Ci deve pur essere un posto dove vanno a finire tutti i dettagli che ho già dimenticato, tutti gli odori e i rumori e le sensazioni di ogni cosa che ho toccato. Ci dev’essere pozzo in cui tutto è caduto per rimanere a galla e sopravvivere, anche solo per la durata delle nostre vite. Qualcosa che non sia come la plastica ma che sia almeno più robusto dell’ultima sigaretta che ti sei fumata. Un angolo in cui si ammassi la polvere dei nostri giorni, di tutti i volti che abbiamo incrociati per caso e di cui ci siamo scordati, di tutte le parole che ci siamo detti, di tutti i baci che ci siamo dati. Se solo anche tu fossi stata di plastica. Ecco, soprattutto le parole, e certi raggi di luce che illuminavano le ore serali, pungenti e curiosi di raggiungerci dalle fessure delle tapparelle e dai fori microscopici del cotone di una tenda. Non pretendo un album di fotografie, niente di consultabile o rintracciabile. Pretendo però un museo per gli istanti scartati, i dettagli cestinati e tutte le piccole gemme di bene e di male che inevitabilmente non riescono a entrare tutte insieme nella scatola nera del nostro cervello. Ci dev’essere un pozzo, una tana nel terreno, sotto la radice di qualche pianta secolare, un campo dove si depositano gli attimi che la coscienza ha deciso di buttare via, per edulcorare e idealizzare, astrarre un ricordo, impacchettarlo, renderlo accettabile o unico, più speciale di quanto non fosse, più indispensabile ora di quanto non sia mai stato. Compresso, zippato, come una cartella digitale, per occupare meno spazio e fare strada a visioni nuove, voci e sensazioni che a loro volta verranno selezionate, impacchettate e distribuite, o cestinate, fino al giorno in cui non saremo più nient’altro che un’ombra dubbiosa, una borsa troppo pesante per non rompersi e perdere il proprio contenuto, una canna nel vento che a mala pena si chiama. Io dico: dev’esserci un posto in cui vada a finire anche il secondo più stupido, anche quell’attimo in cui ti ho spostato un capello, o quella volta in cui ti ho toccato la punta del naso, o ti ho detto “a domani”, oppure “non so”. Un letto dove possa riposare la realtà del mio concreto amore, sfuggita alla ridicola perfezione del ricordo. Dev’esserci rimasta, da qualche parte, la vita. Deve. Per forza. In un luogo inaccessibile di cui non possiamo sapere. Dev’esserci tutto, dal cibo che abbiamo digerito alla volta in cui hai scorreggiato sotto al piumone e sei scoppiata a ridere. Altrimenti che diavoleria è mai questa? Che sadico carosello ci sta trascinando via dal nostro tempo? Che senso hanno l’amore e la vita? Che senso abbiamo noi?

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Mi metto vicino alla finestra per ascoltare una poesia. Recitata dai flauti d’inverno. Domani, domani, il giorno più breve dell’anno. Il giorno più buio dell’anno. Dialogo stanotte con l’unico fiore sopravvissuto, con il mio fiore sopravvissuto. Perché mai non ti ho guardato? Perché mai non ti ho creduto? A volte, persino, ti ho tradito, pur non avendoti avuto. A volte…
Mi lascio cadere una guancia su un palmo di mano. Sono stelle, o solo cristalli di neve sul vetro? Sono occhi o solo nuvole nere? Quante volte rimpiango di non saper suonare il pianoforte. Saprei dirti molto meglio tutto ciò che dovrei dire. Io sono con te, come non sai. Come nemmeno sai. Neppure immagini. Sono nelle pieghe delle mani sporche di farina di mia madre. Sono negli occhi giovani e verdi di chi chiamo padre. Sono anche nel tuo cuore, anche adesso, anche se non mi vuoi. Ho preso in affitto un cartone e faccio il clochard alla stazione degli amori taciuti. Sono attorcigliato alla barba bianca di mio nonno, anche adesso che il sguardo è nascosto dal mondo, come le macchie nere che lascia il sole alla vista, se osservato troppo a lungo. Sono l’odore e la risata di mia nonna. Sono lo scatto in negativo di chi mi ha messo al mondo. Sono una piccola ape vorace che di tanto in tanto ritorna a ronzare intorno al tuo fiore. Soprattutto nel buio di una veglia senza sbadiglio. Sento la neve che mi parla di te. Ci sono fiocchi sollevati dal vento che si scagliano sulle pareti, sulle cortecce degli alberi, sui vetri illuminati di chi si difende dal freddo, legge un libro, beve un tè coi piedi davanti al camino, poi posa gli occhiali, raggiunge qualcuno nel letto, punta la sveglia, dà un bacio e ritrova i suoi sogni, soffiati sul viso dall’abbraccio di un cuscino. Il cuore dell’uomo rimane fedele alla luce. E questo, questo è tutto ciò di cui valga la pena cantare.

