Ora che tutto sembra finalmente facile, ora che il sole splende a mezzogiorno, mi vedo ancora certe volte seduto al tavolo di un bar, nel centro storico di una città del nord Italia. Quei maledetti uccelli che ci svolazzano intorno. Credo di avere davanti uno Spritz. Tu lo sai che mi fa schifo, però rende l’idea. Anche se ci sono le nuvole, indosso i miei ultimi occhiali da sole, costati troppo e troppo presto rotti per qualche ragione – probabilmente schiacciati da un volume titanico di linguistica storica. Potrebbe persino cominciare a piovere. Ho una camicia ben stirata a quadretti bianchi e blu e un orologio, naturalmente nero. Della lacca nei capelli per somigliare almeno un po’ a uno degli attori che ammiri alla TV e che non si capisce come facciano a non spettinarsi mai, nemmeno quando l’autrice decide di coinvolgerli in disastri aerei o attentati terroristici. Avrò qualche goccia di quell’unico profumo che indosso dal 2006 e di cui possiedo l’ultima bottiglia in circolazione, ancora mezza piena. La raccolgo dalla mensola solo per le occasioni speciali. E sulla serietà di questo aperitivo che va avanti in eterno dentro ai miei pensieri non c’è da dubitare. Si sente un suono di campane in sottofondo, di tanto in tanto. E il rumore di sorsi, e il rumore di risa. Il suono delle biciclette e delle borse della spesa. E il brusio di sorrisi attesi, accompagnati dalla melodia di un vento di primavera. Colpi di tosse, qualche discussione. Un “grazie”, un “per favore”. Fra un “grazie” e un “per favore”, un “ti amo” pronunciato all’orecchio di qualcuno in una lingua che non è la mia. Avrei dovuto indossare una cravatta? Non indosso mai la cravatta. Ma, se è per questo, nemmeno l’orologio. E non bevo nemmeno lo Spritz. E detesto la lacca. E detesto il tuo silenzio aggrovigliato, così come la finzione di un momento soltanto immaginato. Una forchetta e un coltello che stridono sul piatto. Pelle d’oca per quello che non sto dicendo, perché non sto coprendo l’orchestra della vita con tutte le parole pensate e pesate nel tempo, che adesso avrei finalmente l’occasione di dire.
Ti avevo promesso che non sarei tornato, che non avrei più scritto nulla, e in effetti non lo sto facendo. Non lo faccio da una vita. È che a volte i sogni ci si mettono, sai, e anche se ora è finalmente tutto facile, persino finire dentro al letto della prima sconosciuta, io continuo a sognare. E quando mi sveglio mi prende una cosa qui, proprio alla bocca dello stomaco. E mi accorgo che la visione che ho di te, dentro questo sogno, seduta davanti a me sotto al sole di San Marco, dolce e silenziosa nella quiete funebre di una decisione già segretamente presa, mentre rispondi a un signore inglese dal buffo cappello che “No, we’re not on honeymoon. Not yet.”; ecco, mi rendo conto in questa visione tu non c’entri proprio niente. E mi verrebbe quasi da chiederti scusa per aver permesso al mio cervello di usare la tua faccia, l’associazione al tuo ricordo, per comunicarmi tutt’altro. Scusa, per averti di nuovo coinvolto in qualcosa che davvero non ti riguarda. È che il cuore non è un soldatino, come dice Vecchioni, piuttosto un pescatore solitario. Un piccolo uomo che a volte si ritrova prematuramente vecchio e rannicchiato, livido, a lanciar l’amo nel lago dei baci spezzati per pescare l’immagine antica dell’ultimo momento in cui si è sentito davvero felice. È quel piccolo signore sulla riva, a piedi nudi nell’acqua sporca di San Marco, che non sa che altra immagine proporre alle mie notti per combattere la solitudine, se non quella dell’ultima fotografia di gioia sconfinata. Ecco cos’è, questa cosa. Te lo posso dire. È più che altro solitudine. È il mio cuore che dice “Dammi da mangiare”. “Ho fame”. Ha fame, ma io non ho cibo da offrire, e nel frattempo si nutre di lunghissime ombre, tanto stiracchiate e surreali… Completamente distorte nel tempo e nello spazio. Figure anacronistiche che non racchiudono nemmeno più l’idea di quello che erano in principio. Un po’ come gli orologi di Dalì. Quegli orologi che non sanno più da che parte è andato il tempo. Memorie disciolte nella notte, quando la realtà può permettersi di diventare malinconico miraggio. Quando si scambia una preoccupazione per un vecchio amore, un cuore stanco per un pescatore.

