Il mio piccolo tavolo di legno

Il mio piccolo tavolo di legno
Non accoglieva parole da un secolo
Solo briciole di pane raffermo
Invecchiato
Da uno sbadiglio.
Il mio piccolo grande tavolo di legno
Che sulla schiena porta i graffi
Di una goccia di caffè
Di una pentola che bolle
Di quella sigaretta accesa.
Il mio piccolo tavolo di legno massiccio
Che ne ha abbastanza di sorreggere
Trent’anni di poesia
Dalla penna di mia mamma
Alla mia.
Si godrebbe volentieri la pensione
Se non ci fosse qualcuno
Sempre col bisogno di parlare
A vanvera
Mentre lui preferirebbe dormire.
Il mio piccolo tavolo di legno massiccio e antico
Lo comprò un giorno mio nonno
Ci intagliò sopra il suo sorriso.

Annunci

Morire in scena come un cigno nero

Kathy mi parlò, l’ultima volta che l’ho vista, di spiagge rosse e di sciacalli. Mi raccontò di un giorno, un viale di trame floreali e di colori. Un vestito da sera e una luce accecante alla finestra del teatro. “Morire in camerino, morire in scena come un cigno nero”, mi diceva. Le sue dita tremanti non suonavano più da allora. Kathy mi parlava e mi toccava piano, mi sfiorava appena e senza volerlo davvero. Come da dietro una tenda, una tenda bianca e ruvida. Come se fosse cieca e cercasse di ritrovare la forma, la sostanza del mio corpo nel tessuto. “Cosa c’è ancora, Dave?”, mi diceva, “Cos’è che ancora dobbiamo capire?”.

Da La stanza di Kathy, racconto inedito.

Il tuo nome è una coperta contro tutte le parole del mondo

Edward Hopper – Night Windows (1928)

Di notte potevi sentirla parlare sul balcone.
C’era qualcuno con lei – voglio dire, nella sua testa, credo.
C’era qualcuno con lei quella notte, come tutte le notti. Qualcuno che lei teneva stretto dentro un pugno, poi premuto sul petto. Un soffio d’aurora appena visibile, difficilmente percepibile. Parlava col vento, senza mettere mai le mani avanti. Non cercava di raggiungere nessun posto, se non quella pianura sconfinata dove erano sepolti i ricordi, come eroi del passato. Una piana di eterna primavera. Teneva l’altra mano salda sulla ringhiera, senza lasciarsi cadere. Una folata di vento, di tanto in tanto, le spettinava i capelli, ma mai troppo da distrarla. Niente era tanto da attirare l’attenzione, nemmeno io. Le sue labbra solo apparentemente distese in un’espressione del tutto neutrale, in fondo tese, soprattutto agli angoli, più vicino alle guance. Tese come l’onda del mare nel punto più estremo del suo tentativo di divorare le costa, le conchiglie e tutte le altre cose.
Io la guardavo dalla finestra socchiusa e pensavo a lei. Mi mancava, pur avendola lì, di fronte a me. Mi chiedevo dove fosse, con chi fosse. Mi chiedevo che cosa ci avesse tenuti lontani per tutti quegli anni. Una tensione feroce ci aveva ridati alla fame di un tempo e all’ingordigia della giovane età. Mi chiedevo chi portasse con lei in quel suo viaggio notturno, a chi inviasse il proprio respiro, di quale persona ripetesse il nome come una formula magica, come una coperta, nella sua testa.
Certi nomi sono come coperte. Io dico il tuo nome ed ecco che sono al sicuro. Io sussurro il tuo nome prima di addormentarmi, ed ecco, che mi addormento, che sogno, che penso che un nuovo risveglio non faccia paura. Quando eravamo bambini io e mia sorella ci proteggevamo dalle cariche dei soldati a cavallo, coprendoci fino alla punta dei capelli. Sollevavamo la coperta del letto e sussurravamo l’uno il nome dell’altra, rassicurandoci che i nemici non ci avrebbero visto. Era un mantello dell’invisibilità. Certi nomi sono mantelli dell’invisibilità. Io dico il tuo nome ed è tutto in quel suono rotondo, vivace, sicuro, nobile e floreale. Uno stupendo mantello floreale che mi fa diventare pianta, albero, filo d’erba, e che annulla le parole, tutte le parole del mondo.

