Avalon

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Credo che la poesia debba essere una barca, lunga e affusolata, che resta in bilico sull’acqua appena appena, galleggiando quasi per miracolo nel blu. Credo che debba essere una barca in cui si debba stare tutti in piedi e in fila, a remare. Tutti gli io di ieri e di oggi, in cerca di quelli di domani. Nella nebbia che conduce ad Avalon, anche nelle notti di tempesta. Anzi, soprattutto nelle notti di tempesta. Invece che nascondersi sotto coperta, remare tutti fino a che non passa, fino a che non ci si spezza, fino a che non si spezza la penna. E se ci si spezza si costruisce un’altra barca, anche in pieno oceano, senza affogare. Ché la poesia non va mai via, è l’indistruttibile legame delle parole che abbiamo gettato ieri e raccolto fra un attimo. Piccoli steli, fili d’erba appena cresciuti, timidamente affacciati al sole accecante di un mattino d’inverno. Ho messo uno specchio di fianco alla macchina da scrivere e alla tazza di caffè, così che possa osservarmi con la coda dell’occhio ogni volta che scrivo. Così che io possa guardarmi negli occhi.
C’è un ragazzino che gioca con l’amore e con la fantasia, con le navicelle spaziali di cartone, le ante dell’armadio che si chiudono e diventano rifugio segreto in cui sussurrare a un pupazzo il mistero del mondo che ormai ho dimenticato, ma che a quel tempo sapevo. C’è l’uomo ferito, le sue occhiaie e i suoi turbamenti. I suoi dubbi giganteschi, alti e possenti come giganti di neve. C’è quel maledetto capello d’argento.

Ma c’è anche un cuore, un muscolo intatto. Ci sono le carezze di chi mi ha amato finora. La fossetta sulla destra che mi ha regalato mia nonna, stringendomi nelle guance appena nato. ‘Va fatto’, diceva, ‘porta bene. È il segno del bacio degli angeli’. E così soffia il vento sotto i soli che sorgono e tramontano sul conto degli anni. E si scrosta, si deve scrostare anche il dolore dall’anima. Si deve combattere, se non altro in onore del cielo, che è sempre lo stesso di quando ci hanno messi al mondo, lo stesso di quando ce ne andremo via. È sempre quello che dà vita alle piante, agli ortaggi, ai frutti del campo. Ai pomodori di mio nonno. Che non saranno di mio nonno un giorno, ma saranno del mondo. Eppure io sarò sempre suo. Sempre tuo, e di me stesso. Io sarò sempre vostro, di tutti i fantasmi che mi hanno abitato. Buoni o cattivi. Ne lascerò soltanto cadere nell’acqua profonda qualcuno, che proprio non mi lascia pensare. O forse no, forse lo libererò nell’aria, legandolo a tanti palloncini colorati. Buffo e ridicolo nella sua fuga verso il nulla. A chi volevi far paura? Io ora mi guardo allo specchio e vedo il mio volto. Non è stupendo, da uomini, poter decidere? Poter dire? Poter dire di essere? ‘Io sarò sempre tuo’, dico sottovoce al mio riflesso. Mio Capitano, butta avanti questa nave sottile che imbarca acqua senza sprofondare. Fra le nebbie di Avalon o della pianura padana. Che differenza fa? Non temere, Speranza dagli occhi di vetro. Credevo fosse acqua questo fluido sul ponte, questo liquido che ha ormai coperto il timone. Ma è solo la vita che scorre. Sono solo parole che fanno ritorno. È la poesia che ritrovo nel dirti soltanto che io ti appartengo, fino alla fine del mondo.

La tua luce è preziosa // Le onde

Ma se il sole tramonta. Se il sole tramonta alle quattro e sorge domattina, domattina alle nove. Se le ore del giorno si accorciano e rendono preziosa la luce. D’oro. Invernale.
Se camminando verso casa non mi tengo troppo lontano dal mare. Quel mare in cui non posso tuffarmi, ma che posso guardare, finché la notte non torna a coprirci lo sguardo. Se cammino, non troppo lontano dal mare. Posso sentire rumore di onde. Onde che parlano, tremano, si stendono e contraggono su una spiaggi di pensieri distesi.
Una conchiglia per un tuo pensiero. Un granello di sabbia per una tua ciglia. Un filo d’erba da posarti sulla labbra per una tua risata. Il rumore delle onde, il solletico e la tua risata. Finché il sole tramonta. La tua luce è preziosa.