Nella quiete di un oliveto la lieve contemplazione della luna, la pietra fredda della cascina poco lontana. Gambe nude e gonfie e occhi stanchissimi. Mio cugino sull’uscio che intona un canto per persuadere due nuvole a non assediare il cielo. Struggente e tribale, una visione raccolta in un secchio fra lacrime d’Africa. Solo il suo volto nelle pieghe del deserto. Solo, in mezzo al mio cuore, il mare aperto. Un filo d’erba a penzolare dalle labbra semichiuse. Il fiume che invita a restare. Inizia a rinfrescare, ma non abbastanza da far muovere un muscolo. Sui volti di tutti veleggia un pensiero di morte. Un brivido anticipato che ci dirotta a triste conclusione. Io e te in un angolo, i ginocchi travolti da chiazze di verde e sparso fogliame. Una coccola dietro le orecchie. Una coccola cui segue una coccola, cui segue una coccola, che mi sbriciola amore sul collo, mentre mi morde con denti affilati e serrata mandibola il desiderio di te.
Ma a un tratto una donna dietro al volto della donna che amo ci costringe a lasciare il giaciglio, a infrangere lo specchio della nostra indifferenza mimetica. Un’anziana signora con gli occhi che brillano facendo da specchio alle stelle ci informa che le ricordiamo il suo giovane amore. Eccola, allora, che ci invita ad osare, a bere dalla coppa più vino, a consumare con foga la carne che tanto comunque verrà consumata, a leccare il sudore dei nostri corpi contratti, a promettere il cielo di un futuro ancora segreto, a promettere il mondo e la fede di continuare a esistere insieme. Ci invita a far finta che non si possa giungere al termine di questo amore infinito e spaziale. La nostra cosmica placida concentrazione. Il tuo volto rotondo come il sole. Le tue guance piene di lune. Quell’orgoglio di donna indomabile. Poi invece una piega sul labbro che preannuncia la resa del cuore. Accarezzo un tuo piede annerito dai bagni d’estate e rispondo “Lo dica, lo dica pure al mio amore”. Lo dica, lo dica pure al mio amore. Accarezzo la caviglia e il braccialetto comprato su lacrime d’Africa. Solo nel deserto, solo il suo volto, solo il mare aperto. Ma tu adesso piangi in silenzio, piangi tanto da concimare le ore… Al limitare della bocca raccolgo via le tue lacrime in recipienti di piccoli baci. Da quella più dolce distillo una nuova insperata confessione: anche il mio amore mi ama, ma non lo sa dire.

Cosa resta di un inverno su una costa malinconica nel Nord? C’è la carcassa svuotata di un gabbiano sulla spiaggia, talmente vuota da sembrare un acchiappasogni, adesso. Ci sono solo piume e reticoli, reticoli di cartilagine e piumaggio bianco in disordine. Che cosa resta del cielo preso a pugni dalla notte? Un sole che riemerge dall’ennesima sconfitta. Il sole sa quanto sia importante, la sconfitta. Non vivrebbe senza, non sarebbe, senza. Senza l’assenza del sole per metà del mondo non esisterebbe luce a illuminare i prati, a dare robustezza agli steli e coraggio ai fiori per schiudersi. Il sole ci prende in giro, vedendoci cadere, vedendoci soffrire e leccarci le ferite. Prende in giro quel gabbiano un po’ triste che si avvicina alla morte, inconsapevole del fatto di poter tornare. La vita come ciclo ed eterno ritorno: l’intuizione tiepida di questo marzo bislacco e brontolone. E se non dovessi rinascere, amico gabbiano, sappi che sarai pur sempre qui, su questa sabbia nera che risalta le tue bianchissime piume, reticoli e piume. Sei l’acchiappasogni di un bambino che ti osserva curioso, fra il lancio di un sasso e un altro. Sei l’amuleto che è finito su questa pagina di carta riciclata e inchiostro nero, che mi fa pensare al sole. Ti sei invischiato nei pensieri di un uomo che cammina. Non sarai mai nemmeno in grado di capire, perché, anche se parlassi, probabilmente garriresti solo in islandese. Come se importasse cosa ci diciamo noi, sotto questo sole. Sai, era da molto che non vedevo tanti giorni di sole, attaccati l’uno all’altro, quasi sfacciati dopo le tormente delle scorse settimane. Quasi a dire: o tutto, o niente. O tutto, o niente, sei d’accordo?
