Il raccolto delle parole

Un’altra estate che mi scivola via dalla tasca di pantaloni più larghi di quelli che indosserò domani. La prima estate da due anni che abbia il sapore di tutto ciò che è sempre stata. Oggi mi riposo, poso il corpo sudato e stanco su questa poltrona, e piazzo qualche macchina infernale a rinfrescarmi. Domani, o quando sarà, srotolerò la pergamena del silenzio, delle parole che mi sono cadute sotto al sedile, o nel risvolto blando di braghe leggere, dentro la borsa del mare, o nel catino di nonna Mirella. Le parole rimaste appese allo stendino, schiacciate involontariamente da una racchetta da ping pong. Raccoglierò dall’orto quelle che ho perso aiutando mio nonno nella pesca dei pomodori da sei etti, i figli giganti del suo polso inumidito e stanco, i semi germogliati del sudore di ottant’anni di pazienza. Gli chiederò di alzare le ciabatte di cuoio dalle piastrelle, per controllare che non sia rimasta qualche sillaba anche sotto la suola. Controllerò gli angoli, gli scaffali e le credenze, per essere sicuro di aver raccolto tutto ciò che non ho detto. E me ne andrò, con un sacco bello pieno di verdure e verità taciute. Ti dico che ti voglio bene fin troppo spesso, da quando il collo ti si è ingobbito su un ricordo. Sono dolce ed irritante, quasi peggio di un bambino, da quando le tue pupille si mettono a inseguire il mondo a ritmo un po’ più lento. Ci saranno sempre cose da non dire, però, e devo farmene una ragione. Cose che avrei voluto fare, posti che avrei voluto visitare, persone che avrei voluto abbracciare, baciare, rincorrere sulle scale, o fuori dal cancello, o fino all’aeroporto. Ma è anche vero che ci sono solo io, con le gambe strette su un aereo che riparte. Le solite cuffiette, le solite scarpe, le solite parole crociate. E le gocce di Xanax, che non si sa mai ci colpisca un altro fulmine. Ci sono solo io, alla fine del giorno e dei giorni. E a un guscio è sempre meglio voler bene. Metto gli occhiali da sole, perché alle 2 di notte non sarà di certo buio, a Keflavík, a luglio. Tengo il mio sacchetto ben stretto; non ci sono solo frasi scartate, ma anche tessere di amicizia e di amore. Avevo dimenticato il mio coraggio, ma ora, dopo tanti mesi, mi sembra di essere stranamente vicino alla mia essenza. Se qualche goccia di verità è caduta dai tuoi occhi, allora ho raccolto anche quella, e mi sono salvato. Nell’abbraccio davanti al tuo portone, in un profumo nuovo, sono tornato a casa.

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La paura è la polvere

A volte ce ne andiamo senza accorgercene, da noi stessi e dalle vite degli altri. Un granello alla volta, riempiamo la clessidra delle nostre distanze e delle reciproche incomprensioni. Ci allontaniamo di un millimetro, mandiamo giù il rospo che rimane per lungo tempo indigesto, seppelliamo l’ascia di guerra con la consapevolezza di poterla dissotterrare in qualunque momento. Ci nutriamo di tregue momentanee e di calma apparente. Firmiamo armistizi con i nostri demoni e che con le colpe, con tutto quello che non ci perdoniamo mai. Firmiamo trattati di pace con persone che ci perderanno, solo per crogiolarci nella quiete del silenzio e di una lenta deriva. Ci ripromettiamo di parlare, ci diamo garanzie e facciamo croci sui nostri calendari immaginari. Ci assicuriamo che la prossima volta affronteremo tutto con più coraggio, mentre, nel frattempo, un granello alla volta, la clessidra si riempie e si accumula finché non cresce insormontabile la polvere della distanza. Strato bianco che avvolge le cose, che mangiucchia gli spigoli del nostro mobilio, che soffoca noi e le nostre grandi speranze, soffiando sugli occhi e sulle mani che si tenevano, subito prima di separarsi. Per un bisticcio, uno screzio, un istante di paura. Una macchia di paura che dilaga. Non ho mai avuto interesse nel dare colore alle emozioni, un esercizio che non mi è mai piaciuto, ma da quando ho iniziato a riflettere sulla portata della paura nella nostra vita, ho cominciato a pensare che debba essere nera e lucida. Una macchia nera e lucida, di lattice tossico disciolto da una fiamma verde invidia. La paura è polvere. E distanza. È odio e vanità. La paura è il terremoto che distrugge la casa e abbatte Adamo. La radice primitiva del male. È la mano che si lascia e il cuore che si prende in giro: “È solo per un momento, solo per avere un po’ di pace”. Ma poi ce ne andiamo senza accorgercene. Dalla vite degli altri e da noi stessi. Diventiamo una macchia grigia, ancorata a terra da una sostanza viscosa, nera e lucida. Inchiodata, testardamente. Inchiodata come Cristo in croce. Anzi, no, come il ladrone. Sì, come il ladrone. Un osceno furfante che si ruba la felicità, aspettando di essere salvato.

