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Svegliati, Emmett. Le fragole sono finite. Non c’è più nessuno, qui. Abbiamo lasciato la casa sul lago centinaia di anni fa. Emmett, perché continui a tornare? Perché continui a tormentarci? I grilli non cantano più, il fiume che fiancheggiava rumoroso e abbondante i campi di cipolle è stato rapito dal suo letto assetato di pioggia. Emmett, perché ci costringi a ripetere il tuo nome? Tu ripeti i nostri come fossero preghiere, ma non siamo che visioni impigliate fra le fronde, chiazze di muffa a divorare la carta da parati prima tempestata delle rose che tuo nonno amava tanto. Emmett, vattene via e non tornare mai più. Su questo lago non hai lasciato niente che non siano ricordi sbiaditi e vagabondi. Non appartengono a nessuno, nemmeno alla tua malattia. Il tempo li ha allontanati anche da te, trasformandoli in visioni distorte di un’epoca infinitamente lontana. Emmett, non ritornare fra queste campagne, non immergere di nuovo il tuo corpo stanco e inaridito in queste acque. Non ci sono più le voci di un tempo felice a ridere dell’estate acciecante di una gioventù condivisa, non esiste più nulla oltre la durezza di questo ammasso di rovi che ti impedisce di entrare. Non cercare di spezzarli, non tentare di reciderne i rami e le radici, Emmett. Afferra il tuo bastone e allontana i tuoi passi per sempre. Non vedrai più bianche vestaglie, la frenesia dei volti e le ceste colme di frutta di stagione. Non vedrai più niente, oltre a questo cancello, solo la tua ombra scura ed ingobbita. Lascia tutto, Emmett. Rimani fedele alla vita. Le fragole sono finite.

Non sempre le valigie si fanno per partire. A volte bisogna semplicemente riempire il borsone per sapere di poterlo ancora fare. Se volessi, potrei mettere le uniche quattro cose davvero importanti in un contenitore e scaricare tutti i dubbi nel pattume. Se volessi, potrei ritornare ancora in quel posto segreto, che poi segreto non è mai stato, e ricominciare da capo. Mi vengono in mente i videogiochi che riempivano molto del mio tempo da bambino. Quando sbagliavi qualcosa, quando un piano andava storto, ritornavi sulla navicella, pronto a ripartire. Come se niente fosse, venivi catapultato al momento subito precedente la catastrofe. E via. Via, di nuovo giù dallo stesso scivolo, in volo sulla stessa astronave. Ho pensato tante volte a quella scena e alla metafora della pagina bianca, senza mai accettare veramente che in ogni quaderno qualsiasi foglio porta sempre le impronte di quello precedente: una macchia, il calco di una lettera o di un paragrafo intero, una piccola piega. Per lungo tempo ho cercato di non vedere, eppure ora non saprei che altro fare. Non possono non vedere che il senso di tutto sta proprio lì, in quella piccola piega all’angolo del foglio. Il segreto sta nel fatto che non potranno mai esserci pagine bianche e che dev’essere così. Che uomo sarei oggi non fossi mai caduto in mille pezzi, se non avessi mai sbagliato, se non avessi mai tradito, se non fossi mai cambiato. Che uomo sarei? A volte si cade nello sciocco trabocchetto di voler riavvolgere il nastro del tempo che ci è stato concesso e ci si illude di poter utilizzare la consapevolezza attuale per rimediare e a volte persino riscrivere daccapo le pagine passate e un po’ ingiallite, modificando il finale. A volte ci si illude di poter semplicemente fare i bagagli e partire. Si crede che esistano fogli immacolati, si pensa che la vita sia così… Una capriola su un campo di margherite, una giravolta per tornare esattamente alla posizione iniziale. A volte è bene illudersi. Altre volte è bene stare svegli e fissare la propria immagine allo specchio, così come vorremmo essere fissati da un estraneo per la strada, nella speranza che si avvicini e capisca in un attimo solo tutte le cose che chi ci è vicino da sempre ancora fatica a capire. A volte è bene stare bene.
Oggi è uno di quei giorni in cui andrò a fare le valigie.