Quale sogno mi hai rubato, carcassa di gabbiano? Quello lì, nell’angolo, nascosto? Proprio quello lì, in cui grido: o tutto, o niente, o adesso, o basta? Quello in cui non ho pazienza, né contegno? Quello in cui piango? Quello in cui ritorno? Perché invece di rubarmi i sogni non mi rubi un incubo? Ne avrei tanti da gettarti sulla sabbia. Che posso pretendere, però, da te, gabbiano? Hai già avuto i tuoi personali grattacapi. Non hai nemmeno più una forma che somigli a te. Chissà, forse una volpe si è fermata e ti ha svuotato. Forse sei un acchiappasogni un po’ speciale, e ti prendi solo quelli belli, quelli che ti diano un po’ di pace.
Ora, caro gabbiano, ti devo superare. Questa spiaggia nera, questa luce e questo mare, mi bisbigliano il mio nome. Mi ricordano chi sono e su quale sentiero conduco i miei passi. Mi ricordano quei due o tre sogni che inseguo e che – questi no! – non ti posso proprio dare.

Il dottore prescriverebbe silenzio. Il dottore mi direbbe: taci. Non fosse altro per decoro ed amor proprio.
Il dottore prescriverebbe lontananza, anche se “la lontananza, sai…” non conta niente. Il dottore mi proibirebbe certe playlist di Spotify, le penombre, e mi direbbe che invece di ostinarmi a vivere in acustico dovrei lasciare i segni dei miei morsi sulla vita. Il dottore mi direbbe che la chimica del cuore ha regole precise. Lascia fare, lascia stare, prova un po’ a sparire. Mi darebbe una ricetta per gli sbalzi d’umore e una mezza pillola per i crampi fra le costole, come quelli che ho provato all’ultimo risveglio, lasciandoti nel sogno, lì dietro, nella visione che culminava con te e me sotto un ciliegio.
Il dottore mi direbbe cos’è giusto e magari mi farebbe rinsavire. Due colpi sulla schiena e “dica trentatré”. Che poi, l’ha mai detto davvero qualcuno, trentatré? O non bisogna piuttosto respirare? Soltanto respirare?
C’è un silenzio crudele in questo ambulatorio freddo, incupito dai tanti mobili in legno spesso e lucido, a prima vista molto antichi e parecchio annoiati. Non ho ancora avuto le mie medicine. Quel camice bianco un po’ ingobbito e un po’ distratto mi dà le spalle, finalmente, ripiegato su un cassetto a cercare un campione di antibiotico o un blocco di ricette. Borbotta qualcosa sul dolore al petto, sulla tosse e sul fatto che quel leggero male passerà. Io non lo ascolto più di tanto e penso che fra un minuto potrebbe voltarsi e accorgersi di me. Potrebbe iniettarmi un siero contro le parole, per fermare i brividi lungo la schiena e farmi fare troppo tardi. Potrebbe prescrivermi il silenzio, il mutismo selettivo. Potrebbe voltarsi e accorgersi del fatto che non muoio dalla voglia di guarire. Potrebbe dirmi “stringi i denti” e riversarmi dallo stantuffo un antibiotico per smettere di pensare a te. Mi direbbe: non parlare. Forse alzerebbe gli occhi al cielo e con una smorfia giudicante arriccerebbe la punta della bocca e, tutta in blocco, anche la sua folta barba grigia e un po’ arruffata, infeltrita come i cappelli dei vecchi signori tirolesi sempre imbronciati. Ho ancora un attimo, però, un istante brevissimo di libertà in cui non può vedere, in cui posso voltarmi e ammetterlo che mi manchi e che non voglio ripartire. Santo dio… Ecco tutto.
La presa sul braccio mi sembra un po’ troppo ferma. “Stringi i denti”, dice. “Mi scusi, ma?”. Fa una prova all’aria e poi si fionda su una vena.
“Ecco fatto, mi dicevi?”
“Ha finito?”, chiedo, “Non ricordo, a dire il vero. No, non ricordo proprio che volevo dire. Forse solo: trentatré”.