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Anche stavolta sono ricaduto dentro la tua macchina. Dio Santo, è il ricordo più banale che si possa immaginare, eppure torna sempre. Come mai? Come mai, mi chiedo, certi momenti apparentemente inutili diventano stalattiti nella caverna umida della nostra memoria, illuminata solo dalla luce eterna di qualche candela? Sei seduta alla mia destra e io ho un enorme libro in mano dalla copertina bianca e la pagine già indurite ed ingiallite di salsedine. Sto zitto. Sento il rumore dell’auto che va. Guardo la sabbia che riempie di fumo noi e le barriere di cemento che ci stanno intorno. C’è l’odore che si sentiva di solito, la spalla destra che mi brucia un po’, il rumore lontano di un videogioco. Ho un taccuino nello zaino, una penna d’argento che mi ha regalato mio nonno per firmare i miei libri. “Per firmare i tuoi libri”, diceva. Ma io l’ho prosciugata in pensieri sconnessi prima che avessi anche solo una copia da firmare. Saresti contento di me? Me lo chiedo spesso. Saresti contento? Io non lo so se ti ho mai perdonato, ma questa è tutta un’altra storia. Forse è me stesso che non ho mai perdonato. Questo ricordo, comunque, non c’entra niente col mio senso di colpa. Si tratta di me dentro quell’auto di ritorno dal mare.Leggo, leggo senza preoccuparmi di controllare che tu sia seduta alla mia destra. So che ci sei, ti sento, sei pesante come non penseresti mai di poter essere. Leggo e mi immergo in una storia e come per ogni storia cerco qualche traccia di me. Forse mi sorridi, ogni tanto. Siamo convinti che questa sarà la vita per sempre. Un’auto al tramonto che ritorna dal mare. Alzo per un secondo gli occhi e mi soffermo sui volti di chi è seduto lì con noi. “Non dimenticherò mai questo momento, questo semplicissimo, perfetto momento”, mi dico.
E non l’ho più dimenticato.

C’è un pomeriggio nei miei ricordi, fermo immobile dentro una foto che ho perso.
Ti regalai una margherita, ma era di plastica. Forse avrei dovuto prendere quel fiore finto come un monito, un avvertimento. Ma come potevo? Avevi un cestino di castagne fra le mani e tutto sembrava ancora possibile. Persino essere felici e dimenticare. O essere persone migliori e non sbagliare più. Come potevo? Il sole se ne stava seduto appena sopra le colline ad aspettar di tramontare, mentre gli odori dell’autunno e una musica paesana si facevano strada per i vicoli, fino nelle nostre orecchie. Fisarmoniche e risate di bambini. Era ottobre. È ottobre ancora.
Ho sempre pensato che la tua stagione fosse la primavera, col fiorire delle margherite e i giri in bicicletta, le gelaterie, le scarpe leggere e le magliette colorate, le bolle di sapone. Credo di essermi sempre sbagliato. La tua stagione è l’autunno, bella e malinconica. Queste foglie rosse che il vento porta in giro. Il fruscio del tuo cappotto dentro al mio. Il cioccolato e le castagne sul fuoco, per far passare le sere davanti alla tv.
Arriva l’autunno e poi va via. Arrivi in autunno, e poi vai via.

