I viali di settembre

Christmas Dinner - 26 dicembre 2014-121

I viali di settembre mi hanno arrotolato la sciarpa sul collo.
Hanno acceso i fanali del treno
Scomposto i ricci fintamente scomposti di mia madre
Intenta a comprare cesti di frutta
Futura marmellata d’inverno
Da offrire su pigra fetta di pane
Al suo cuore in esilio.
Domani, o forse
Dopodomani
Raccoglierò i libri imbiancati mai letti
Di cui ho cosparso la casa
Le tazze già usate di
Nere notti insonni depositate sul fondo
Nere
Come il mondo escluso dal mondo
Le cose meno le cose
La luce meno la luce
Me strappato da me

I viali di settembre sono più neri. Già alle sette, alle sei, le cinque…
Poi le quattro
Poi fa freddo ed è già inverno.
Che strano l’odore del mondo a settembre
Portoni di legno sbarrati senza volersi riaprire
Rifugi stagionali illuminati dal fuoco
Piedi caldi e calze pesanti
Un castagno
Le strade che si intrecciano sui rami degli alberi spogli
Le loro figlie calpestate
Croccanti
Distese arrese
Come l’anima che ho lasciato sul tuo letto
Che ora penzola dalla tua bocca
Come impigliata a un tuo dente
Come pezzo di carne gustata ore fa
E adesso
Già digerita

 

Se mi prometti

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Sai cosa vuol dire, tornare a casa portando con te il primo capello bianco. Ritrovare e lasciare nel giro di pochi giorni. Ritrovarsi e salutarsi nella stessa sera. Dirsi “Ciao, come stai?”, rispondere in breve, oppure perdere tutta la notte davanti a un lampione a parlare. Sai cosa significa passeggiare fra i filari, raccogliere l’uva fresca e le pere al tramonto, sporcandosi le scarpe sul prato umido e sul terriccio bagnato, fino a raggiungere un piccolo lago e trovarci una barca capovolta e due remi, come un invito a salire sull’acqua. Fare un viaggio sul lago e nei deserti dei silenzi riflessi negli occhi, nascosti dietro qualche ciocca di capelli. Ci segue un brusio, vento d’autunno che si insinua fra le pagine di un libro, fra le foglie e sotto le giacche leggere. Sai cosa significa tornare a casa e ripartire verso casa. Decidere di avere un’altra casa, in quel luogo oltre il mare che un tempo chiamavano Thule: l’ultimo porto, l’ultimo faro prima del lungo inverno e del ghiaccio eterno. E scrollarsi di dosso il disordine e la malinconia di un cielo nero incombente. Gettare a mare conchiglie scheggiate. Ritrovare il cadavere di un pesce nell’alveo ormai in secca di un fiume, morto in attesa di settembre e del suo carico di piogge, di lacrime fragili da spargere. Sai cosa significa rinunciare alle foglie che cadono, al profumo di castagne e Sangiovese, e decidere di proseguire. Provare a volare, a fare a pugni contro il buio e vincere. Forse, vincere.
Se mi prometti che un giorno saliremo sulla barca. Se mi prometti che un giorno torneranno le castagne. Se mi prometti che cammineremo ancora sui viali rossi e gialli di un pomeriggio settembrino. Sui ciottoli bagnati con suole nuove lucide. Occhi nuovi che però sapranno riconoscersi. Se mi prometti che il mio cuore sarà sempre il mio cuore, e che il tuo cuore sarà sempre il tuo cuore. Non saranno tempeste, né distanze, nuove rughe o capelli imbiancati dalla neve del tempo, non saranno i giorni grigi a farci dimenticare. Se mi prometti di ascoltare la mia voce e di metterla al sicuro in una piccola scatola di cartone, sulla mensola sopra il camino. Schioccherà il legno nel fuoco dimenticando la propria vita passata e la passata stagione. E così per ogni stagione in cui non saremo insieme. Schioccherà il legno e alla fine si scioglierà anche la neve. Te lo prometto: un giorno di primavera, seduti in giardino, la nuova vita di un fiore di pesco, la mia e la tua a seguire.

Sestri Levante

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Reykjavík’s Tjörnin, Islanda

9 maggio
La scorsa notte l’ho trascorsa in hotel, per lavoro. Il sole di inizio maggio che inizia a rubarci le notte, restandosene seduto sull’orizzonte a gambe incrociate, con le sue guance rosse e rotonde gonfiate nello sbuffo di chi a tutti i costi non se ne vuole andare. All’improvviso, verso le otto, do un’ultima occhiata alle email e noto una nuova linea in grassetto, in cima a quelle già lette. Viene da casa, dall’Italia. È una vecchia signora di Sestri Levante. Ho subito pensato a Vecchioni, a quella bellissima canzone, e alla lontananza. A un’amica lontana che nella stessa situazione sarebbe stata colta dagli stessi stessi pensieri. Penso alla primavera assente del Nord, ritardataria e insieme troppo frettolosa. Penso ai campi e ai treni. Lo sapevi che in Islanda non ci sono treni? Non esistono le ferrovie. Che Paese è un Paese senza treni? Dov’è che le persone di siedono per scrivere e sognare? Come fuggono via, immaginando un’avventura, o magari una vita tutta nuova, anche se nel tempo compresso e nervoso dei pendolari? Sestri Levante e un serie di accordi che vola, da questa stanza alla sua. Prende un treno invisibile fino a quella stretta strada di campagna senza lampioni. Solo lucciole, semmai. Magari qualcuna l’hai già vista e ti dà già la buonanotte. Buonanotte. A presto. Buon compleanno.