Io non lo so in che modo si possa descrivere razionalmente ciò che accadde quella notte, ma i miei occhi mutarono irrimediabilmente. Presi ad amare la sua figura, dignitosa e muta, il suo sorriso livido e i suoi occhi scuri come le cavità più antiche del mondo. Mi sentii come un battello incapace di evitare la cascata. Crollai irrimediabilmente dentro l’immagine di lei. Presi ad amare il suo canto e la luce della luna riflessa sulla sua pelle olivastra. Cantava senza un filo di voce, cantava col corpo, ma forse sarebbe meglio dire con l’anima. Ecco, presi ad amare la litania della sua anima senza ritegno e senza logica alcuna. E per un attimo la vidi persino sdoppiarsi, proiettando se stessa su un raggio di luna. Era una versione di lei che guardava dalla mia parte, stavolta. Una lei che si accorgeva dell’inattesa scoperta, la dolorosa e felice metamorfosi di un cuore che cade, come dicono gli inglesi quando parlano d’amore. Il mio cuore cadde su di lei, quasi letteralmente, ma lei si scostò e sorrise, rientrando in casa. Fu solo sfiorata dal rumore del mio organo capitolato. Lo prese per l’ennesimo soffio di vento, che questa volta non le scompose neppure un capello.

Hai sorriso oggi?

16229490_231890807270229_4811897220305518592_n

Non ho smesso di pensarti,
vorrei tanto dirtelo.
Vorrei scriverti che mi piacerebbe tornare,
che mi manchi
e che ti penso.
Ma non ti cerco.
Non ti scrivo neppure ciao.
Non so come stai.
E mi manca saperlo.
Hai progetti?
Hai sorriso oggi?
Cos’hai sognato?
Esci?
Dove vai?
Hai dei sogni?
Hai mangiato?
Mi piacerebbe riuscire a cercarti.
Ma non ne ho la forza.
E neanche tu ne hai.
Ed allora restiamo ad aspettarci invano.
E pensiamoci.
E ricordami.
E ricordati che ti penso,
che non lo sai ma ti vivo ogni giorno,
che scrivo di te.
E ricordati che cercare e pensare son due cose diverse.
Ed io ti penso
ma non ti cerco.

Charles Bukowski

Luci alla finestra – Perché tu le possa seguire

J., ho riempito di luci il contorno della mia finestra. Fuori piove, ma sopra la pioggia vedo l’aurora boreale. Non con lo sguardo, la vedo però con la mente, quando mi faccio aeroplano, quando divento filo di nuvola, fiato di vento, per andare a cercare nomi e parole, mondi sconosciuti lontano da qui. Lontano. Lontano come le note. Come la notte. Chissà da dove vengono, J., le note e la notte. Forse dallo stesso posto, forse dal fondo del cielo o del mare. Forse ci sono piovute sul capo, le note, la notte e le stelle, all’inizio dei tempi. E forse le ha raccolte un pescatore.
J., tu sai pescare? Sai guardare in alto e trovare le parole?
Note, notte, stelle e parole.
Ho aggiornato questa lista di luci e di sogni, J.: Il buio deve pur morire.

Dove sognano di vivere i poeti

Islanda.
Islanda.

Se esci di notte di casa ad Arnarstapi senti solo il rumore del mare, del cielo e del mare. Ho un cuore vivo nella tasca e non me ne vado più. Non c’è spazio per altro. Come mai? Forse è vero che le stelle emettono un brusìo, o forse è la natura stessa che dorme. E poi, sì, come ho detto, c’è il mare. E il tum tum del cuore, il mio, insieme a quella replica che tengo nella tasca, piccolo ma altrettanto vivo. Te ne ho strappato un piccolo pezzo, quando ti mordevo. Lo stesso hai fatto tu con me. Adesso è un piccolo amuleto, ha preso la forma di un cuore intero in miniatura. Non poteva che essere un cuore intero; sai, contiene tutte le fasi della vita e tutte le stagioni. Come ho detto alcuni mesi fa, non sono mai tornato. E infatti sono ancora ad Arnarstapi, sotto le stelle e sopra il mare, sopra il mare e sotto le stelle. Quando il cielo sente nostalgia del mare fa scendere le sue tende d’aurora. Il mare poi si alza con il vento e prova a tendere le onde, come palmi di mani di amanti che non si ricordano più la ragione, ma devono tornare a toccarsi. D’altronde quanto fa freddo nel mondo di mezzo, nello spazio scoperto fra il rumore del cielo e del mare. Ci hanno buttato gli uomini per qualche ragione, insieme alla tristezza di non appartenere né agli oceani, né alle stelle. E se un giorno questi due si riunissero sarebbe la fine del mondo, l’apocalisse. Un momento bellissimo, ma definitivo per la nostra specie. Tutti i poeti sognano di vivere nel punto infinito dove il cielo è il mare, e dove anche gli uomini sono tutto e non sono più niente. Ma sono costretti a rimanere qui, a cantare canzoni alla luna scambiandosi pezzi di cuore.