Verona
Verona

Questa sera passeggio per le strade di Verona e sono solo. Gli amici sono andati via da un po’, non ho più il cappello in testa, il concerto è finito e con quello l’artificio. Tutti i negozi sono aperti, solo gli ubriachi si siedono sulle panchine, che altrimenti resteranno vuote. Mi correggo, gli ubriachi o gli scrittori con i quaderni in mano. Mi sento stupido, ma non posso fare altro. In fondo, non posso essere altro. Sono tornato a Verona molte volte, ma non sono stato mai da solo, di notte, subito fuori dall’Arena e nelle vie rumorose del centro. Voci italiane, straniere, voci che cantano, che ridono, che raccontano e che pregano, non so cosa e non so chi. Sono strano questa sera, inquieto, forse per colpa di una manciata di canzoni. C’è Verona rumorosa, ma non troppo, abbastanza discreta da lasciarmi tempo e spazio per pensare. Qualche cameriere prova a offrirmi un posto a sedere, un piatto caldo o anche solo qualche cosa da bere. Qualcuno fuma sigarette sotto una colonna, c’è anche una bottiglia vuota su cui ha pisciato distrattamente un cane. Nessuna automobile dà fastidio al ronzio delle stelle. Questa sera mi sono seduto su una panchina a Verona e ho aspettato. Aspettato cosa non si sa. Aspettato che i pensieri tornassero da me dopo giorni di incertezza e confusione, che la ragione, o i ricordi, tornassero a farmi compagnia. In un secondo ho ripensato a tutti i sogni che abbiamo gettato giù da questo ponte, o piantato in questa Arena, come le bandiere alte e prepotenti della nostra età. Era bello l’amore, quando si occupava solo dei giorni che mancavano a Natale e delle luci accese, dei regali da scartare. Era bello quel mondo leggero e senza ombre di cui non è rimasto niente, un po’ come il negozio di Lacoste in cui non volevo entrare: ora è diventata una gelateria artigianale, già chiusa a quest’ora, nemmeno utile a togliersi un momentaneo appetito. Tutti i sogni che avevamo, semplici come un cappello di lana sulla testa per proteggersi dal gelo, come le mani nelle mani e due baci congelati e ingenui. Non era altro che questo, l’amore. La semplicità di una panchina e di una merenda da finire, delle ore rapide da far passare. Bianco come il Natale. Una sola parola, senza puntini di sospensione e senza scuse. Era una sera a Verona, e una stella bianca piantata davanti all’Arena. Il tempo ha spento ogni luce e si può solo ricordare. Stasera che sono solo, che nessuno mi vede, né mi parla, né si cura di me. Il tempo si è fermato, si è già fatta l’una e vado via.

Non dirmi che non conosci questo posto. Ci siamo stati insieme, anche se tu non lo sai. Ci siamo stati nelle sere che non passavano, negli urli contro il soffitto soffocati solo dentro al cuscino. Siamo usciti entrambi per le strade deserte a cercare una luce, verso il ghiaccio perenne a cercare l’oblio o, per assurdo, calore. Che poi così assurdo non è, nemmeno amare. È solo un po’ ridicolo, ridicolo in un senso tutto positivo, come le lettere che si scrivono. Ma tu mi vedi? Non so più essere ridicolo, né dolce, né romantico. Non so più attaccare cartelloni a porte e cancelli ancora chiusi, solo per far vedere il mio cuore. Eppure ti vedo, come quando ho cominciato, ti vedo ancora. Eri tu con me davanti alle Ninfee. Sarà quella stanza tutta bianca e surreale dell’Orangerie: è così che immagino l’oblio, la tensione verso qualcosa di stupendo e inafferrabile, che non ritorna mai. Si guarda dritto avanti, alla bellezza, con la speranza di ritrovarla qui e di non fare più gli spettatori. Ero nella stanza dell’oblio quando ti ho sentita lì seduta, all’improvviso e per la prima volta ho distolto lo sguardo dalla mia contemplazione, dalle pennellate rapide e perdute. Ti ho vista lì, e ti vedo. Nella stanza dell’oblio.
Ma forse tu guardi ancora avanti, fai ancora sprofondare gli occhi nella tela, come succedeva a me prima che ti sedessi. TI ho chiesto di colorarmi il cuore, anche senza guardare, con pennellate rapide e cieche, anche frettolose. Eppure tu non parli mai e continui a non vedere. C’è solo questa sala bianca, ci sono solo le Ninfee. Tutto il resto è un brusio di sottofondo che s’intona con il tuo torpore. Chissà quanti pezzi ha perso anche il tuo cuore. Chissà chi ti verrà a svegliare.