Di specchi, di luci e di spiriti

Ma se anche riportassimo ogni cosa al suo posto, questo presente non ci potrebbe assomigliare. Se riavessi lo stesso fuoco dello stesso camino, lo stesso vaso di vetro in cui nonna gettava i rotocalchi, i giornaletti di cronaca rosa e i suoi Liala. Se anche riavessi lo stesso odore di lasagne nel forno, lo stesso terrazzo, l’intonaco scheggiato sul muro e, in sottofondo, i concerti di musica classica su Rai1, quando di canali ce n’erano ancora mano di dieci. Se avessimo quei mobili disposti nella stessa maniera, il tuo barboncino bianco che mi lecca il lobo di un orecchio, il sellino della stessa bicicletta, l’erba verde e le tartarughe sul retro, nel recinto di fronte al garage dipinto di fresco. Se tornasse tutto uguale, se anche tu non fossi morta, nonna, ma vivessi ancora. Questo presente non ci potrebbe assomigliare comunque. Tanto è cambiato il vento, tanto diverso è il mondo e tanto diversi saremmo noi, se ancora, entrambi vivi, ci rivolgessimo l’uno all’altro le stesse parole, ma con la voce e la faccia di adesso. Trent’anni, quasi, a camminare su questo mondo, e cos’ho guadagnato? Saggezza? Poca. Forse stanze, stanze lunghe e infinite, stanze verticali. Ricoperte di specchi, di luci e di spiriti.

 

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Morire in scena come un cigno nero

Kathy mi parlò, l’ultima volta che l’ho vista, di spiagge rosse e di sciacalli. Mi raccontò di un giorno, un viale di trame floreali e di colori. Un vestito da sera e una luce accecante alla finestra del teatro. “Morire in camerino, morire in scena come un cigno nero”, mi diceva. Le sue dita tremanti non suonavano più da allora. Kathy mi parlava e mi toccava piano, mi sfiorava appena e senza volerlo davvero. Come da dietro una tenda, una tenda bianca e ruvida. Come se fosse cieca e cercasse di ritrovare la forma, la sostanza del mio corpo nel tessuto. “Cosa c’è ancora, Dave?”, mi diceva, “Cos’è che ancora dobbiamo capire?”.

Da La stanza di Kathy, racconto inedito.