Nella quiete di un oliveto la lieve contemplazione della luna, la pietra fredda della cascina poco lontana. Gambe nude e gonfie e occhi stanchissimi. Mio cugino sull’uscio che intona un canto per persuadere due nuvole a non assediare il cielo. Struggente e tribale, una visione raccolta in un secchio fra lacrime d’Africa. Solo il suo volto nelle pieghe del deserto. Solo, in mezzo al mio cuore, il mare aperto. Un filo d’erba a penzolare dalle labbra semichiuse. Il fiume che invita a restare. Inizia a rinfrescare, ma non abbastanza da far muovere un muscolo. Sui volti di tutti veleggia un pensiero di morte. Un brivido anticipato che ci dirotta a triste conclusione. Io e te in un angolo, i ginocchi travolti da chiazze di verde e sparso fogliame. Una coccola dietro le orecchie. Una coccola cui segue una coccola, cui segue una coccola, che mi sbriciola amore sul collo, mentre mi morde con denti affilati e serrata mandibola il desiderio di te.
Ma a un tratto una donna dietro al volto della donna che amo ci costringe a lasciare il giaciglio, a infrangere lo specchio della nostra indifferenza mimetica. Un’anziana signora con gli occhi che brillano facendo da specchio alle stelle ci informa che le ricordiamo il suo giovane amore. Eccola, allora, che ci invita ad osare, a bere dalla coppa più vino, a consumare con foga la carne che tanto comunque verrà consumata, a leccare il sudore dei nostri corpi contratti, a promettere il cielo di un futuro ancora segreto, a promettere il mondo e la fede di continuare a esistere insieme. Ci invita a far finta che non si possa giungere al termine di questo amore infinito e spaziale. La nostra cosmica placida concentrazione. Il tuo volto rotondo come il sole. Le tue guance piene di lune. Quell’orgoglio di donna indomabile. Poi invece una piega sul labbro che preannuncia la resa del cuore. Accarezzo un tuo piede annerito dai bagni d’estate e rispondo “Lo dica, lo dica pure al mio amore”. Lo dica, lo dica pure al mio amore. Accarezzo la caviglia e il braccialetto comprato su lacrime d’Africa. Solo nel deserto, solo il suo volto, solo il mare aperto. Ma tu adesso piangi in silenzio, piangi tanto da concimare le ore… Al limitare della bocca raccolgo via le tue lacrime in recipienti di piccoli baci. Da quella più dolce distillo una nuova insperata confessione: anche il mio amore mi ama, ma non lo sa dire.

 

Peter Seminck, Still Waiting for Bonnie

La maggior parte delle volte non mi immagino in chissà quali posti, a fare chissà quali cose. Non riesco a vedermi in una grande città, in un attico al centoquattordicesimo piano di un grattacielo di New York, o in una villa di Beverly Hills, o a fare sci d’acqua a Dubai. In fondo, la maggior parte delle volte, non vedo altro che una banchina, un ponte di legno spesso e scuro su un lago circondato da salici, cespugli e qualche anatra. Se posso mettere le mani nell’impasto di questa visione, allora voglio aggiungere una barca. In fondo, so remare. Remo molto meglio di quanto non abbia mai saputo nuotare. Mi immagino coi piedi a mollo, una camicia leggera, gli occhiali inforcati e un libro fra le mani. La maggior parte delle volte, masticando una mela, o ascoltando una canzone. Potrei comprare davvero la casa bianca con le finestre blu che se ne sta silenziosa a poche decine di metri dall’acqua. Sicuramente comprerei un cane, e una bicicletta leggermente arrugginita, che altrimenti non è bella. Una di quelle per cui bisogna lottare per far funzionare freni e campanello, con il sellino un po’ sgualcito e qualche millimetro di gommapiuma che spunta testardo dal rivestimento in pelle. Un’automobile, da usare solo quando piove.
E se mia figlia volesse un cavallo, glielo comprerei. E se mio figlio desiderasse un campo da calcio, glielo costruirei, e farei finta di voler giocare con lui, celando in modo un po’ maldestro il mio odio per lo sport. Se mia moglie fosse una pittrice, le comprerei una tela per ritrarre tutto questo: la casa, il ponte, il lago, la bicicletta, il cane, la veranda e quel mucchio di vestiti leggeri seduto vicino all’acqua scura.
Spesso anche gli uomini si nutrono di sciocche fantasie, soprattutto se hanno amato veramente. Fateci saggiare l’amore una volta soltanto, disperatamente, e nulla ci basterà più.

