Sestri Levante

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Reykjavík’s Tjörnin, Islanda

9 maggio
La scorsa notte l’ho trascorsa in hotel, per lavoro. Il sole di inizio maggio che inizia a rubarci le notte, restandosene seduto sull’orizzonte a gambe incrociate, con le sue guance rosse e rotonde gonfiate nello sbuffo di chi a tutti i costi non se ne vuole andare. All’improvviso, verso le otto, do un’ultima occhiata alle email e noto una nuova linea in grassetto, in cima a quelle già lette. Viene da casa, dall’Italia. È una vecchia signora di Sestri Levante. Ho subito pensato a Vecchioni, a quella bellissima canzone, e alla lontananza. A un’amica lontana che nella stessa situazione sarebbe stata colta dagli stessi stessi pensieri. Penso alla primavera assente del Nord, ritardataria e insieme troppo frettolosa. Penso ai campi e ai treni. Lo sapevi che in Islanda non ci sono treni? Non esistono le ferrovie. Che Paese è un Paese senza treni? Dov’è che le persone di siedono per scrivere e sognare? Come fuggono via, immaginando un’avventura, o magari una vita tutta nuova, anche se nel tempo compresso e nervoso dei pendolari? Sestri Levante e un serie di accordi che vola, da questa stanza alla sua. Prende un treno invisibile fino a quella stretta strada di campagna senza lampioni. Solo lucciole, semmai. Magari qualcuna l’hai già vista e ti dà già la buonanotte. Buonanotte. A presto. Buon compleanno.

Acquacheta

Alla finestra

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Artwork di Marianna

Fammi spegnere la luce, che non ti vedo da un po’. Sai com’è: non ti vedo né col sole, né con le lampadine accese. Anche se voglio comprarne qualcuna, sai? Un filo di luminarie natalizie da appendere sul letto, come piace tanto agli hipster, soprattutto al Nord. Qualcosa che si veda dalla strada, che faccia della mia finestra una di quelle che uno scrittore affamato potrebbe fermarsi ad osservare. Quando cammino per questa città sproporzionata, grande e piccola insieme, mi incanto spesso di fronte alle finestre piene di decorazioni. Qualcosa di nordico, dettagli che regalano all’ambiente un calore unico e particolare, anche da fuori. Ti viene voglia di chiederti perché sui vetri stiano appoggiate certe bambole, certi colori di candele, o perché ci sia quel vaso, quella pianta, o quella piccola statua di legno. Ti sembra di riuscire a leggere una storia, o almeno ti viene da inventartela, mentre il vento ti scuote da ogni parte e sembra che soffi sempre a tuo sfavore. C’è una tazza di tè bollente di fianco al computer, a sinistra. Tazza nera. Chritmas Tea, diceva la confezione. L’ho comprato senza un vero perché. L’ho comprato come si compravano da piccoli i calendari dell’avvento con un cioccolatino al giorno da scartare. Sai che si tratta di prodotti e che quello stesso tè, così come quella cioccolata, sarà rivenduto fra un paio di mesi sotto un altro nome. Eppure, per adesso, è Tè di Natale, e può andare bene. Perché c’è un vecchio signore con la barba bianca e il cappello rosso disegnato sul cartone – sì, proprio quello inventato e pubblicizzato dalla Coca-Cola. Lo stesso Santa Claus che piace tanto alle multinazionali. Stasera non importa. Ma in realtà non mi è mai davvero importato. A cinque anni non sapevo cosa fossero le multinazionali e comunque non aspettavo di certo il Natale solo per i regali. Da adolescente ancor meno. Il Natale ha avuto per tanti anni qualcosa di speciale, che andava oltre il rumore della carta strappata, o conservata quando possibile per farla riutilizzare alla nonna l’anno successivo. Natale è buio senza arresa. Colori e luce che invadono la notte. Vapore che esce dalle labbra che si baciano, calore dalle mani che si amano e dai forni e dai camini delle case in cui si cuoce per decine di persone. Natale è spegnere la luce, tenere solo qualche piccola lampadina accesa, o forse un fuoco. È più bello così. Più delicato. Ti lascia il desiderio dell’estate senza però darti in pasto al buio e al ghiaccio delle sette di mattina.
Fammi spegnere la luce, che non ti vedo da un po’. Vorrei mettere delle luminarie alla finestra, di quelle che di solito si arrotolano agli alberi, di quelle che si vedono da fuori. Vorrei metterle perché tu possa notarle. Magari un giorno, verso sera, potrai seguirle e ritornare.