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Svegliati, Emmett. Le fragole sono finite. Non c’è più nessuno, qui. Abbiamo lasciato la casa sul lago centinaia di anni fa. Emmett, perché continui a tornare? Perché continui a tormentarci? I grilli non cantano più, il fiume che fiancheggiava rumoroso e abbondante i campi di cipolle è stato rapito dal suo letto assetato di pioggia. Emmett, perché ci costringi a ripetere il tuo nome? Tu ripeti i nostri come fossero preghiere, ma non siamo che visioni impigliate fra le fronde, chiazze di muffa a divorare la carta da parati prima tempestata delle rose che tuo nonno amava tanto. Emmett, vattene via e non tornare mai più. Su questo lago non hai lasciato niente che non siano ricordi sbiaditi e vagabondi. Non appartengono a nessuno, nemmeno alla tua malattia. Il tempo li ha allontanati anche da te, trasformandoli in visioni distorte di un’epoca infinitamente lontana. Emmett, non ritornare fra queste campagne, non immergere di nuovo il tuo corpo stanco e inaridito in queste acque. Non ci sono più le voci di un tempo felice a ridere dell’estate acciecante di una gioventù condivisa, non esiste più nulla oltre la durezza di questo ammasso di rovi che ti impedisce di entrare. Non cercare di spezzarli, non tentare di reciderne i rami e le radici, Emmett. Afferra il tuo bastone e allontana i tuoi passi per sempre. Non vedrai più bianche vestaglie, la frenesia dei volti e le ceste colme di frutta di stagione. Non vedrai più niente, oltre a questo cancello, solo la tua ombra scura ed ingobbita. Lascia tutto, Emmett. Rimani fedele alla vita. Le fragole sono finite.

Non ho la leggerezza di una farfalla. Per questo vengo a nascondermi da te.
Molto tardi ho imparato a parlare delle cose semplici e dei giorni. Di un cielo, di un cane, di un prato, o di un’arancia. Così doveva iniziare il mio libro sulla perdita dell’innocenza, con una scena di mercato e un bambino che fissa un’arancia, tenendo la mano a qualcuno. A quel punto doveva scivolare in primo piano l’immagine del sole. Poi di nuovo il frutto, poi di nuovo il sole. Sarebbe diventato chiaro in poche righe che si trattava di un’equazione semplice e concreta. Il quaderno precedente lo avevo riempito di un racconto epistolare distopico e angosciante. Una manciata di lettere carbonizzate sul finale, appena in tempo per rendersi concime per le stelle alpine. Ancora non ero capace di parlare, se non in piena notte, con gli occhi spalancati sulle mie visioni. L’abisso della morte mi camminava a fianco, e più allungavo i passi, più l’orlo si spostava e mi seguiva. Fu un’estate di grandi temporali, di pioggia come sputi sulla faccia. Cantavano i grilli e a me sembrava che piangessero per noi. Dopo aver bruciato tutto mi sono risvegliato, una mattina, sulla piazza di un mercato. Un’arancia posata sul bancone, poi un bambino coi capelli neri. Doveva essere una storia semplice. Doveva essere l’atteso ritorno alla terza persona, al narratore esterno che sa tutto e ficca il naso negli affari di chiunque quando vuole. Doveva essere una fotografia, questa storia nuova. E invece sono ritornato “io” e la piazza soleggiata si è trasformata in una stanza. La stanza dove Kathy nasconde i suoi romanzi e libri di poesie, o dove io ho nascosto Kathy, o forse quella stanza immaginaria dove tutto miracolosamente resta insieme. La porta che possiamo aprire su tutto ciò che abbiamo perso, o sulle strade che avremmo potuto percorrere ma non abbiamo preso. La stanza di Kathy è un’altalena piantata fra le onde, o dentro una foresta, è un bivacco di montagna dove potersi rifugiare. Come quella notte di mezza estate, stesi su dei teli da mare fuori dall’Osservatorio Astronomico di Imola. Non vidi neppure una stella cadere, ma il mio ricordo ora me ne mostra a centinaia. Mi sentivo al sicuro.
Io non ho la leggerezza luminosa di una lucciola, ma la stanza di Kathy l’ho riaperta poco fa, quando ti sei seduta su questo prato ad ascoltare. Ti ho offerto un po’ di pane, poi ho sparso sul panno di cotone delle vecchie foto e riempito il tuo bicchiere. Mi chiedo sempre che effetto avrebbe fatto stringersi le mani. Mi chiedo se continuerò anche adesso a trovare le parole, o se te le sei portate via dentro al cestino con le fragole. Oh, fossero almeno concime per le tue.