Acini e fragole

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I tuoi occhi si spalancano sul vigneto di fronte alla casa bianca dall’intonaco ruvido e irregolare in cui i nostri sogni si andavano a nascondere, con i nomi da dare agli inverni da passare assieme, la luce, il senso della vita di un fiore. Una libellula che sfreccia sul passato. Le mie poesie ora sono terra, che sarà seme e grano e pane da mangiare. Pane da comperare al mattino con gli occhi ancora impreparati al mondo, lacrimosi di un rivolo residuo di sogni. Ci vuole coraggio, ogni giorno, per aprire una finestra che non dia sul tuo giardino. Ora. Domani. Ora. O domani. O mai più, semmai. Le stagioni si rincorrono senza parole. Vernice distesa che colora il cielo, scolora il casolare e ci avvicina alla fine. Se cade un frutto su un fiore, su una margherita nel campo, sento la cicala sul ramo trasalire. Sento il mio cuore pigro, eternamente antico risvegliarsi e domandare. Dov’è lei? Dove? Dov’è chi ha calpestato questi prati, piegato al passo suo la vita di mille altre margherite ancorate a stagioni più liete? Dov’è quel volto di brina che in un giorno d’estate mi ha portato via acini e fragole?

Tutto quello che ci siamo lasciati è un lunghissimo inverno

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Tutto quello che ci siamo lasciati è un lunghissimo inverno senza Dicembre. Dicono che non possa crescere un fiore sotto la neve, e questo ghiaccio si estende a perdita d’occhio sul futuro e sul passato più recente. Ci siamo scaraventati nel deserto bianco, nella grande luce evanescente del Nord, dove il sole prende in giro i mortali, restandosene seduto sull’orizzonte, per poi tornare a dormire. Dicono che il gambo di una margherita non possa rompere una lastra di ghiaccio. Dicono che io e te non ci parliamo più, ma ci parliamo sempre. Solo che loro non lo sanno. Tu sei il campo di fiori che l’inverno ha congelato, le tracce di vita passata rimaste sepolte sotto al ghiaccio trasparente. Livide e visibili.
Ti ho baciata per la prima volta d’inverno, guarda caso, in un posto magico in cui il freddo non riusciva a entrare. “Lo hai notato? Qui non fa mai freddo”. Come se non fosse mai stato inverno. Come se un fiore di campo spuntasse dal ghiaccio.


Scatti_ Chiara
Parole_ Michael

Un bel rumore

La pioggia fitta e sottile che mi batte sul giubbotto. La macchina parcheggiata in uno spiazzo, sulla strada, poco lontano. C’è l’odore dell’acqua che rigenera le foglie e le vite. La senti quanto è forte la tua assenza? Urla senza sapere che sono sordo. Morde senza sapere che sono vento. Lecca senza sapere che non ho più sapore. Mi immergo nella distesa verde, sul muschio e nelle colline intorno ai miei occhi, nel flusso di quella cascata che intravedo lontana: un freddo vapore si posa sulla punta del naso, piccole gocce di niente e di tutto. Penso che dentro ogni goccia si nasconda un altro universo, o molti di più. In realtà non penso più, non in questi momenti. Non quando mi trovo al centro del tornado. Rompo lo schema delle gocce con la punta del mio dito. Ci sono, sono dentro ai miei polmoni, immerso fino al collo, ma con lo sguardo ancora sollevato verso il cielo. Shhh… Cerca di fermarti ad ascoltare. Ti senti? Un suono di luce trapassa le nubi e mi ridice che non ci sei. Shhh… Ma non ti senti? Non ti ho mai perso. Te lo sussurro, anche se tu non lo sai. Per questo la tua assenza non fa male, non mi sente e non la sento, non mi morde e non mi spacca il cuore. Come posso confessarle che non c’è mai stata? Se se ne accorgesse sfumerebbe via, come una macchia di colore. Come un rivolo di fumo, come onda di mare. La tua assenza è un’onda di mare glaciale, schiuma bianca sulla costa islandese. Dimentica se stessa prima ancora di potermi raggiungere e toccare. Non mi avrà mai, ma si illude e ha un bel rumore. Shhh… Ascolta. In fondo è solo mare. Un bel rumore.