Il terzo giorno d’inverno

Mi ricordi un accordo di pianoforte, quell’accordo che quando suonato mi riporta a una sensazione primitiva, forse prenatale. È come se il senso della vita mi si attorcigliasse nello stomaco quando quella precisa sequenza di tasti viene premuta: l’aria trema e mi solletica l’anima, fino a farmi chiedere che senso abbia la mia vita. È un accordo che mi fa pensare al primo amore, alla cecità che ne deriva. Un solo colpo, un solo accordo, e la lucidità viene travolta dal tuono. C’è sempre una donna, nascosta in quell’accordo, ci sono sempre due occhi dai contorni amorevoli, due mani calde sempre pronte a stringere le mie. Sono nato in una famiglia di donne: mia madre, mia nonna, sua madre, due zie, due cugine, una cugina più piccola, quasi coetanea, che è diventata mia sorella, e molte altre. Ho amato una donna per anni, crescendo con lei, regalandole i giorni migliori, fino a pensare di poter morire un pomeriggio d’autunno, per aver perso il suo sguardo.
Foglie gialle e rosse, come quelle di questo pomeriggio. È un accordo femminile, questo accordo di piano che mi rimbomba nel cervello. È un accordo aggraziato, che balla al rallentatore calpestandomi lievemente il cuore. È una risata di donna, la sua allegria, il suo pianto segreto.

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Foglie gialle, rosse e accordi d’amore. Cartelloni rosa. Altre donne. Le donne di Reykjavík, questa volta, scese in piazza il terzo giorno d’inverno, col favore di un sole già basso e di poche nuvole in cielo. Sono scese su Austurvöllur per i loro diritti, per far sentire la loro unica voce. Pare che il paese perfetto non lo sia poi così tanto. Pare che il loro salario sia mediamente più basso di quello dei loro colleghi uomini, come se su dodici mesi ne lavorassero gratuitamente due. Così hanno deciso di farsi sentire, marciando per il centro di Reykjavík, decidendo che la giornata di lavoro sarebbe terminata alle 14.38 precise. Madri, figlie, figlie delle figlie. Cartelloni rosa, cori e canzoni. E un inverno appena arrivato che con un sorriso è venuto a salutare.
La nave attraccata al vecchio porto cittadino si staglia su un cielo che sembra dipinto, che si fa perdonare per tutti i giorni di pioggia e di vento che l’hanno preceduto. La vita a Reykjavík procede senza castagne e senza Sangiovese. La neve si sta già divorando le cime dell’Esja, in questo giorno di festa dal nome difficile (Kvennafrídagurinn), eppure io non mi posso lamentare.

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Il ventiquattro ottobre è una storia d’amore che inizia con gli occhi puntati sul sole e finisce in un bar: Kaffi Vinyl, Hverfisgata 76. “Put some record on and have a coffee”, “Americano?”, “Yes, don’t even ask me to try their Espresso!”, “You might be surprised”. Potrei rimanere sorpreso. Come a Reykjavík, il terzo giorno d’inverno, una giornata di nuvole e sole. E un accordo primitivo che mi ricorda l’amore. “Ég er að sitja þarna, ég er með henni”.
Ecco, è partita anche la canzone, da un giradischi vicino al bancone. Sono i Beatles, “All my loving” la traccia. Mi mancherà domani quella ciocca rossa, quell’accento francese. Ma adesso sono ancora qui, rinchiuso in un giorno perfetto, dentro una foto in bianco e nero. Il terzo giorno d’inverno.

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A Reykjavík e ai silenzi

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Vista sulla città dall’Hallgrímskirkja, uno dei simboli di Reykjavík. Di tanto in tanto bisogna fare anche i turisti.

