Sono tre mesi che non piove

Sono tre mesi che non piove
ho sabbia e sale nel letto
peccato e pentimento
ho l’anima falciata
da cui discende la mia razza intera
che ha cuore e pancia di ametista
senza regola di vita
senza luce di luna
oro negli occhi
e soprattutto senza difesa dal dolore.

Vieni a trovarmi ancora
mistero che si muove
avrò riposo per gli occhi
intimo testimone
del mito ridicolo dell’amore
avrò l’orgoglio del sangue
tutto fuori dalle vene
e una maschera nera
livida come un sorriso
di questo cinema leggero.

Amore mio
vieni a cercarmi ancora
vieni a parlarmi ancora
a imprigionarmi ancora
sono tre mesi che non piove.

Vieni con l’acqua generosa
che gonfia il mare più sacro
che fa peccato e redenzione
quanto tempo
quanto tempo ancora
quanta disperazione
e quanti cristi alla deriva
sui sentimenti d’altura
senza approdo e senza nome
ma la tua casa e il tuo nome
potessi essere io, amore mio.

Ivano Fossati, “Sono tre mesi che non piove”, La Disciplina della Terra, 2000

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Liberi

La fine de Le Luci della Centrale Elettrica. Che forse è il segno che nonostante tutto certo dolore adolescenziale (o tardo-adolescenziale, o forse semplicemente generazionale) prima o poi guarisce. La fine de Le Luci.

E le nostre guerre. E il nostro linguaggio dei segni. E le nostre poesie sputate nelle fogne dopo una notte fuori a bere. Una raccolta di canzoni che sono perle che sono pietre. Le stelle che si sciolgono sulla Via Lattea per diventare lacrime di aurora su questa maledettissima città, così lontana dalla Via Emilia.

E certe notti che, senza vergogna, bisogna lasciarle piangere per farsele passare. Solo lasciarle piangere, prima di farsi liberare.

Ci vediamo a dicembre.

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La paura è la polvere

A volte ce ne andiamo senza accorgercene, da noi stessi e dalle vite degli altri. Un granello alla volta, riempiamo la clessidra delle nostre distanze e delle reciproche incomprensioni. Ci allontaniamo di un millimetro, mandiamo giù il rospo che rimane per lungo tempo indigesto, seppelliamo l’ascia di guerra con la consapevolezza di poterla dissotterrare in qualunque momento. Ci nutriamo di tregue momentanee e di calma apparente. Firmiamo armistizi con i nostri demoni e che con le colpe, con tutto quello che non ci perdoniamo mai. Firmiamo trattati di pace con persone che ci perderanno, solo per crogiolarci nella quiete del silenzio e di una lenta deriva. Ci ripromettiamo di parlare, ci diamo garanzie e facciamo croci sui nostri calendari immaginari. Ci assicuriamo che la prossima volta affronteremo tutto con più coraggio, mentre, nel frattempo, un granello alla volta, la clessidra si riempie e si accumula finché non cresce insormontabile la polvere della distanza. Strato bianco che avvolge le cose, che mangiucchia gli spigoli del nostro mobilio, che soffoca noi e le nostre grandi speranze, soffiando sugli occhi e sulle mani che si tenevano, subito prima di separarsi. Per un bisticcio, uno screzio, un istante di paura. Una macchia di paura che dilaga. Non ho mai avuto interesse nel dare colore alle emozioni, un esercizio che non mi è mai piaciuto, ma da quando ho iniziato a riflettere sulla portata della paura nella nostra vita, ho cominciato a pensare che debba essere nera e lucida. Una macchia nera e lucida, di lattice tossico disciolto da una fiamma verde invidia. La paura è polvere. E distanza. È odio e vanità. La paura è il terremoto che distrugge la casa e abbatte Adamo. La radice primitiva del male. È la mano che si lascia e il cuore che si prende in giro: “È solo per un momento, solo per avere un po’ di pace”. Ma poi ce ne andiamo senza accorgercene. Dalla vite degli altri e da noi stessi. Diventiamo una macchia grigia, ancorata a terra da una sostanza viscosa, nera e lucida. Inchiodata, testardamente. Inchiodata come Cristo in croce. Anzi, no, come il ladrone. Sì, come il ladrone. Un osceno furfante che si ruba la felicità, aspettando di essere salvato.

