Il giorno dell’eclissi di Luna

Ma chi la vuole
L’eclissi lunare
La più lunga del secolo
Il grande miracolo

Ma chi li ascolta
I telegiornali
Le notizie politiche
Le idiozie delle radio

Ma chi si accorge
Del sole
Cocciuto egocentrico
Che si mette davanti
Che sorpassa alla cassa
Che nasconde la faccia
L’unica traccia
Che mi resta di te

A chi importa del temporale
Che ha fermato il mio aereo
Che spaventa il mio cane
Che mi lecca la mano
Pisciandosi addosso

Se l’altra notte
ti ho prestato un sorriso
in cambio di un bacio
di un alone di rosso
sul labbro
E non mi hai restituito
Né il sorriso
Né il bacio

Ma che colpa abbiamo avuto
Io e te
Per innamorarci
Ognuno nel giorno
sbagliato

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Il raccolto delle parole

Un’altra estate che mi scivola via dalla tasca di pantaloni più larghi di quelli che indosserò domani. La prima estate da due anni che abbia il sapore di tutto ciò che è sempre stata. Oggi mi riposo, poso il corpo sudato e stanco su questa poltrona, e piazzo qualche macchina infernale a rinfrescarmi. Domani, o quando sarà, srotolerò la pergamena del silenzio, delle parole che mi sono cadute sotto al sedile, o nel risvolto blando di braghe leggere, dentro la borsa del mare, o nel catino di nonna Mirella. Le parole rimaste appese allo stendino, schiacciate involontariamente da una racchetta da ping pong. Raccoglierò dall’orto quelle che ho perso aiutando mio nonno nella pesca dei pomodori da sei etti, i figli giganti del suo polso inumidito e stanco, i semi germogliati del sudore di ottant’anni di pazienza. Gli chiederò di alzare le ciabatte di cuoio dalle piastrelle, per controllare che non sia rimasta qualche sillaba anche sotto la suola. Controllerò gli angoli, gli scaffali e le credenze, per essere sicuro di aver raccolto tutto ciò che non ho detto. E me ne andrò, con un sacco bello pieno di verdure e verità taciute. Ti dico che ti voglio bene fin troppo spesso, da quando il collo ti si è ingobbito su un ricordo. Sono dolce ed irritante, quasi peggio di un bambino, da quando le tue pupille si mettono a inseguire il mondo a ritmo un po’ più lento. Ci saranno sempre cose da non dire, però, e devo farmene una ragione. Cose che avrei voluto fare, posti che avrei voluto visitare, persone che avrei voluto abbracciare, baciare, rincorrere sulle scale, o fuori dal cancello, o fino all’aeroporto. Ma è anche vero che ci sono solo io, con le gambe strette su un aereo che riparte. Le solite cuffiette, le solite scarpe, le solite parole crociate. E le gocce di Xanax, che non si sa mai ci colpisca un altro fulmine. Ci sono solo io, alla fine del giorno e dei giorni. E a un guscio è sempre meglio voler bene. Metto gli occhiali da sole, perché alle 2 di notte non sarà di certo buio, a Keflavík, a luglio. Tengo il mio sacchetto ben stretto; non ci sono solo frasi scartate, ma anche tessere di amicizia e di amore. Avevo dimenticato il mio coraggio, ma ora, dopo tanti mesi, mi sembra di essere stranamente vicino alla mia essenza. Se qualche goccia di verità è caduta dai tuoi occhi, allora ho raccolto anche quella, e mi sono salvato. Nell’abbraccio davanti al tuo portone, in un profumo nuovo, sono tornato a casa.

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Stagione

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Mi prendo tutte le cose di questa vita e me le metto in tasca. Mi prendo i giorni di sole e di felicità, mi prendo i giorni bui e questa età dell’ombra. Ritrovo nelle piccole cose l’eco nostalgica degli anni più belli e la trasformo in piccole gocce di speranza verso qualcosa che verrà. Mi prendo i sorrisi dei miei attori e me li metto tutti in tasca. E se non ci stanno mi compro una borsa, perché la loro allegria purissima mi ha tenuto in vita per tutti questi anni. Mi tengo stretta quella voce all’orecchio. E l’abbondanza dei campi romagnoli. Il loro odore di cipolla, di vite, barbabietole e concime. Ricorderò la visione del ciliegio di Edelweiss a primavera, innevato di bellezza. Le cicale. Ah, le cicale di questa estate brevissima. Le rondini che volano basso appena si allarga l’ombra delle nuvole. Non ci è mai sembrata tanto bella la casa che stiamo per lasciare. Quasi vorremmo perdere il desiderio di partire. Eppure il desiderio non si placa, la tensione verso l’orizzonte in cui va a morire il sole. Ma non si placa nemmeno l’amore per la terra che ci ha fatti germogliare. Così restiamo divisi in due, scissi nelle camere più intime del cuore. Se non fosse la fine non sentiremmo così forte il richiamo dei luoghi in cui abbiamo piantato le radici. Se restassimo, vorremmo andare. Se andassimo, ci faremmo cullare dal pensiero di restare. Senza via d’uscita.
Mio nonno coltivava pomodori su questi campi. E cipolle, e tutto il resto. Ma mi ricordo l’odore dei muri ammuffiti della sua casa di campagna, l’abbaio del cane che seguiva l’avvicinarsi dell’automobile sul vialetto sterrato. Mio nonno cantava, raccoglieva un frutto e lo mordeva. “Assaggia”, diceva. “Senti, questa pianta l’ho coltivata io”. Aveva le mani leggermente sporche, leggere linee nere sotto le unghie. Aveva tutto l’amore del mondo sparso sul volto, macchiato dal giallo del sole di fine giornata. Mi amava come amava quel suo piccolo pomodoro, come amava la vita e il passare degli anni. Amava rivedersi in noi nipoti e rivedere ogni anno il ciclo delle stagioni, la crescita e la morte delle sue piante rigogliose.
Mi tengo questo amore e mille altri amori. Nascondo tutto nelle tasche. Nascondo i giorni che finivano a notte tarda, davanti al cibo avanzato da una grande cena, con il profumo fastidioso ma tanto estivo della citronella. Mi tengo da parte quelle giornate di vacanza passate ad amare e a giocare, i lunghi tratti in automobile di notte per riportarla a casa, tornando dal parco giochi o dal mare, il silenzio dei grilli e della musica a basso volume. La musica di sempre, quella delle mani strette, dei dischi masterizzati a Natale. Le albe. I gelati. L’odore salato del mare. I segreti infilati sotto le pieghe delle onde a riposare per sempre. Questa vita me la porto dentro, non saprei in che altro modo cominciarne un’altra. Mi porto dietro ciò che sono, senza rinnegarlo mai. Scatto una foto a tutta la felicità che ho avuto e me la metto in tasca, per le notti infinite del Nord. Per accendere una luce quando serve. Per scongiurare la fine del mondo. E per tenervi con me.

