I viali di settembre

Christmas Dinner - 26 dicembre 2014-121

I viali di settembre mi hanno arrotolato la sciarpa sul collo.
Hanno acceso i fanali del treno
Scomposto i ricci fintamente scomposti di mia madre
Intenta a comprare cesti di frutta
Futura marmellata d’inverno
Da offrire su pigra fetta di pane
Al suo cuore in esilio.
Domani, o forse
Dopodomani
Raccoglierò i libri imbiancati mai letti
Di cui ho cosparso la casa
Le tazze già usate di
Nere notti insonni depositate sul fondo
Nere
Come il mondo escluso dal mondo
Le cose meno le cose
La luce meno la luce
Me strappato da me

I viali di settembre sono più neri. Già alle sette, alle sei, le cinque…
Poi le quattro
Poi fa freddo ed è già inverno.
Che strano l’odore del mondo a settembre
Portoni di legno sbarrati senza volersi riaprire
Rifugi stagionali illuminati dal fuoco
Piedi caldi e calze pesanti
Un castagno
Le strade che si intrecciano sui rami degli alberi spogli
Le loro figlie calpestate
Croccanti
Distese arrese
Come l’anima che ho lasciato sul tuo letto
Che ora penzola dalla tua bocca
Come impigliata a un tuo dente
Come pezzo di carne gustata ore fa
E adesso
Già digerita

 

Sestri Levante

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Reykjavík’s Tjörnin, Islanda

9 maggio
La scorsa notte l’ho trascorsa in hotel, per lavoro. Il sole di inizio maggio che inizia a rubarci le notte, restandosene seduto sull’orizzonte a gambe incrociate, con le sue guance rosse e rotonde gonfiate nello sbuffo di chi a tutti i costi non se ne vuole andare. All’improvviso, verso le otto, do un’ultima occhiata alle email e noto una nuova linea in grassetto, in cima a quelle già lette. Viene da casa, dall’Italia. È una vecchia signora di Sestri Levante. Ho subito pensato a Vecchioni, a quella bellissima canzone, e alla lontananza. A un’amica lontana che nella stessa situazione sarebbe stata colta dagli stessi stessi pensieri. Penso alla primavera assente del Nord, ritardataria e insieme troppo frettolosa. Penso ai campi e ai treni. Lo sapevi che in Islanda non ci sono treni? Non esistono le ferrovie. Che Paese è un Paese senza treni? Dov’è che le persone di siedono per scrivere e sognare? Come fuggono via, immaginando un’avventura, o magari una vita tutta nuova, anche se nel tempo compresso e nervoso dei pendolari? Sestri Levante e un serie di accordi che vola, da questa stanza alla sua. Prende un treno invisibile fino a quella stretta strada di campagna senza lampioni. Solo lucciole, semmai. Magari qualcuna l’hai già vista e ti dà già la buonanotte. Buonanotte. A presto. Buon compleanno.

Acquacheta

Luce accesa

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Non c’è niente che tu debba dire. Voglio solo sedermi e ascoltare. La chitarra nell’angolo, l’hai lasciata nell’ombra di un inverno di molti anni fa. Non l’ho mai spostata, è ancora lì, soltanto sepolta su strati di polvere che valgono poi come misura per il computo degli anni. Un dito di polvere per ogni anno che non ti sei seduta sul davanzale di questa grande finestra bianca, di un bianco smaltato e borghese, a cantare al mio cuore una di quelle canzoni indie americane che ti venivano tanto bene e che mi facevano sentire importante. Spostandoti una ciocca di capelli dal viso, con il plettro sospeso fra le labbra di ciliegie, anche senza rossetto, anche nelle sere prigre e senza stelle. La televisione spenta, una sola luce accesa. La giusta atmosfera per tenersi una mano sul cuore. Dell’altro. Tu, distesa, con la testa sulle mie ginocchia, e una margherita raccolta di fronte a casa da spogliare. Mi ami. Non mi ami. Mi ami? Non mi ami. Mi ami. Mi ami. Siamo passati a un’altra primavera. Un altro strato di polvere per ogni maggio in cui non ti ho portato fiori. Fossetta di menta. Sorriso di perla. Una luce accesa. Un divano spoglio. Una chitarra nell’angolo e la polvere. Un altro dito che si accumula. Un altro anno trascorso ad aspettarti a casa. Il rumore dei tuoi bracciali d’argento ti anticipava sulle scale, mentre tenevi un palmo sul corrimano nero del nostro palazzo. Una farfalla come spilla, per tenere i tuoi capelli più vicini al cielo. A volte penso di avere ancora le mani sporche della tua tempera, che mi sporcava anche i capelli, quando non mi macchiavi i pantaloni d’argilla. Quando non usavi un dito per mordere la mia voglia di averti più vicina. Non devi dire niente. Devi solo venire a cantare al mio cuore. Ti aspetto scalza qui sul davanzale. Ci metto anche un fiore. Anche se a febbraio non crescono ancora margherite. Ne ho pescata una per te, da un ricordo perduto sotto al cuscino, una sera. Quella stessa luce sempre accesa.