Non ho la leggerezza di una farfalla. Per questo vengo a nascondermi da te.
Molto tardi ho imparato a parlare delle cose semplici e dei giorni. Di un cielo, di un cane, di un prato, o di un’arancia. Così doveva iniziare il mio libro sulla perdita dell’innocenza, con una scena di mercato e un bambino che fissa un’arancia, tenendo la mano a qualcuno. A quel punto doveva scivolare in primo piano l’immagine del sole. Poi di nuovo il frutto, poi di nuovo il sole. Sarebbe diventato chiaro in poche righe che si trattava di un’equazione semplice e concreta. Il quaderno precedente lo avevo riempito di un racconto epistolare distopico e angosciante. Una manciata di lettere carbonizzate sul finale, appena in tempo per rendersi concime per le stelle alpine. Ancora non ero capace di parlare, se non in piena notte, con gli occhi spalancati sulle mie visioni. L’abisso della morte mi camminava a fianco, e più allungavo i passi, più l’orlo si spostava e mi seguiva. Fu un’estate di grandi temporali, di pioggia come sputi sulla faccia. Cantavano i grilli e a me sembrava che piangessero per noi. Dopo aver bruciato tutto mi sono risvegliato, una mattina, sulla piazza di un mercato. Un’arancia posata sul bancone, poi un bambino coi capelli neri. Doveva essere una storia semplice. Doveva essere l’atteso ritorno alla terza persona, al narratore esterno che sa tutto e ficca il naso negli affari di chiunque quando vuole. Doveva essere una fotografia, questa storia nuova. E invece sono ritornato “io” e la piazza soleggiata si è trasformata in una stanza. La stanza dove Kathy nasconde i suoi romanzi e libri di poesie, o dove io ho nascosto Kathy, o forse quella stanza immaginaria dove tutto miracolosamente resta insieme. La porta che possiamo aprire su tutto ciò che abbiamo perso, o sulle strade che avremmo potuto percorrere ma non abbiamo preso. La stanza di Kathy è un’altalena piantata fra le onde, o dentro una foresta, è un bivacco di montagna dove potersi rifugiare. Come quella notte di mezza estate, stesi su dei teli da mare fuori dall’Osservatorio Astronomico di Imola. Non vidi neppure una stella cadere, ma il mio ricordo ora me ne mostra a centinaia. Mi sentivo al sicuro.
Io non ho la leggerezza luminosa di una lucciola, ma la stanza di Kathy l’ho riaperta poco fa, quando ti sei seduta su questo prato ad ascoltare. Ti ho offerto un po’ di pane, poi ho sparso sul panno di cotone delle vecchie foto e riempito il tuo bicchiere. Mi chiedo sempre che effetto avrebbe fatto stringersi le mani. Mi chiedo se continuerò anche adesso a trovare le parole, o se te le sei portate via dentro al cestino con le fragole. Oh, fossero almeno concime per le tue.

“Snow Storm”, William Turner (1842)

Voleva partire per l’India, andare a cercare la voce del fiume. Leggeva Joseph Conrad con i gomiti candidi appoggiati sul davanzale della finestra e la testa fra le mani. Il libro ingiallito che le aveva prestato Ofelia qualche settimana prima si reggeva in precario equilibrio contro il vetro appannato. Fuori la tormenta bianca, la costante compagna che chiama. Si sentiva stranamente attratta da quella dilagante macchia senza forma né colore. Guardandola fissa dal vetro, perdeva lentamente la cognizione dei contorni e veniva travolta dall’illusione ottica di sprofondare in quel vortice. Stranita davvero dall’inaspettato contrasto, di colpo cominciò a sentirsi irrimediabilmente rapita, come svuotata della sua stessa identità. A seconda di dove posava lo sguardo, il suo colore mutava. Nera, come le ossa che sorreggono le montagne, quando sprofondava fra le righe di Conrad, sempre più in fondo all’oscurità aliena di una scoperta senza volto. Bianca, come le particelle in cui si sciolgono gli angeli prima di raggiungere il suolo, quando rimetteva gli occhi sulla bufera dicembrina. Quanto le costa questa ipnosi?, mi chiedevo, ponendomi la domanda sbagliata. La vedevo come un’enorme perdita di tempo. Riflettersi su un grande lenzuolo bianco strapazzato dal vento e dal gelo, o su quel noiosissimo romanzo. Ciò che avrei sempre dovuto chiedermi era da cosa si stesse salvando. La vedo ora, davanti a me, come se fossimo cresciuti questa notte, in un lampo. La vedo con gli occhi di adesso, seppellire sotto quel bianco gli unici attimi in cui il cielo non era stato macchiato di rosso. Tutti i piccoli idilli segreti in cui, con un libro appena richiuso e premuto sul petto, Kathy non aveva pianto.