E ti vedrò andare

Te ne andrai, sulla schiena delle onde che ti solleticano i piedi di schiuma. Al volo, salirai su un’aquila, sulle autostrade lunghe delle nuvole sottili e stiracchiate. E io ti vedrò andare, fino alle spiagge dove il sole va a insabbiarsi nelle sere d’estate. Fiori di loto fra i capelli, sfumature rosee di un mattino e di una brezza sottile. Nuove strade di acciottolato su cui condurre i tuoi sandali verso il futuro.
Avrai un vestito lungo e largo per dare riparo al vento, per farlo giocare. Avrai un pensiero ogni tanto. Una canzone ogni tanto. Un dolore ogni tanto. Una mancanza ogni tanto. Un nuovo amore ogni tanto. Avrai luce sul viso, per accecare dubbi e nostalgie. Avrai radici elastiche, per scongiurare il timore di perdersi e di non ritornare. Accarezzerai ricordi che non sono più tuoi. E io ti vedrò andare, senza l’arroganza di dire niente, immaginandoti passare come fa la bella stagione. Come il loto che in autunno lascia il lago senza colore. Un vento che portava un buon profumo e che ha smesso di soffiare.

Tre Haiku, Matsu Bashō

Italia - Senza filtro.
Italia – Senza filtro.

26. yama mo niwa mo ugoki-iruru ya natsu zashiki

E giardino e montagne –
la loro vitalità inonda
il salone di estate

33. shizukasa ya iwa ni shimiiru semi no koe.

Ah! tranquillità –
e fino al cuore delle rocce
il canto delle cicale

38. natsugusa ya tsuwamonodomo ga yume no ato. 

Ah! erba d’estate –
tutto ciò che resta dei sogni
di tanti guerrieri

Epifania

Quante sono le storie che devi ancora raccontare; ti aspettano, se le aspetti, all’incrocio con la vita, all’incrocio con un giorno di sole, o uno scroscio di pioggia, mentre cerchi di raggiungere la macchina per tornare a casa, o mentre gusti un nuovo sapore. Ti immagino mentre tieni un libro in grembo e ti dondoli da qualche parte. Da qualche parte con il vento, complice delle foglie e dei fiori che sempre rinascono. Fra le labbra lucide una piega: è forse un bastoncino di liquirizia. Tieni bassa la testa sui fogli, come se le virgole fossero tende da scostare per vedere mondi nuovi. È una giornata di sole, questo è un giardino segreto. Una casa in campagna con un portico bianco. Potrebbe funzionare? Di tanto in tanto ti mordi il labbro inferiore, quando la storia lo richiede, quando la tensione sale. Poi però alzi i tuoi occhi castani verso il giardino, ti guardi intorno e capisci che non è niente, che sono solo pagine, sono solo virgole e non tende. Il ronzio di un’ape forse ti disturba, ma non quanto disturberebbe chiunque altro. Non fuggi via per la paura di essere punta. Conosci le forze del mondo. Conosci la vita e la conosci meglio, forse perché sei donna, o forse perché lo sei più d’ogni altra. Non scappi davanti all’insetto che ronza, non fuggi il pungiglione, perché sai che da quel ronzio se ne ricaverà del buon miele. No, non fuggi. Ecco perché mi fermo e ti ammiro. Ecco perché ti immagino vestita di bianco in un pomeriggio d’estate, su un dondolo a mordere liquirizia davanti a un libro aperto, affacciata sul ciglio di questo universo e dell’altro. Conosci la vita e non la tradisci mai. In fondo alla pagina scrivi con la matita un appunto. Non riesco a decifrare. Forse non vedo. Forse non ti vedo. Forse non ti vedo già più. Avrei voluto almeno ricordare il tuo nome. Facciamo finta che sia Epifania.