Che invece niente

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Mi basterebbe un fulmine, o un’onda. Sentire il boato di una diga che si rompe. Ammaccarmi la testa nella grandine di agosto. Mi basterebbe essere colpito da una tegola, mentre passeggio raso al muro di un casolare di campagna in cui sarei andato a nascondermi, solo una torcia e un telo per stendermi e osservare le stelle. E una candela, forse. Un secchio pieno d’acqua e candele galleggianti, come quella sera a quella festa. Ti ricordi? Mi basterebbe che le bucce d’arancia che poso sul termosifone rilasciassero davvero un buon odore per la stanza, come mi ha detto una volta mio zio. E a te che basta, basterebbe? Ti basterebbe parlare con me davanti al fuoco? Sporcarti le mani a raccogliere fiori per adornare i tuoi capelli? Ti basterebbe l’odore del mare? A me basterebbe affogare, anche solo per un secondo. Perdere coscienza un istante, prima di essere trascinato fuori dall’acqua, tirato per i capelli fin sopra le conchiglie affilate, sopra la sabbia. Ti basterebbe l’involucro di una castagna per nascondere il mio amore agli occhi invidiosi del mondo? Ti basterebbe la luce di un lampione, un bacio veloce e distratto prima di un concerto? Ti basterebbe la scala che porta in soffitta? Oppure la scatola che tieni ancora là sopra nascosta. Gli album di una vita. Ti basterebbe guardare la fine del mondo dal finestrino sporco della mia auto ammaccata? Facevo ancora la caccia ai tuoi capelli, la caccia alle tue gambe esili, con la mano, la sera, mentre guidavo guardando avanti, mentre cantavo distratto, mentre la stoffa del sedile mi diceva che invece. Che invece. Invece no. Non basterebbe niente. Nemmeno un fulmine, nemmeno tutti i cortili del mondo di sera d’estate.