Un Giardino pieno di mele

Lei di notte dipingeva il suo amore.
Lei di notte distruggeva il suo amore
in mille pezzi
mille minuscoli pezzi di vetro.
Prendeva poi le tempere e i pennelli e li posava sull’aria, sul filo dell’onda, perché scrivessero parole che non era in grado di dire. Parole che, un giorno, qualcuno doveva legge. Dipingeva la luce del sole, i riflessi di specchi e piastrelle, miscelava tutte le voci del suo silenzioso congresso di spiriti. Deliberava visioni, dava ordine a un albero di trasformarsi in tempio. Alla foglia imponeva il veleggio di una barca spedita verso il cielo, o verso i riflessi infiniti della Senna, verso l’Amazzonia. Fra i rovi si intagliavano portali e trascorrevano canti di solitaria disperazione immortale. I gemiti del suo desiderio negato, chiuso dietro la porta di una matrona di specchi, dove imparammo a rivederci nel riflesso sparpagliato di un ostinato non capirsi. L’unico linguaggio comprensibile era quello dell’amore. L’unico linguaggio di cui lei possa parlare, la vernice che lega insieme questo posto, la patina lucida seccatasi sull’argilla che ha costruito la natura a immagine e somiglianza di un cuore, senza distruggerla o spezzarla. Questo, io ricordo. Questo amo di lei, nell’attimo in cui rivedo le sue infinite fantasie. L’unico filo che mi annoda a questo posto: ti sento urlare, Niki, dentro a tutti i colori del mondo. Urli di vernice per non farti capire, perché sarebbe troppo fragile tradire il cuore, parlare di un’attesa che solo tu capisci, di una lontananza che solo noi capiamo. E l’impossibile proposito di guardare altrove. Lontano, lontano, lontano nel tempo. Sugli orli rattrappiti delle vite possibili, tu hai visto due amanti in un Giardino. Un Giardino pieno di mele e senza dolore.

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Parigi, i giochi e le ore

Sarà banale pensare a Parigi e ai rumori della città uniti alla pioggia fine fuori dalla tua palazzina. Sarà banale ripensare a quel gatto accovacciato sul tetto, come nel più classico stereotipo parigino. Sarà insensato ricordare il canale e la passeggiata a piedi fino al tuo cafè preferito, la signora invadente che ti aveva riempito di domande e che avevi guardato con un certo timore. Sarà assurdo ricordare il brivido che mi dava salire sul metrò, dopo che per anni Parigi era stata soltanto l’eco televisivo dell’ennesima strage. E, a quel punto, subito dopo quel brivido, stringermi a te come se potessi proteggermi dal male. Proprio assurdo, non trovi? Sarà ridicolo mettermi a ricordare quell’interminabile passeggiata non appena venne fuori il sole, prima di andare a fare la spesa, prima di concederti di comprare il pane – perché io sono francese, e me ne intendo di pane! Evidentemente, sì. Come ti intendi di me. O almeno dell’immagine di me, di ciò che hai potuto vedere, che ti ho permesso di scrutare, sempre un po’ difeso, sempre un po’ protetto da me stesso. Sarà banale ricordare la musica, i tuoi fianchi, la mia bocca sulla tua pelle bianca. Sarà inutile farsi travolgere da un po’ di musica jazz alla radio, un sabato mattina, per iniziare a raccogliere pezzi di ricordi improvvisamente emersi e piantati sulla bocca dello stomaco insieme alla colazione. Sarà insensato ritornare a quella sera, abbracciati davanti a Notre-Dame al tramonto, le dita affusolate di una vecchia signora ingobbita che volavano sui tasti di un pianoforte a Shakespeare & Co., la Senna con il suo austero procedere e riflettersi di voci, colori e speranze. Strizza l’occhio agli amanti, la Senna, quasi senza farsi vedere. Gli innamorati che si riabbracciano a République prima di annusarsi ancora, scoprirsi dopo mesi di intollerabile distanza, presentarsi come ci si incontrasse per la prima volta. Poi odiare l’aeroporto come si odia la morte. E tornare lontani. Decidere che Reykjavík non basta più, che forse non è mai bastata. Essere troppo codardi per cambiare tutto e volare via, lontano. Tornare fra i bar, i tavolini all’aperto, il rumore stridente dei freni del metrò, gatti accovacciati sui tetti e prostitute asiatiche sulla via di casa; l’unica pizza napoletana a Parigi che valga questo nome. Moulin Rouge, e per un attimo quasi dimenticare tutto quello che significava prima di incontrare te. Sarà sbagliato ritornare nella tua chiesa preferita per sentire il fresco umido di una mattina felice? Le mani di due che si vorrebbero incollare, come la lettera al francobollo, i fascicoli alla copertina, i tasti alle corde, la vita alla vita, ai momenti semplici rievocati da uno stupido motivetto jazz. Forse sarà stupido pensarti stamattina, e nascondersi sotto al cappuccio per non mostrare ai passanti il silenzioso dolore di chi ha smesso di amare. Sarà inutile, allora, anche ricordare Parigi, i giochi e le ore. Sarà banale. E che lo sia pure.