Ma vorrei che mi lasciassi almeno una moneta

30 ottobre 2017

Se ne va anche il caffè della Santina. Si toglierà di mezzo anche l’ala di Baracca, la piazza del liceo dove inciampavo per correrle incontro e raggiungerla più in fretta, ogni mattina.
Se ne andrà l’edicola di fronte a scuola. Se n’è andata Suor Ofelia, quell’anima pia che si faceva tirare il velo per dispetto e mi rincorreva fino in chiesa, dove andavo persino a disturbare Dio coi miei racconti di viaggi interstellari. Guardavo la madonna in volto e mi chiedevo perché fosse così bianca e così triste. Perché piangi, Maria? Tuo figlio è ancora vivo, lo tieni fra le braccia. Ma non vedevo, oltre lei, la croce. Non vedevo il monito e la morte. “Fine” era una parola scritta dentro al sussidiario, in fondo ai racconti brevi, estratti di romanzi nella sezione Antologia. “Fine” era il segno con cui siglavo il termine di un tema in cui parlavo del mio cane, o della macchinina blu che percorreva giornalmente l’autostrada-corrimano delle scale, a volte cadendo a terra, per frantumarsi sulle piastrelle fredde e scure.
Un giocattolo rotto, un cartone animato finito, una festa di compleanno interrotta dal suo “Michael, andiamo. Mettiti il giubbotto”, erano le cose più vicine alla morte.

Se ne è andato il biondo dai capelli di suo fratello, che fingeva davanti a un falò di essere un mago.
Se ne è andata anche Liliana, la settimana scorsa, ma questa volta stranamente non ha scordato la borsetta; l’ha riempita col suo solito rossetto, un po’ di lacca, le sigarette che prima nascondeva nel cassetto delle calze, e tutti i suoi racconti sull’Italia e sulla guerra. Me lo diceva spesso ultimamente: “Ho fatto aspettare troppo mio marito, pover’uomo”. Troppi anni ti sei coricata sola, coccolata da una foto in bianco e nero. Te ne sei andata come i bomboloni di Bacchini, quelli che nessuno sa fare più e di cui dicevi di aver ricevuto segretamente la ricetta. Chissà se nella borsetta hai nascosto pure quella. Di sicuro hai nascosto il tuo ragù e la tua voce un po’ graffiata. Notti di liscio e polka e altri balli nelle estati di riviera. L’amore puro soffiato sul volto ad ogni bacio. Il tempo, che nella sua corsa affamata ti aveva già superato. Hai un bagaglio pieno per questo lungo viaggio, ma vorrei che mi lasciassi almeno una moneta. Potrei lanciarla in aria per decidere stavolta da che parte andare.

Che invece niente

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Mi basterebbe un fulmine, o un’onda. Sentire il boato di una diga che si rompe. Ammaccarmi la testa nella grandine di agosto. Mi basterebbe essere colpito da una tegola, mentre passeggio raso al muro di un casolare di campagna in cui sarei andato a nascondermi, solo una torcia e un telo per stendermi e osservare le stelle. E una candela, forse. Un secchio pieno d’acqua e candele galleggianti, come quella sera a quella festa. Ti ricordi? Mi basterebbe che le bucce d’arancia che poso sul termosifone rilasciassero davvero un buon odore per la stanza, come mi ha detto una volta mio zio. E a te che basta, basterebbe? Ti basterebbe parlare con me davanti al fuoco? Sporcarti le mani a raccogliere fiori per adornare i tuoi capelli? Ti basterebbe l’odore del mare? A me basterebbe affogare, anche solo per un secondo. Perdere coscienza un istante, prima di essere trascinato fuori dall’acqua, tirato per i capelli fin sopra le conchiglie affilate, sopra la sabbia. Ti basterebbe l’involucro di una castagna per nascondere il mio amore agli occhi invidiosi del mondo? Ti basterebbe la luce di un lampione, un bacio veloce e distratto prima di un concerto? Ti basterebbe la scala che porta in soffitta? Oppure la scatola che tieni ancora là sopra nascosta. Gli album di una vita. Ti basterebbe guardare la fine del mondo dal finestrino sporco della mia auto ammaccata? Facevo ancora la caccia ai tuoi capelli, la caccia alle tue gambe esili, con la mano, la sera, mentre guidavo guardando avanti, mentre cantavo distratto, mentre la stoffa del sedile mi diceva che invece. Che invece. Invece no. Non basterebbe niente. Nemmeno un fulmine, nemmeno tutti i cortili del mondo di sera d’estate.