È una domenica fredda di settembre e il sole splende senza pudore, dopo aver messo a nudo il cielo. Ha sollevato la coperta di nuvole che lo scaldava e lo ha esposto al freddo immobile dell’autunno islandese, fatto di molti più colori di quanto si possa pensare, ma soprattutto fatto di vento che incalza e pioggia orizzontale.
Nella stanza adiacente la mia coinquilina sta facendo pratica, vuole imparare in fretta a suonare Cherry Wine di Hozier, una canzone della mia playlist di Spotify che ha sentito l’altro ieri sera per la prima volta, davanti a una cena messicana offerta generosamente dalla coinquilina canadese di origini filippine che vive in Islanda. J. ha i capelli rossi e suona la chitarra. Non è molto alta, ma ha due bellissimi occhi rotondi e ciglia lunghissime. Sul braccio sinistro – credo – ha tatuata una nave vichinga in mare aperto. Abbiamo molto da dirci, ma soprattutto da non dirci. Soprattutto quando è nell’altra stanza e suona la chitarra, e io sollevo gli occhi da qualche saga scritta in antico norreno per avvicinarmi al muro e sentirla cantare. Sì, perché J. sa anche cantare, anche se molto più spesso fischia per vergogna. È dolce. Dorme con un peluche dall’aria irresistibilmente soffice, un cane dal nome buffo, una parola francese che non saprei ripetere e che in italiano si potrebbe tradurre con “tontolone”. J. parla francese – voglio dire, è la sua lingua madre – e spesso io stesso le chiedo di farlo. Non ho mai amato il francese, una lingua da parlare a bocca stretta e naso chiuso, con le pupille leggermente sollevate, i capelli leggermente spettinati e magari un dolcevita da intellettuale. Una lingua dalla pronuncia irritante al mio orecchio, soprattutto quando si mette a imitare le altre. Eppure c’è una ragazza dai capelli rossi, con una nave tatuata appena sotto la spalla sinistra, che mi fa venire voglia di sentirla parlare. Sarà il suo timbro acuto e rilassante, o forse sarà soltanto che sta suonando Cherry Wine e io mi sento tanto ipnotizzato da volermi appiattire contro il muro per sentire meglio. A volte mi parla in francese, consapevole che nella stanza sarò l’unico a capirla. A volte le parlo in italiano, con la stessa convinzione. Altre volte – come dicevo – è importante non parlare, interrompere per un attimo lo studio e guardarsi un po’ intorno: una splendida domenica autunnale, la musica che viene dall’altra parte del muro, l’aria fredda che si fa strada attraverso la finestra e che dà quel giusto brivido per non sentirsi saturi in un giorno come tanti, un momento come tanti, saturi di vivere, insomma. Pelle d’oca. Non so se sia il vento o la musica. Cherry Wine.
Bisognerebbe fare un brindisi a Reykjavík e ai silenzi. A Reykjavík. Al sole. E ai silenzi.

L’arrivo in Islanda

Mi ricordo ancora l’atterraggio a Keflavík, il tentativo di guardare fuori, di vedere il profilo dell’Islanda nel crepuscolo della notte estiva e di fissarlo poi nella memoria per sempre. Sull’autobus verso il centro, tenere il naso appiccicato al vetro della vettura, con la curiosità del bambino, per vedere la linea rossa del sole che non tramontava. Erano le due di notte, ma sembrava quell’ora della sera in cui si alza il vento, l’aria si rinfresca e il sole comincia a salutare. Non sarebbe sceso più in giù di così, anzi, sarebbe risalito facendomi risvegliare di soprassalto, poche ore dopo, nella stanzetta colorata di un ostello, su una traversa della via principale di Reykjavík. Vedere le casette di lamiera colorata nella luce blu, il Tjörnin addormentato, accovacciato nella notte incerta insieme ai suoi gabbiani; mi ricordo i sussulti del cuore, la meraviglia del pensiero. Ricordo ogni singolo brivido che mi ha attraversato la pelle entrando nella capitale. Scesi dall’autobus, trasportai la mia pesante valigia nell’ostello, mi avvolse la consapevolezza che per il mese successivo l’Islanda sarebbe stata la mia casa. Un mese tanto bello da sembrare un giorno. Una distanza tanto grande, ora, da sembrare invece infinita. Mi coricai dopo aver spedito a casa messaggi di rassicurazione. Non so come riuscii ad addormentarmi, come riuscii a placare l’entusiasmo, il respiro affannoso, la sensazione profonda di essere finalmente arrivato. Finalmente nel luogo sognato. Finalmente coi piedi piantati sul mio Nord. Finalmente a casa. Perché non avevo il minimo dubbio di ciò che avrei trovato, non avevo paura che il sogno s’infrangesse sugli scogli dell’esperienza reale. E infatti non fu così. Per questo mi manca ogni giorno. Ci penso ogni giorno. E spero, ogni giorno, che si avvicini il momento di tornare a casa.
Find your North.

Il bellissimo video proposto oggi è il frutto del viaggio di Lea et Nicolas Features nella terra del ghiaccio e del fuoco: una prospettiva (finalmente) diversa dai soliti campi lunghi, un racconto fatto di frammenti, ritagli, ricordi personali di un viaggio vissuto davvero e profondamente. “Everything makes sense now”.