Leggimi la sera

Leggimi la sera, quando si placa il rumore del mare e del vento, così cominciava la mia lettera. Rileggi le cose che ho scritto soltanto per te. Ho creduto che bastasse mettere in rima le parole per esser chiamato poeta. Ho dato la caccia a un suono, venerato la segreta familiarità di un’allitterazione. Non ho mai capito che servivi tu, primariamente. Senza di te non escono parole, nemmeno scordate.

da La stanza di Kathy, racconto inedito.

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Le particelle in cui si sciolgono gli angeli prima di raggiungere il suolo

“Snow Storm”, William Turner (1842)

Voleva partire per l’India, andare a cercare la voce del fiume. Leggeva Joseph Conrad con i gomiti candidi appoggiati sul davanzale della finestra e la testa fra le mani. Il libro ingiallito che le aveva prestato Ofelia qualche settimana prima si reggeva in precario equilibrio contro il vetro appannato. Fuori la tormenta bianca, la costante compagna che chiama. Si sentiva stranamente attratta da quella dilagante macchia senza forma né colore. Guardandola fissa dal vetro, perdeva lentamente la cognizione dei contorni e veniva travolta dall’illusione ottica di sprofondare in quel vortice. Stranita davvero dall’inaspettato contrasto, di colpo cominciò a sentirsi irrimediabilmente rapita, come svuotata della sua stessa identità. A seconda di dove posava lo sguardo, il suo colore mutava. Nera, come le ossa che sorreggono le montagne, quando sprofondava fra le righe di Conrad, sempre più in fondo all’oscurità aliena di una scoperta senza volto. Bianca, come le particelle in cui si sciolgono gli angeli prima di raggiungere il suolo, quando rimetteva gli occhi sulla bufera dicembrina. Quanto le costa questa ipnosi?, mi chiedevo, ponendomi la domanda sbagliata. La vedevo come un’enorme perdita di tempo. Riflettersi su un grande lenzuolo bianco strapazzato dal vento e dal gelo, o su quel noiosissimo romanzo. Ciò che avrei sempre dovuto chiedermi era da cosa si stesse salvando. La vedo ora, davanti a me, come se fossimo cresciuti questa notte, in un lampo. La vedo con gli occhi di adesso, seppellire sotto quel bianco gli unici attimi in cui il cielo non era stato macchiato di rosso. Tutti i piccoli idilli segreti in cui, con un libro appena richiuso e premuto sul petto, Kathy non aveva pianto.

Da La stanza di Kathy, racconto inedito.

Epifania

Quante sono le storie che devi ancora raccontare; ti aspettano, se le aspetti, all’incrocio con la vita, all’incrocio con un giorno di sole, o uno scroscio di pioggia, mentre cerchi di raggiungere la macchina per tornare a casa, o mentre gusti un nuovo sapore. Ti immagino mentre tieni un libro in grembo e ti dondoli da qualche parte. Da qualche parte con il vento, complice delle foglie e dei fiori che sempre rinascono. Fra le labbra lucide una piega: è forse un bastoncino di liquirizia. Tieni bassa la testa sui fogli, come se le virgole fossero tende da scostare per vedere mondi nuovi. È una giornata di sole, questo è un giardino segreto. Una casa in campagna con un portico bianco. Potrebbe funzionare? Di tanto in tanto ti mordi il labbro inferiore, quando la storia lo richiede, quando la tensione sale. Poi però alzi i tuoi occhi castani verso il giardino, ti guardi intorno e capisci che non è niente, che sono solo pagine, sono solo virgole e non tende. Il ronzio di un’ape forse ti disturba, ma non quanto disturberebbe chiunque altro. Non fuggi via per la paura di essere punta. Conosci le forze del mondo. Conosci la vita e la conosci meglio, forse perché sei donna, o forse perché lo sei più d’ogni altra. Non scappi davanti all’insetto che ronza, non fuggi il pungiglione, perché sai che da quel ronzio se ne ricaverà del buon miele. No, non fuggi. Ecco perché mi fermo e ti ammiro. Ecco perché ti immagino vestita di bianco in un pomeriggio d’estate, su un dondolo a mordere liquirizia davanti a un libro aperto, affacciata sul ciglio di questo universo e dell’altro. Conosci la vita e non la tradisci mai. In fondo alla pagina scrivi con la matita un appunto. Non riesco a decifrare. Forse non vedo. Forse non ti vedo. Forse non ti vedo già più. Avrei voluto almeno ricordare il tuo nome. Facciamo finta che sia Epifania.