L’acchiappasogni

Cosa resta di un inverno su una costa malinconica nel Nord? C’è la carcassa svuotata di un gabbiano sulla spiaggia, talmente vuota da sembrare un acchiappasogni, adesso. Ci sono solo piume e reticoli, reticoli di cartilagine e piumaggio bianco in disordine. Che cosa resta del cielo preso a pugni dalla notte? Un sole che riemerge dall’ennesima sconfitta. Il sole sa quanto sia importante, la sconfitta. Non vivrebbe senza, non sarebbe, senza. Senza l’assenza del sole per metà del mondo non esisterebbe luce a illuminare i prati, a dare robustezza agli steli e coraggio ai fiori per schiudersi. Il sole ci prende in giro, vedendoci cadere, vedendoci soffrire e leccarci le ferite. Prende in giro quel gabbiano un po’ triste che si avvicina alla morte, inconsapevole del fatto di poter tornare. La vita come ciclo ed eterno ritorno: l’intuizione tiepida di questo marzo bislacco e brontolone. E se non dovessi rinascere, amico gabbiano, sappi che sarai pur sempre qui, su questa sabbia nera che risalta le tue bianchissime piume, reticoli e piume. Sei l’acchiappasogni di un bambino che ti osserva curioso, fra il lancio di un sasso e un altro. Sei l’amuleto che è finito su questa pagina di carta riciclata e inchiostro nero, che mi fa pensare al sole. Ti sei invischiato nei pensieri di un uomo che cammina. Non sarai mai nemmeno in grado di capire, perché, anche se parlassi, probabilmente garriresti solo in islandese. Come se importasse cosa ci diciamo noi, sotto questo sole. Sai, era da molto che non vedevo tanti giorni di sole, attaccati l’uno all’altro, quasi sfacciati dopo le tormente delle scorse settimane. Quasi a dire: o tutto, o niente. O tutto, o niente, sei d’accordo?
Quale sogno mi hai rubato, carcassa di gabbiano? Quello lì, nell’angolo, nascosto? Proprio quello lì, in cui grido: o tutto, o niente, o adesso, o basta? Quello in cui non ho pazienza, né contegno? Quello in cui piango? Quello in cui ritorno? Perché invece di rubarmi i sogni non mi rubi un incubo? Ne avrei tanti da gettarti sulla sabbia. Che posso pretendere, però, da te, gabbiano? Hai già avuto i tuoi personali grattacapi. Non hai nemmeno più una forma che somigli a te. Chissà, forse una volpe si è fermata e ti ha svuotato. Forse sei un acchiappasogni un po’ speciale, e ti prendi solo quelli belli, quelli che ti diano un po’ di pace.
Ora, caro gabbiano, ti devo superare. Questa spiaggia nera, questa luce e questo mare, mi bisbigliano il mio nome. Mi ricordano chi sono e su quale sentiero conduco i miei passi. Mi ricordano quei due o tre sogni che inseguo e che – questi no! – non ti posso proprio dare.