Il pescatore di orologi

Ora che tutto sembra finalmente facile, ora che il sole splende a mezzogiorno, mi vedo ancora certe volte seduto al tavolo di un bar, nel centro storico di una città del nord Italia. Quei maledetti uccelli che ci svolazzano intorno. Credo di avere davanti uno Spritz. Tu lo sai che mi fa schifo, però rende l’idea. Anche se ci sono le nuvole, indosso i miei ultimi occhiali da sole, costati troppo e troppo presto rotti per qualche ragione – probabilmente schiacciati da un volume titanico di linguistica storica. Potrebbe persino cominciare a piovere. Ho una camicia ben stirata a quadretti bianchi e blu e un orologio, naturalmente nero. Della lacca nei capelli per somigliare almeno un po’ a uno degli attori che ammiri alla TV e che non si capisce come facciano a non spettinarsi mai, nemmeno quando l’autrice decide di coinvolgerli in disastri aerei o attentati terroristici. Avrò qualche goccia di quell’unico profumo che indosso dal 2006 e di cui possiedo l’ultima bottiglia in circolazione, ancora mezza piena. La raccolgo dalla mensola solo per le occasioni speciali. E sulla serietà di questo aperitivo che va avanti in eterno dentro ai miei pensieri non c’è da dubitare. Si sente un suono di campane in sottofondo, di tanto in tanto. E il rumore di sorsi, e il rumore di risa. Il suono delle biciclette e delle borse della spesa. E il brusio di sorrisi attesi, accompagnati dalla melodia di un vento di primavera. Colpi di tosse, qualche discussione. Un “grazie”, un “per favore”. Fra un “grazie” e un “per favore”, un “ti amo” pronunciato all’orecchio di qualcuno in una lingua che non è la mia. Avrei dovuto indossare una cravatta? Non indosso mai la cravatta. Ma, se è per questo, nemmeno l’orologio. E non bevo nemmeno lo Spritz. E detesto la lacca. E detesto il tuo silenzio aggrovigliato, così come la finzione di un momento soltanto immaginato. Una forchetta e un coltello che stridono sul piatto. Pelle d’oca per quello che non sto dicendo, perché non sto coprendo l’orchestra della vita con tutte le parole pensate e pesate nel tempo, che adesso avrei finalmente l’occasione di dire.
Ti avevo promesso che non sarei tornato, che non avrei più scritto nulla, e in effetti non lo sto facendo. Non lo faccio da una vita. È che a volte i sogni ci si mettono, sai, e anche se ora è finalmente tutto facile, persino finire dentro al letto della prima sconosciuta, io continuo a sognare. E quando mi sveglio mi prende una cosa qui, proprio alla bocca dello stomaco. E mi accorgo che la visione che ho di te, dentro questo sogno, seduta davanti a me sotto al sole di San Marco, dolce e silenziosa nella quiete funebre di una decisione già segretamente presa, mentre rispondi a un signore inglese dal buffo cappello che “No, we’re not on honeymoon. Not yet.”; ecco, mi rendo conto in questa visione tu non c’entri proprio niente. E mi verrebbe quasi da chiederti scusa per aver permesso al mio cervello di usare la tua faccia, l’associazione al tuo ricordo, per comunicarmi tutt’altro. Scusa, per averti di nuovo coinvolto in qualcosa che davvero non ti riguarda. È che il cuore non è un soldatino, come dice Vecchioni, piuttosto un pescatore solitario. Un piccolo uomo che a volte si ritrova prematuramente vecchio e rannicchiato, livido, a lanciar l’amo nel lago dei baci spezzati per pescare l’immagine antica dell’ultimo momento in cui si è sentito davvero felice. È quel piccolo signore sulla riva, a piedi nudi nell’acqua sporca di San Marco, che non sa che altra immagine proporre alle mie notti per combattere la solitudine, se non quella dell’ultima fotografia di gioia sconfinata. Ecco cos’è, questa cosa. Te lo posso dire. È più che altro solitudine. È il mio cuore che dice “Dammi da mangiare”. “Ho fame”. Ha fame, ma io non ho cibo da offrire, e nel frattempo si nutre di lunghissime ombre, tanto stiracchiate e surreali… Completamente distorte nel tempo e nello spazio. Figure anacronistiche che non racchiudono nemmeno più l’idea di quello che erano in principio. Un po’ come gli orologi di Dalì. Quegli orologi che non sanno più da che parte è andato il tempo. Memorie disciolte nella notte, quando la realtà può permettersi di diventare malinconico miraggio. Quando si scambia una preoccupazione per un vecchio amore, un cuore stanco per un pescatore.

Non abbiamo forse finito le stelle?

Non abbiamo forse finito le stelle? Tutte le abbiamo viste e tutte le abbiamo contate. Quelle cadenti le abbiamo rubate, per chiedere al cielo uno scambio, un desiderio inespresso da realizzare. I segreti si confidano al silenzio, ma attraverso il silenzio noi sappiamo vedere i sentieri dell’altro: viali alberati, tronchi robusti, frutti promessi. Primavera.
Quando ti ho sussurrato all’orecchio, senza parlare, che sarei rimasto al tuo fianco e che nient’altro riuscivo a volere, ti ho respirato sul lobo una speranza di fumo. Ti ho mangiato per sbaglio un capello, forse anche un orecchino. Eran buoni i tuoi capelli e la tua pelle, così diversa dal cielo: non ho mai finito di contare le stelle che ti splendevano addosso, durante la notte. A volte tu non lo sapevi. Le trasformavo tutte con le labbra in respiri, silenzi, sentieri.

