Le particelle in cui si sciolgono gli angeli prima di raggiungere il suolo

“Snow Storm”, William Turner (1842)

Voleva partire per l’India, andare a cercare la voce del fiume. Leggeva Joseph Conrad con i gomiti candidi appoggiati sul davanzale della finestra e la testa fra le mani. Il libro ingiallito che le aveva prestato Ofelia qualche settimana prima si reggeva in precario equilibrio contro il vetro appannato. Fuori la tormenta bianca, la costante compagna che chiama. Si sentiva stranamente attratta da quella dilagante macchia senza forma né colore. Guardandola fissa dal vetro, perdeva lentamente la cognizione dei contorni e veniva travolta dall’illusione ottica di sprofondare in quel vortice. Stranita davvero dall’inaspettato contrasto, di colpo cominciò a sentirsi irrimediabilmente rapita, come svuotata della sua stessa identità. A seconda di dove posava lo sguardo, il suo colore mutava. Nera, come le ossa che sorreggono le montagne, quando sprofondava fra le righe di Conrad, sempre più in fondo all’oscurità aliena di una scoperta senza volto. Bianca, come le particelle in cui si sciolgono gli angeli prima di raggiungere il suolo, quando rimetteva gli occhi sulla bufera dicembrina. Quanto le costa questa ipnosi?, mi chiedevo, ponendomi la domanda sbagliata. La vedevo come un’enorme perdita di tempo. Riflettersi su un grande lenzuolo bianco strapazzato dal vento e dal gelo, o su quel noiosissimo romanzo. Ciò che avrei sempre dovuto chiedermi era da cosa si stesse salvando. La vedo ora, davanti a me, come se fossimo cresciuti questa notte, in un lampo. La vedo con gli occhi di adesso, seppellire sotto quel bianco gli unici attimi in cui il cielo non era stato macchiato di rosso. Tutti i piccoli idilli segreti in cui, con un libro appena richiuso e premuto sul petto, Kathy non aveva pianto.

Da La stanza di Kathy, racconto inedito.

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Una notte di luglio, in una foresta

No, voglio soltanto sedermi. Anche se non ho segreti da rivelare, né bottiglie di vetro da svuotare. Non posso nemmeno offrirti da bere, sai. Credo che il portafogli sia vuoto, o sarebbe meglio dire svuotato, come questa notte senza pensieri, solo sensazioni strane e sudore. Da piccolo pensavo che Agosto fosse il mese più caldo dell’anno. Poi sono andato in Islanda, e il 23 agosto ho visto la prima neve d’estate, sulle cime intorno al fiordo, sopra il Troll Seat. Poi è arrivato questo finale di giugno così terribilmente agostino, questo inizio di luglio infernale, e ho cambiato idea. Forse hanno ragione i Perturbazione e Agosto è davvero il mese più freddo dell’anno… Ma che c’entra adesso? Sono di nuovo nelle pieghe delle mie immaginazioni notturne, dentro una scena che non c’è.
Vieni qui, dunque. Siediti e fatti stringere la mano – anzi, fatti tenere la mano. Anzi, mantenere. Che non la voglio proprio lasciare. Se stiamo immaginando, allora posso anche offrirti da bere. Ti ho portato una birra. La bevi, la birra? Non me lo ricordo. Be’, tieni.
Amie. Sei felice, Amie? Come stai? Hai poi trovato il coraggio di dire a tua madre che l’ami e che ti dispiace? Hai imparato a non nascondere il tuo cuore dentro la stoffa di un vestito? Amie, a cosa pensi mentre guardi il mare? Intendo, ora, a cosa pensi? E cosa vedi fra le onde? Amie, ma ci credi ancora nel futuro? L’hai vista la nave di luce, all’orizzonte? Intendo dire: la vedi ancora? La preghi ancora perché ti porti via? Presto, dimmi che forma hanno le onde, Amie. Che questa fantasia è già finita, tu non ci sei più e io nemmeno, non ci sono panchine né birre, solo una notte afosa di Agosto. Intendo dire: settembre. No. Scusa. Intendo dire: una notte di luglio. Una banalissima notte di luglio che non lascia dormire. Come una voce in una foresta. Come “una nave in una foresta”. Intendo dire: come un cuore – disperso – in una foresta.