Ho cominciato a partire

Oggi ho cominciato a partire. Solo oggi, solo questa mattina. Prima non avevo ancora capito. Mi chiederai: che cosa non avevi ancora capito? Che me ne sto andando e che non ti vedrò più. Questo non avevo capito. E così oggi ho cominciato a partire. Ho tolto tutti i resti di scenografie del mio magazzino, ho sistemato i costumi dell’ultimo spettacolo, quello di un paio di giorni fa. Ho partecipato a una festa fatta di tanti volti, molti dei quali – già lo so – non rivedrò prima di andarmene. È come se avessi iniziato a risalire la china che mi ha messo faccia a faccia con l’immensa distesa islandese per la prima volta, anni fa. Questa mattina ho iniziato a fare i primi passi verso l’alto e ho sentito la mia casa farsi più lontana. Oggi, perché c’è stato ieri e perché ieri ci sei stata tu.
Mi ero persino immaginato una specie di addio, molto stupidamente. Qualcosa tipo un faccia a faccia da serie TV adolescenziale, con qualcosa tipo Birdy o Tom Odell in sottofondo, per gli spettatori. “Addio”. “Addio”. In effetti, non avrei saputo che altro dire. E ti sarei sembrato, come già ti sembro adesso, fin troppo afflitto per questo fiore inconsistente che siamo stati noi, un fiore di tarassaco spogliato dalla prima lieve folata di vento. Ma io, ti giuro, non so cosa sia che mi muove, so solo che vorrei portarti via con me. Vorrei avere la certezza di poter riposare i miei occhi su qualunque cosa ti appartenga. Di non dover disabituare il mio orecchio alla tua risata. Metterei in valigia i tuoi capelli, i tuoi occhi, le tue guance piene di lentiggini, i tuoi vestiti larghi, le tue unghie un po’ mangiate, le tue mani morbide, le tue spalle, la tua schiena, i tuoi piedi, il tuo naso, la tua bocca sottile, i tuoi denti perfetti. Metterei in valigia quel pizzico di follia che tieni nascosta nella borsa. È solo un momento di crisi di passaggio. Solo un momento di crisi di passaggio. 
Va tutto bene, sai. Non c’è niente fuori posto. Le mie scarpe sono già in Islanda, i miei occhi non possono più aspettare. È solo che ieri, entrando in macchina, accendendo il motore, uscendo dal cancello, mi sono accorto all’improvviso che non ti vedrò più. Ho fatto cadere un brandello di cuore sull’erba e ho cominciato a partire. Rimani la cosa più bella che non abbia mai avuto.

Io non sono qui

Hiking in Iceland
Hiking in Iceland

La verità è che so da molto tempo di dovermene andare. Lo so da così tanto tempo che non sono nemmeno qui, spesso. Sono precario, passeggero temporaneo, profugo del tempo. Come quell’arcobaleno che ci ha salutato, mentre tornavamo a casa. Sono già così lontano e non posso farci niente. Forse è questo stato d’animo ad aver cambiato tutto, a partire dalla mia prospettiva. È questa sensazione che mi fa abbracciare mia nonna, ogni volta, con una forza e un’intensità che lei fatica a capire. Guardare mia madre e suo marito farsi vecchia coppietta stanca sul divano con gli occhi pieni di tutto l’amore che mi hanno insegnato. Forse è questo che mi fa venire voglia di prendere un treno ogni weekend per andare a baciare mio padre sulle guance gonfie, ruvide e bianche. Cercare di esserci di più per tutti, guardare i miei cari come se in questo lancio di palla fosse racchiusa tutta la nostra simbiosi. Guardare i miei amici, quelli veri, di sempre, con la convinzione profonda di averli scelti per sempre, nel tempo e nello spazio. Forse per questo vorrei che io e te ci salutassimo per strada, dirti con calma che ti voglio bene. Con lo stesso spirito ho voluto tirare fuori un po’ di scheletri dall’armadio e scrollarli dalla polvere, guardarli un po’ attraverso quei buchi neri che sarebbero le cavità orbitarie, per non chiamarle abissi straboccanti di paure. Li ho guardati e molti li ho buttati via. Forse per questo vorrei stare con te. Perché devo partire. Anzi, no. Sono già partito. Perché non ho mai smesso di andare. Io non sono qui. Io sono a Nord, nella mia vita. Nel sogno.