Tienimi un posto per dove stai andando

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Tienimi un posto per dove stai andando. Sai che un giorno ti raggiungerò.
Come hai fatto tante volte per cena, sapendo che sarei arrivato tardi: mi tenevi in caldo le lasagne o i cappelletti in brodo, mi tenevi piegata la tovaglia e lucido il piatto, capovolto il bicchiere. Tenevi la sedia sotto al tavolo e il fuoco accesso nel camino.
Anche io me ne sto andando, in un luogo molto più concreto e freddo. Continuo a seguire un cammino periglioso, a cercare di sfuggire alle trappole della vita, inseguendo la mia storia, la mia identità. Ogni tanto apro le finestre nelle stanze vuote delle mie parole, faccio entrare il vento che muove le tende bianche e lunghissime e riesco a ritrovare un barlume di poesia, solo dopo avere masticato a lungo. Ma io nel posto in cui vado non posso portarti con me, né posso aspettarti. I tuoi occhi già grigi faticano a distinguere il mio volto e a volte nemmeno la forza della voce riesce a esserti d’aiuto. Le tue gambe ti giocano brutti scherzi, a volte vanno a dormire senza avvisarti. Hai cominciato a perdere i ricordi più recenti per tornare a cullarti nell’immaginazione, nelle foto in bianco e nero della vita quando ti splendeva ancora sulla faccia. Notti di liscio ed allegria, risate e partite a beccaccino. Notti d’estate in riva al mare spese a far crescere le tue figlie, e le figlie delle tue figlie e i loro figli ancora. Notti spese ad insegnarci qualcosina sull’amore, o sui segreti per non scuocere la pasta. Notti di Natale, a tenere un posto caldo per i tuoi nipoti vagabondi; “Sei tornato dall’Austria?”, “Quanto starai via?”, “Non riesco a immaginarti lontano, per tutto quel tempo”, “E adesso riparti?”, “E quando torni?”, “E mangi?”, “E poi?”. E poi?
Vorrei poter trascorrere tutti i miei Natali davanti al tuo camino, a gustare le lasagne che ci hai tenuto in caldo. Eppure so che la vita prima o poi ti lascerà la mano. Ho tanta paura di non essere con te, nel momento in cui per l’ultima volta ti chiederai dove siamo, se stiamo bene, quando torniamo e se stiamo mangiando.
Torneremo. Torneremo tutti, alla fine del tempo. Tu però tienici un posto, come hai sempre fatto.

Una notte di luglio, in una foresta

No, voglio soltanto sedermi. Anche se non ho segreti da rivelare, né bottiglie di vetro da svuotare. Non posso nemmeno offrirti da bere, sai. Credo che il portafogli sia vuoto, o sarebbe meglio dire svuotato, come questa notte senza pensieri, solo sensazioni strane e sudore. Da piccolo pensavo che Agosto fosse il mese più caldo dell’anno. Poi sono andato in Islanda, e il 23 agosto ho visto la prima neve d’estate, sulle cime intorno al fiordo, sopra il Troll Seat. Poi è arrivato questo finale di giugno così terribilmente agostino, questo inizio di luglio infernale, e ho cambiato idea. Forse hanno ragione i Perturbazione e Agosto è davvero il mese più freddo dell’anno… Ma che c’entra adesso? Sono di nuovo nelle pieghe delle mie immaginazioni notturne, dentro una scena che non c’è.
Vieni qui, dunque. Siediti e fatti stringere la mano – anzi, fatti tenere la mano. Anzi, mantenere. Che non la voglio proprio lasciare. Se stiamo immaginando, allora posso anche offrirti da bere. Ti ho portato una birra. La bevi, la birra? Non me lo ricordo. Be’, tieni.
Amie. Sei felice, Amie? Come stai? Hai poi trovato il coraggio di dire a tua madre che l’ami e che ti dispiace? Hai imparato a non nascondere il tuo cuore dentro la stoffa di un vestito? Amie, a cosa pensi mentre guardi il mare? Intendo, ora, a cosa pensi? E cosa vedi fra le onde? Amie, ma ci credi ancora nel futuro? L’hai vista la nave di luce, all’orizzonte? Intendo dire: la vedi ancora? La preghi ancora perché ti porti via? Presto, dimmi che forma hanno le onde, Amie. Che questa fantasia è già finita, tu non ci sei più e io nemmeno, non ci sono panchine né birre, solo una notte afosa di Agosto. Intendo dire: settembre. No. Scusa. Intendo dire: una notte di luglio. Una banalissima notte di luglio che non lascia dormire. Come una voce in una foresta. Come “una nave in una foresta”. Intendo dire: come un cuore – disperso – in una foresta.