Di specchi, di luci e di spiriti

Ma se anche riportassimo ogni cosa al suo posto, questo presente non ci potrebbe assomigliare. Se riavessi lo stesso fuoco dello stesso camino, lo stesso vaso di vetro in cui nonna gettava i rotocalchi, i giornaletti di cronaca rosa e i suoi Liala. Se anche riavessi lo stesso odore di lasagne nel forno, lo stesso terrazzo, l’intonaco scheggiato sul muro e, in sottofondo, i concerti di musica classica su Rai1, quando di canali ce n’erano ancora mano di dieci. Se avessimo quei mobili disposti nella stessa maniera, il tuo barboncino bianco che mi lecca il lobo di un orecchio, il sellino della stessa bicicletta, l’erba verde e le tartarughe sul retro, nel recinto di fronte al garage dipinto di fresco. Se tornasse tutto uguale, se anche tu non fossi morta, nonna, ma vivessi ancora. Questo presente non ci potrebbe assomigliare comunque. Tanto è cambiato il vento, tanto diverso è il mondo e tanto diversi saremmo noi, se ancora, entrambi vivi, ci rivolgessimo l’uno all’altro le stesse parole, ma con la voce e la faccia di adesso. Trent’anni, quasi, a camminare su questo mondo, e cos’ho guadagnato? Saggezza? Poca. Forse stanze, stanze lunghe e infinite, stanze verticali. Ricoperte di specchi, di luci e di spiriti.

 

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Ma vorrei che mi lasciassi almeno una moneta

30 ottobre 2017

Se ne va anche il caffè della Santina. Si toglierà di mezzo anche l’ala di Baracca, la piazza del liceo dove inciampavo per correrle incontro e raggiungerla più in fretta, ogni mattina.
Se ne andrà l’edicola di fronte a scuola. Se n’è andata Suor Ofelia, quell’anima pia che si faceva tirare il velo per dispetto e mi rincorreva fino in chiesa, dove andavo persino a disturbare Dio coi miei racconti di viaggi interstellari. Guardavo la madonna in volto e mi chiedevo perché fosse così bianca e così triste. Perché piangi, Maria? Tuo figlio è ancora vivo, lo tieni fra le braccia. Ma non vedevo, oltre lei, la croce. Non vedevo il monito e la morte. “Fine” era una parola scritta dentro al sussidiario, in fondo ai racconti brevi, estratti di romanzi nella sezione Antologia. “Fine” era il segno con cui siglavo il termine di un tema in cui parlavo del mio cane, o della macchinina blu che percorreva giornalmente l’autostrada-corrimano delle scale, a volte cadendo a terra, per frantumarsi sulle piastrelle fredde e scure.
Un giocattolo rotto, un cartone animato finito, una festa di compleanno interrotta dal suo “Michael, andiamo. Mettiti il giubbotto”, erano le cose più vicine alla morte.

Se ne è andato il biondo dai capelli di suo fratello, che fingeva davanti a un falò di essere un mago.
Se ne è andata anche Liliana, la settimana scorsa, ma questa volta stranamente non ha scordato la borsetta; l’ha riempita col suo solito rossetto, un po’ di lacca, le sigarette che prima nascondeva nel cassetto delle calze, e tutti i suoi racconti sull’Italia e sulla guerra. Me lo diceva spesso ultimamente: “Ho fatto aspettare troppo mio marito, pover’uomo”. Troppi anni ti sei coricata sola, coccolata da una foto in bianco e nero. Te ne sei andata come i bomboloni di Bacchini, quelli che nessuno sa fare più e di cui dicevi di aver ricevuto segretamente la ricetta. Chissà se nella borsetta hai nascosto pure quella. Di sicuro hai nascosto il tuo ragù e la tua voce un po’ graffiata. Notti di liscio e polka e altri balli nelle estati di riviera. L’amore puro soffiato sul volto ad ogni bacio. Il tempo, che nella sua corsa affamata ti aveva già superato. Hai un bagaglio pieno per questo lungo viaggio, ma vorrei che mi lasciassi almeno una moneta. Potrei lanciarla in aria per decidere stavolta da che parte andare.

Tienimi un posto per dove stai andando

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Tienimi un posto per dove stai andando. Sai che un giorno ti raggiungerò.
Come hai fatto tante volte per cena, sapendo che sarei arrivato tardi: mi tenevi in caldo le lasagne o i cappelletti in brodo, mi tenevi piegata la tovaglia e lucido il piatto, capovolto il bicchiere. Tenevi la sedia sotto al tavolo e il fuoco accesso nel camino.
Anche io me ne sto andando, in un luogo molto più concreto e freddo. Continuo a seguire un cammino periglioso, a cercare di sfuggire alle trappole della vita, inseguendo la mia storia, la mia identità. Ogni tanto apro le finestre nelle stanze vuote delle mie parole, faccio entrare il vento che muove le tende bianche e lunghissime e riesco a ritrovare un barlume di poesia, solo dopo avere masticato a lungo. Ma io nel posto in cui vado non posso portarti con me, né posso aspettarti. I tuoi occhi già grigi faticano a distinguere il mio volto e a volte nemmeno la forza della voce riesce a esserti d’aiuto. Le tue gambe ti giocano brutti scherzi, a volte vanno a dormire senza avvisarti. Hai cominciato a perdere i ricordi più recenti per tornare a cullarti nell’immaginazione, nelle foto in bianco e nero della vita quando ti splendeva ancora sulla faccia. Notti di liscio ed allegria, risate e partite a beccaccino. Notti d’estate in riva al mare spese a far crescere le tue figlie, e le figlie delle tue figlie e i loro figli ancora. Notti spese ad insegnarci qualcosina sull’amore, o sui segreti per non scuocere la pasta. Notti di Natale, a tenere un posto caldo per i tuoi nipoti vagabondi; “Sei tornato dall’Austria?”, “Quanto starai via?”, “Non riesco a immaginarti lontano, per tutto quel tempo”, “E adesso riparti?”, “E quando torni?”, “E mangi?”, “E poi?”. E poi?
Vorrei poter trascorrere tutti i miei Natali davanti al tuo camino, a gustare le lasagne che ci hai tenuto in caldo. Eppure so che la vita prima o poi ti lascerà la mano. Ho tanta paura di non essere con te, nel momento in cui per l’ultima volta ti chiederai dove siamo, se stiamo bene, quando torniamo e se stiamo mangiando.
Torneremo. Torneremo tutti, alla fine del tempo. Tu però tienici un posto, come hai sempre fatto.