Dica: Trentatré

Il dottore prescriverebbe silenzio. Il dottore mi direbbe: taci. Non fosse altro per decoro ed amor proprio.
Il dottore prescriverebbe lontananza, anche se “la lontananza, sai…” non conta niente. Il dottore mi proibirebbe certe playlist di Spotify, le penombre, e mi direbbe che invece di ostinarmi a vivere in acustico dovrei lasciare i segni dei miei morsi sulla vita. Il dottore mi direbbe che la chimica del cuore ha regole precise. Lascia fare, lascia stare, prova un po’ a sparire. Mi darebbe una ricetta per gli sbalzi d’umore e una mezza pillola per i crampi fra le costole, come quelli che ho provato all’ultimo risveglio, lasciandoti nel sogno, lì dietro, nella visione che culminava con te e me sotto un ciliegio.
Il dottore mi direbbe cos’è giusto e magari mi farebbe rinsavire. Due colpi sulla schiena e “dica trentatré”. Che poi, l’ha mai detto davvero qualcuno, trentatré? O non bisogna piuttosto respirare? Soltanto respirare?
C’è un silenzio crudele in questo ambulatorio freddo, incupito dai tanti mobili in legno spesso e lucido, a prima vista molto antichi e parecchio annoiati. Non ho ancora avuto le mie medicine. Quel camice bianco un po’ ingobbito e un po’ distratto mi dà le spalle, finalmente, ripiegato su un cassetto a cercare un campione di antibiotico o un blocco di ricette. Borbotta qualcosa sul dolore al petto, sulla tosse e sul fatto che quel leggero male passerà. Io non lo ascolto più di tanto e penso che fra un minuto potrebbe voltarsi e accorgersi di me. Potrebbe iniettarmi un siero contro le parole, per fermare i brividi lungo la schiena e farmi fare troppo tardi. Potrebbe prescrivermi il silenzio, il mutismo selettivo. Potrebbe voltarsi e accorgersi del fatto che non muoio dalla voglia di guarire. Potrebbe dirmi “stringi i denti” e riversarmi dallo stantuffo un antibiotico per smettere di pensare a te. Mi direbbe: non parlare. Forse alzerebbe gli occhi al cielo e con una smorfia giudicante arriccerebbe la punta della bocca e, tutta in blocco, anche la sua folta barba grigia e un po’ arruffata, infeltrita come i cappelli dei vecchi signori tirolesi sempre imbronciati. Ho ancora un attimo, però, un istante brevissimo di libertà in cui non può vedere, in cui posso voltarmi e ammetterlo che mi manchi e che non voglio ripartire. Santo dio… Ecco tutto.
La presa sul braccio mi sembra un po’ troppo ferma. “Stringi i denti”, dice. “Mi scusi, ma?”. Fa una prova all’aria e poi si fionda su una vena.
“Ecco fatto, mi dicevi?”
“Ha finito?”, chiedo, “Non ricordo, a dire il vero. No, non ricordo proprio che volevo dire. Forse solo: trentatré”.

Una capriola su un campo di margherite

Non sempre le valigie si fanno per partire. A volte bisogna semplicemente riempire il borsone per sapere di poterlo ancora fare. Se volessi, potrei mettere le uniche quattro cose davvero importanti in un contenitore e scaricare tutti i dubbi nel pattume. Se volessi, potrei ritornare ancora in quel posto segreto, che poi segreto non è mai stato, e ricominciare da capo. Mi vengono in mente i videogiochi che riempivano molto del mio tempo da bambino. Quando sbagliavi qualcosa, quando un piano andava storto, ritornavi sulla navicella, pronto a ripartire. Come se niente fosse, venivi catapultato al momento subito precedente la catastrofe. E via. Via, di nuovo giù dallo stesso scivolo, in volo sulla stessa astronave. Ho pensato tante volte a quella scena e alla metafora della pagina bianca, senza mai accettare veramente che in ogni quaderno qualsiasi foglio porta sempre le impronte di quello precedente: una macchia, il calco di una lettera o di un paragrafo intero, una piccola piega. Per lungo tempo ho cercato di non vedere, eppure ora non saprei che altro fare. Non possono non vedere che il senso di tutto sta proprio lì, in quella piccola piega all’angolo del foglio. Il segreto sta nel fatto che non potranno mai esserci pagine bianche e che dev’essere così. Che uomo sarei oggi non fossi mai caduto in mille pezzi, se non avessi mai sbagliato, se non avessi mai tradito, se non fossi mai cambiato. Che uomo sarei? A volte si cade nello sciocco trabocchetto di voler riavvolgere il nastro del tempo che ci è stato concesso e ci si illude di poter utilizzare la consapevolezza attuale per rimediare e a volte persino riscrivere daccapo le pagine passate e un po’ ingiallite, modificando il finale. A volte ci si illude di poter semplicemente fare i bagagli e partire. Si crede che esistano fogli immacolati, si pensa che la vita sia così… Una capriola su un campo di margherite, una giravolta per tornare esattamente alla posizione iniziale. A volte è bene illudersi. Altre volte è bene stare svegli e fissare la propria immagine allo specchio, così come vorremmo essere fissati da un estraneo per la strada, nella speranza che si avvicini e capisca in un attimo solo tutte le cose che chi ci è vicino da sempre ancora fatica a capire. A volte è bene stare bene.
Oggi è uno di quei giorni in cui andrò a fare le valigie.