Acquacheta

E adesso parla solo il vento

E adesso parla solo il vento. È l’unico mare su cui, di tanto in tanto, sento navigare la tua voce. È un lampo, solo un istante e di certo un’illusione. Cammino sul sentiero senza fatica, senza dolore i miei passi. Risalgo la china e non ricordo più che cosa sto aspettando. Poi vedo il Domani sul fondo della Valle. Si volta di scatto e mi chiede di te.

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Scatto_ Chiara
Parole e soggetto_ Michael

Città vuota

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A volte i luoghi tornano misteriosamente ad essere nuovi. Com’è possibile che una città ti sia venuta tanto a noia? Che le strade che un tempo si illuminavano nuove sul tuo volto siano diventate poi traboccanti di noia e inconsistenza. Quasi sembra abbiano perso ogni colore. In quale momento hai smarrito il tuo stupore?
Hai camminato con passo vago, incerto e disattento fino a questa sera, fino al momento in cui hai lanciato uno sguardo rapido al cielo e tutto è tornato a parlarti. Come un filo di nuvola, un pensiero di passaggio. Un dubbio inatteso che ti sfiora appena. Il dubbio che siano i tuoi occhi ad aver perso i colori, che sia il tuo spirito ad aver smarrito la sua originaria attenzione. Un tempo questi muri ti parlavano, nelle loro crepe, attraverso il loro intonaco. Ti parlavano i marciapiedi e i tavolini disposti in estate davanti ai bar, il rumore delle tazze e l’aroma delle bevande calde. Ogni stanza di casa o palazzo era un regno pronto a schiudersi, ogni volto il profilo di una storia nuova, la voce di un romanzo non ancora scritto. Il vento soffiava sussurri e segreti.

Poi si è spenta in un tramonto imprecisato tutta la magia di una città che stasera ritorna a parlare. Come il ritorno inatteso o forse atteso di una storia d’amore. Eccoti, ora ricordo. Se ripasso i polpastrelli sulle forme del tuo viso, sulle tue spalle, sui tuoi fianchi, se ti accarezzo il naso freddo o la caviglia… allora torno a te. Torno senza averti mai perso. Naufrago di niente, di un mare che in un attimo appare come inesistente, frutto di una strana fantasia. Eccoti. Sei tu questa città che aveva perso il volto. È il tuo profumo questo odore di estate, di foglie e di frutta. È la tua voce questo soffio che percorre il viale e scuote rami e tronchi. Ora sei tu.
Ma solo per un attimo. Per un solo momento ti ridai al mio cuore, prima di affondare nuovamente nell’abisso. Come si può tornare sempre nuovi? Come annullare la noia e il dolore? È di nuovo in bianco e nero questo viale. Il tramonto non ha più sapore. È solo una macchia molto chiara a bassa saturazione. Eppure tu eri qui. Io ti amavo poco fa. Pochi minuti fa. E adesso la mia città è tornata una rete in cui galleggiano intrappolate migliaia di vite.
Ti sei portata via l’arcobaleno.

23 settembre 2015. L’una di notte.

Verona
Verona

Questa sera passeggio per le strade di Verona e sono solo. Gli amici sono andati via da un po’, non ho più il cappello in testa, il concerto è finito e con quello l’artificio. Tutti i negozi sono aperti, solo gli ubriachi si siedono sulle panchine, che altrimenti resteranno vuote. Mi correggo, gli ubriachi o gli scrittori con i quaderni in mano. Mi sento stupido, ma non posso fare altro. In fondo, non posso essere altro. Sono tornato a Verona molte volte, ma non sono stato mai da solo, di notte, subito fuori dall’Arena e nelle vie rumorose del centro. Voci italiane, straniere, voci che cantano, che ridono, che raccontano e che pregano, non so cosa e non so chi. Sono strano questa sera, inquieto, forse per colpa di una manciata di canzoni. C’è Verona rumorosa, ma non troppo, abbastanza discreta da lasciarmi tempo e spazio per pensare. Qualche cameriere prova a offrirmi un posto a sedere, un piatto caldo o anche solo qualche cosa da bere. Qualcuno fuma sigarette sotto una colonna, c’è anche una bottiglia vuota su cui ha pisciato distrattamente un cane. Nessuna automobile dà fastidio al ronzio delle stelle. Questa sera mi sono seduto su una panchina a Verona e ho aspettato. Aspettato cosa non si sa. Aspettato che i pensieri tornassero da me dopo giorni di incertezza e confusione, che la ragione, o i ricordi, tornassero a farmi compagnia. In un secondo ho ripensato a tutti i sogni che abbiamo gettato giù da questo ponte, o piantato in questa Arena, come le bandiere alte e prepotenti della nostra età. Era bello l’amore, quando si occupava solo dei giorni che mancavano a Natale e delle luci accese, dei regali da scartare. Era bello quel mondo leggero e senza ombre di cui non è rimasto niente, un po’ come il negozio di Lacoste in cui non volevo entrare: ora è diventata una gelateria artigianale, già chiusa a quest’ora, nemmeno utile a togliersi un momentaneo appetito. Tutti i sogni che avevamo, semplici come un cappello di lana sulla testa per proteggersi dal gelo, come le mani nelle mani e due baci congelati e ingenui. Non era altro che questo, l’amore. La semplicità di una panchina e di una merenda da finire, delle ore rapide da far passare. Bianco come il Natale. Una sola parola, senza puntini di sospensione e senza scuse. Era una sera a Verona, e una stella bianca piantata davanti all’Arena. Il tempo ha spento ogni luce e si può solo ricordare. Stasera che sono solo, che nessuno mi vede, né mi parla, né si cura di me. Il tempo si è fermato, si è già fatta l’una e vado via.