Da La stanza di Kathy, racconto inedito.

30 ottobre 2017

Se ne va anche il caffè della Santina. Si toglierà di mezzo anche l’ala di Baracca, la piazza del liceo dove inciampavo per correrle incontro e raggiungerla più in fretta, ogni mattina.
Se ne andrà l’edicola di fronte a scuola. Se n’è andata Suor Ofelia, quell’anima pia che si faceva tirare il velo per dispetto e mi rincorreva fino in chiesa, dove andavo persino a disturbare Dio coi miei racconti di viaggi interstellari. Guardavo la madonna in volto e mi chiedevo perché fosse così bianca e così triste. Perché piangi, Maria? Tuo figlio è ancora vivo, lo tieni fra le braccia. Ma non vedevo, oltre lei, la croce. Non vedevo il monito e la morte. “Fine” era una parola scritta dentro al sussidiario, in fondo ai racconti brevi, estratti di romanzi nella sezione Antologia. “Fine” era il segno con cui siglavo il termine di un tema in cui parlavo del mio cane, o della macchinina blu che percorreva giornalmente l’autostrada-corrimano delle scale, a volte cadendo a terra, per frantumarsi sulle piastrelle fredde e scure.
Un giocattolo rotto, un cartone animato finito, una festa di compleanno interrotta dal suo “Michael, andiamo. Mettiti il giubbotto”, erano le cose più vicine alla morte.

Se ne è andato il biondo dai capelli di suo fratello, che fingeva davanti a un falò di essere un mago.
Se ne è andata anche Liliana, la settimana scorsa, ma questa volta stranamente non ha scordato la borsetta; l’ha riempita col suo solito rossetto, un po’ di lacca, le sigarette che prima nascondeva nel cassetto delle calze, e tutti i suoi racconti sull’Italia e sulla guerra. Me lo diceva spesso ultimamente: “Ho fatto aspettare troppo mio marito, pover’uomo”. Troppi anni ti sei coricata sola, coccolata da una foto in bianco e nero. Te ne sei andata come i bomboloni di Bacchini, quelli che nessuno sa fare più e di cui dicevi di aver ricevuto segretamente la ricetta. Chissà se nella borsetta hai nascosto pure quella. Di sicuro hai nascosto il tuo ragù e la tua voce un po’ graffiata. Notti di liscio e polka e altri balli nelle estati di riviera. L’amore puro soffiato sul volto ad ogni bacio. Il tempo, che nella sua corsa affamata ti aveva già superato. Hai un bagaglio pieno per questo lungo viaggio, ma vorrei che mi lasciassi almeno una moneta. Potrei lanciarla in aria per decidere stavolta da che parte andare.

Kathy mi parlò, l’ultima volta che l’ho vista, di spiagge rosse e di sciacalli. Mi raccontò di un giorno, un viale di trame floreali e di colori. Un vestito da sera e una luce accecante alla finestra del teatro. “Morire in camerino, morire in scena come un cigno nero”, mi diceva. Le sue dita tremanti non suonavano più da allora. Kathy mi parlava e mi toccava piano, mi sfiorava appena e senza volerlo davvero. Come da dietro una tenda, una tenda bianca e ruvida. Come se fosse cieca e cercasse di ritrovare la forma, la sostanza del mio corpo nel tessuto. “Cosa c’è ancora, Dave?”, mi diceva, “Cos’è che ancora dobbiamo capire?”.

Da La stanza di Kathy, racconto inedito.