Schiuma di mare in tempesta

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Torno a casa stasera, ostacolato da vento contrario. Scelgo la strada più difficile, la più sconsigliata in serate del genere: scelgo di camminare sulla riva del mare, di fianco alle rocce. C’è una marea imponente, delle onde che si scontrano contro gli scogli artificiali che fanno da cornice a questa parte della città, che la dividono dall’oceano, ma che poco possono contro il vento. Passo la lingua sul mio labbro superiore. Non è pioggia, è acqua salata. Il vento è talmente forte da alzare vapore dal mare. Alcune onde non toccano nemmeno gli scogli, fanno un salto in alto fino alle tue scarpe. Si bagnano i jeans e tutta la parte sinistra del corpo. Cominci a pensare di aver scelto la strada sbagliata, ma a un certo punto ti volti per guardare in faccia quello stesso mare che ti sta annegando i vestiti. Non vedi nulla, solo nero al di là del limite terrestre. Perché oltre al vapore del mare c’è anche la pioggia, quella vera, le nuvole nere, il vento, la notte. Un faro in lontananza, lo scorgi a malapena. Il resto che vedi è nero con venature bianche, strisce di colore che vanno e che vengono. Schiuma di mare in tempesta. Pensi alla vita e a tutte le sue maree, a quante cose si avvicinano e si allontanano per ritornare, come le vene bianche sulle onde. Hai pensato spesso che non vi sia ragione in questo vagare, in questo perdersi lungo la strada, come bottiglie abbandonate e sigillate portatrici di messaggi antichi e impossibili da decifrare. Il destino di ognuno scritto su un foglio di pergamena e affidato alla corrente. Qualcosa viene e va, da qualche parte il vento ci conduce con cognizione, anche nelle notti più nere e negli approdi più aspri. A volte ci viene donato un sentiero, solo perché un vento a favore si sostituisca a quella che sembra la tempesta fatale. C’è ancora corrente contraria a spingere sulla mia bottiglia, ma stasera ho scoperto un sentiero che non ero sicuro di poter percorrere. L’incrocio di due strade che gli anni non hanno mai consumato. Ritrovare un’amicizia che il tempo non ha mai scalfito, esattamente tre anni più tardi, esattamente sulla stessa via. Aspettare a volte – e fidarsi anche del male – può valere la luce di un faro in lontananza, un approdo sicuro e una tazza di caffè. Almeno per adesso, almeno per dormire bene. Poi domani il grande oceano tornerà a brontolare e questa bottiglia a farsi ammaccare. Vedo l’inverno arrivare al di là del monte Esja, un esercito di nuvole e ghiaccio pronto ad inghiottirci e seppellirci nel bianco. So che non sarò solo ad affrontare il boato del vento. So che in qualche modo ci si potrà scaldare.

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Non ci hanno mai insegnato ad arginare le maree

Lettera dal passato // 19 novembre 2015

E io che mi trovo ancora in riva al mare a cercare di capire come arrestare le maree. E io che sono rimasto da solo in città, ché mi fanno compagnia solo i rifiuti abbandonati negli angoli, le bottiglie di vetro per strada, le cartacce e le cicche. Devo essermi ubriacato una volta di troppo, essermi perso l’annuncio dell’evacuazione. Mi sono risvegliato in riva al mare, con la solita puzza di cuore avariato sul colletto. Forse ho seppellito anche una manciata di cadaveri, o si sono seppelliti da soli per lasciarmi finalmente in pace. I tuoi occhi sono ormai così lontani da essere diventati di carta, due piccoli pezzi di carta minacciati dalle onde.
Luglio si fa avanti. Luglio ci soffia contro. E continuo a pensare che non ci hanno mai insegnato ad arginare le maree.

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