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I tuoi occhi si spalancano sul vigneto di fronte alla casa bianca dall’intonaco ruvido e irregolare in cui i nostri sogni si andavano a nascondere, con i nomi da dare agli inverni da passare assieme, la luce, il senso della vita di un fiore. Una libellula che sfreccia sul passato. Le mie poesie ora sono terra, che sarà seme e grano e pane da mangiare. Pane da comperare al mattino con gli occhi ancora impreparati al mondo, lacrimosi di un rivolo residuo di sogni. Ci vuole coraggio, ogni giorno, per aprire una finestra che non dia sul tuo giardino. Ora. Domani. Ora. O domani. O mai più, semmai. Le stagioni si rincorrono senza parole. Vernice distesa che colora il cielo, scolora il casolare e ci avvicina alla fine. Se cade un frutto su un fiore, su una margherita nel campo, sento la cicala sul ramo trasalire. Sento il mio cuore pigro, eternamente antico risvegliarsi e domandare. Dov’è lei? Dove? Dov’è chi ha calpestato questi prati, piegato al passo suo la vita di mille altre margherite ancorate a stagioni più liete? Dov’è quel volto di brina che in un giorno d’estate mi ha portato via acini e fragole?

sssssssssssss

Tutto quello che ci siamo lasciati è un lunghissimo inverno senza Dicembre. Dicono che non possa crescere un fiore sotto la neve, e questo ghiaccio si estende a perdita d’occhio sul futuro e sul passato più recente. Ci siamo scaraventati nel deserto bianco, nella grande luce evanescente del Nord, dove il sole prende in giro i mortali, restandosene seduto sull’orizzonte, per poi tornare a dormire. Dicono che il gambo di una margherita non possa rompere una lastra di ghiaccio. Dicono che io e te non ci parliamo più, ma ci parliamo sempre. Solo che loro non lo sanno. Tu sei il campo di fiori che l’inverno ha congelato, le tracce di vita passata rimaste sepolte sotto al ghiaccio trasparente. Livide e visibili.
Ti ho baciata per la prima volta d’inverno, guarda caso, in un posto magico in cui il freddo non riusciva a entrare. “Lo hai notato? Qui non fa mai freddo”. Come se non fosse mai stato inverno. Come se un fiore di campo spuntasse dal ghiaccio.


Scatti_ Chiara
Parole_ Michael

La pioggia fitta e sottile che mi batte sul giubbotto. La macchina parcheggiata in uno spiazzo, sulla strada, poco lontano. C’è l’odore dell’acqua che rigenera le foglie e le vite. La senti quanto è forte la tua assenza? Urla senza sapere che sono sordo. Morde senza sapere che sono vento. Lecca senza sapere che non ho più sapore. Mi immergo nella distesa verde, sul muschio e nelle colline intorno ai miei occhi, nel flusso di quella cascata che intravedo lontana: un freddo vapore si posa sulla punta del naso, piccole gocce di niente e di tutto. Penso che dentro ogni goccia si nasconda un altro universo, o molti di più. In realtà non penso più, non in questi momenti. Non quando mi trovo al centro del tornado. Rompo lo schema delle gocce con la punta del mio dito. Ci sono, sono dentro ai miei polmoni, immerso fino al collo, ma con lo sguardo ancora sollevato verso il cielo. Shhh… Cerca di fermarti ad ascoltare. Ti senti? Un suono di luce trapassa le nubi e mi ridice che non ci sei. Shhh… Ma non ti senti? Non ti ho mai perso. Te lo sussurro, anche se tu non lo sai. Per questo la tua assenza non fa male, non mi sente e non la sento, non mi morde e non mi spacca il cuore. Come posso confessarle che non c’è mai stata? Se se ne accorgesse sfumerebbe via, come una macchia di colore. Come un rivolo di fumo, come onda di mare. La tua assenza è un’onda di mare glaciale, schiuma bianca sulla costa islandese. Dimentica se stessa prima ancora di potermi raggiungere e toccare. Non mi avrà mai, ma si illude e ha un bel rumore. Shhh… Ascolta. In fondo è solo mare. Un bel rumore.

Te ne andrai, sulla schiena delle onde che ti solleticano i piedi di schiuma. Al volo, salirai su un’aquila, sulle autostrade lunghe delle nuvole sottili e stiracchiate. E io ti vedrò andare, fino alle spiagge dove il sole va a insabbiarsi nelle sere d’estate. Fiori di loto fra i capelli, sfumature rosee di un mattino e di una brezza sottile. Nuove strade di acciottolato su cui condurre i tuoi sandali verso il futuro.
Avrai un vestito lungo e largo per dare riparo al vento, per farlo giocare. Avrai un pensiero ogni tanto. Una canzone ogni tanto. Un dolore ogni tanto. Una mancanza ogni tanto. Un nuovo amore ogni tanto. Avrai luce sul viso, per accecare dubbi e nostalgie. Avrai radici elastiche, per scongiurare il timore di perdersi e di non ritornare. Accarezzerai ricordi che non sono più tuoi. E io ti vedrò andare, senza l’arroganza di dire niente, immaginandoti passare come fa la bella stagione. Come il loto che in autunno lascia il lago senza colore. Un vento che portava un buon profumo e che ha smesso di soffiare.