Eternal sunshine // Senza zucchero

J, dopo l’altra notte non sono più caduto. Ci sono due accordi di chitarra che mi fanno cadere e sono quelli che lei mette più spesso vicini. Parte tutto da una risata, continua nel modo in cui muove la testa, finisce in uno sguardo lanciato verso il basso, ma abbastanza in alto per farsi notare. J, ti sei mai chiesto se sei felice? Che concerto le stelle del cielo e l’aurora, stanotte. Che sinfonia indelebile. Quella risata e l’aurora. Ghiaccio sulla suola delle scarpe, scivolo sull’erba. Rido. Mi cadono i popcorn. Gli islandesi si vestono male e ascoltano Justin Bieber, vanno al cinema in tuta, ciabatte e calze bianche. J, ho quasi paura che questo momento possa svanire, sfumare, o crollare all’improvviso. Hai mai visto Se mi lasci ti cancello? Ecco, non badare al titolo, ma qualcosa del genere. Mi sono svegliato stamattina con un sole basso e una luce gonfia di arancione. La notte scorsa però. La notte scorsa, sai, c’era una grandissima luna e c’è ancora. Il sole e la luna non è vero che non si possono incontrare. Eccoli lì. Lei si nasconde un po’ nel blu, si fa appena vedere. Lui è più prepotente, oggi poi gli va proprio di strafare. Togliti le scarpe quando entri nel mio cuore, sembra dire il volto pallido di lei. Si nasconde e scappa via, mentre lui la insegue. Non so come facciano, J, questi germani, a declinare la luna nel genere maschile. Dico: hanno mai visto una donna arrossire? J… Aspetta, sono tornato sulla terra. Mi ero perso a raccontare. Sai come sono fatto. Come Jim Carrey in quel film. Ho paura di girarmi. Ho paura che sia andata via. Come la luna, nel cielo, a dicembre. Talmente bella e inaspettata che potrebbe sparire, sfumare. Sai cosa ti dico? Mi ascolto una canzone.

La tua luce è preziosa // Le onde

Ma se il sole tramonta. Se il sole tramonta alle quattro e sorge domattina, domattina alle nove. Se le ore del giorno si accorciano e rendono preziosa la luce. D’oro. Invernale.
Se camminando verso casa non mi tengo troppo lontano dal mare. Quel mare in cui non posso tuffarmi, ma che posso guardare, finché la notte non torna a coprirci lo sguardo. Se cammino, non troppo lontano dal mare. Posso sentire rumore di onde. Onde che parlano, tremano, si stendono e contraggono su una spiaggi di pensieri distesi.
Una conchiglia per un tuo pensiero. Un granello di sabbia per una tua ciglia. Un filo d’erba da posarti sulla labbra per una tua risata. Il rumore delle onde, il solletico e la tua risata. Finché il sole tramonta. La tua luce è preziosa.

Luci alla finestra – Perché tu le possa seguire

J., ho riempito di luci il contorno della mia finestra. Fuori piove, ma sopra la pioggia vedo l’aurora boreale. Non con lo sguardo, la vedo però con la mente, quando mi faccio aeroplano, quando divento filo di nuvola, fiato di vento, per andare a cercare nomi e parole, mondi sconosciuti lontano da qui. Lontano. Lontano come le note. Come la notte. Chissà da dove vengono, J., le note e la notte. Forse dallo stesso posto, forse dal fondo del cielo o del mare. Forse ci sono piovute sul capo, le note, la notte e le stelle, all’inizio dei tempi. E forse le ha raccolte un pescatore.
J., tu sai pescare? Sai guardare in alto e trovare le parole?
Note, notte, stelle e parole.
Ho aggiornato questa lista di luci e di sogni, J.: Il buio deve pur morire.