una barca e te
dissi
e la barca la bruciamo sulla spiaggia

Poi me ne andai
lasciandola lì
per tenermi il sogno

da Con il porto d’armi contro l’eternità, Jón Kalman Stefánsson. Trad. di Silvia Cosimini.