Cosa resta di un inverno su una costa malinconica nel Nord? C’è la carcassa svuotata di un gabbiano sulla spiaggia, talmente vuota da sembrare un acchiappasogni, adesso. Ci sono solo piume e reticoli, reticoli di cartilagine e piumaggio bianco in disordine. Che cosa resta del cielo preso a pugni dalla notte? Un sole che riemerge dall’ennesima sconfitta. Il sole sa quanto sia importante, la sconfitta. Non vivrebbe senza, non sarebbe, senza. Senza l’assenza del sole per metà del mondo non esisterebbe luce a illuminare i prati, a dare robustezza agli steli e coraggio ai fiori per schiudersi. Il sole ci prende in giro, vedendoci cadere, vedendoci soffrire e leccarci le ferite. Prende in giro quel gabbiano un po’ triste che si avvicina alla morte, inconsapevole del fatto di poter tornare. La vita come ciclo ed eterno ritorno: l’intuizione tiepida di questo marzo bislacco e brontolone. E se non dovessi rinascere, amico gabbiano, sappi che sarai pur sempre qui, su questa sabbia nera che risalta le tue bianchissime piume, reticoli e piume. Sei l’acchiappasogni di un bambino che ti osserva curioso, fra il lancio di un sasso e un altro. Sei l’amuleto che è finito su questa pagina di carta riciclata e inchiostro nero, che mi fa pensare al sole. Ti sei invischiato nei pensieri di un uomo che cammina. Non sarai mai nemmeno in grado di capire, perché, anche se parlassi, probabilmente garriresti solo in islandese. Come se importasse cosa ci diciamo noi, sotto questo sole. Sai, era da molto che non vedevo tanti giorni di sole, attaccati l’uno all’altro, quasi sfacciati dopo le tormente delle scorse settimane. Quasi a dire: o tutto, o niente. O tutto, o niente, sei d’accordo?
Quale sogno mi hai rubato, carcassa di gabbiano? Quello lì, nell’angolo, nascosto? Proprio quello lì, in cui grido: o tutto, o niente, o adesso, o basta? Quello in cui non ho pazienza, né contegno? Quello in cui piango? Quello in cui ritorno? Perché invece di rubarmi i sogni non mi rubi un incubo? Ne avrei tanti da gettarti sulla sabbia. Che posso pretendere, però, da te, gabbiano? Hai già avuto i tuoi personali grattacapi. Non hai nemmeno più una forma che somigli a te. Chissà, forse una volpe si è fermata e ti ha svuotato. Forse sei un acchiappasogni un po’ speciale, e ti prendi solo quelli belli, quelli che ti diano un po’ di pace.
Ora, caro gabbiano, ti devo superare. Questa spiaggia nera, questa luce e questo mare, mi bisbigliano il mio nome. Mi ricordano chi sono e su quale sentiero conduco i miei passi. Mi ricordano quei due o tre sogni che inseguo e che – questi no! – non ti posso proprio dare.

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Reykjavík’s Tjörnin, Islanda

9 maggio
La scorsa notte l’ho trascorsa in hotel, per lavoro. Il sole di inizio maggio che inizia a rubarci le notte, restandosene seduto sull’orizzonte a gambe incrociate, con le sue guance rosse e rotonde gonfiate nello sbuffo di chi a tutti i costi non se ne vuole andare. All’improvviso, verso le otto, do un’ultima occhiata alle email e noto una nuova linea in grassetto, in cima a quelle già lette. Viene da casa, dall’Italia. È una vecchia signora di Sestri Levante. Ho subito pensato a Vecchioni, a quella bellissima canzone, e alla lontananza. A un’amica lontana che nella stessa situazione sarebbe stata colta dagli stessi stessi pensieri. Penso alla primavera assente del Nord, ritardataria e insieme troppo frettolosa. Penso ai campi e ai treni. Lo sapevi che in Islanda non ci sono treni? Non esistono le ferrovie. Che Paese è un Paese senza treni? Dov’è che le persone di siedono per scrivere e sognare? Come fuggono via, immaginando un’avventura, o magari una vita tutta nuova, anche se nel tempo compresso e nervoso dei pendolari? Sestri Levante e un serie di accordi che vola, da questa stanza alla sua. Prende un treno invisibile fino a quella stretta strada di campagna senza lampioni. Solo lucciole, semmai. Magari qualcuna l’hai già vista e ti dà già la buonanotte. Buonanotte. A presto. Buon compleanno.

Acquacheta

Je suis comme le roi d’un pays pluvieux,
Riche, mais impuissant, jeune et pourtant très vieux,
Qui, de ses précepteurs méprisant les courbettes,
S’ennuie avec ses chiens comme avec d’autres bêtes.
Rien ne peut l’égayer, ni gibier, ni faucon,
Ni son peuple mourant en face du balcon.
Du bouffon favori la grotesque ballade
Ne distrait plus le front de ce cruel malade;
Son lit fleurdelisé se transforme en tombeau,
Et les dames d’atour, pour qui tout prince est beau,
Ne savent plus trouver d’impudique toilette
Pour tirer un souris de ce jeune squelette.
Le savant qui lui fait de l’or n’a jamais pu
De son être extirper l’élément corrompu,
Et dans ces bains de sang qui des Romains nous viennent,
Et dont sur leurs vieux jours les puissants se souviennent,
II n’a su réchauffer ce cadavre hébété
Où coule au lieu de sang l’eau verte du Léthé

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Scatto di Chiara

Un tempo pensavi di non perdermi mai, di potermi lasciare andare via.
Pensavi sarebbe stato il mio segreto, volare via lontano: una specie di salvezza.
Pensavi e mi parlavi, sorella maggiore con il cuore in gola, lì, subito prima della lingua, come fosse una ghiandola per le parole.
Pensavi e parlavi, senza esitare, di posti immaginati, di storie, di nuove commedie da inscenare.
Mi cucivi addosso le tue idee ed io, come pasta modellante, mi lasciavo trasformare con amore.
Sorella maggiore. Canto ininterrotto. Maschera che non copre mai, ma che libera e guarisce.
Quante lacrime ho versato con te, sul legno morbido di un palcoscenico, quel legno che può diventare mare, deserto, montagna, o moquette.
Quante volte, subito dopo, hai raccolto quelle stesse lacrime e mi hai chiesto di guardare: “Guarda attraverso il tuo dolore.
Nella trasparenza delle lacrime filtra la luce della vita”. E così, anno dopo anno, ho imparato a non nascondermi a me stesso e al mio riflesso.
Ho imparato l’arte e la vita. E l’arte della vita. Ho imparato il mio nome.
Mi dicevi: “Ti sogno un giorno in giro per il mondo, a vivere avventure, a imparare cento lingue”.
Eppure oggi mi chiedi di tornare.
Pensavamo che la distanza avesse un altro colore, forse, che il tempo ci spingesse via un po’ meno in fretta.
Eppure qualcosa mi tiene ancorato a quest’aria invernale, alle luci scostanti del Nord.
Sorella maggiore. Canto adolescente. Vita.
Osservo il tramonto da un campo e so che sei con me. Mi vedi?
È la stessa luce che ci illumina la pelle, che ci colora la faccia di arancione.
E allora fingi di essere sole, stasera. Scrivimi un copione in cui ogni raggio sia un sentiero per tornare da te.

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Artwork di Marianna

Fammi spegnere la luce, che non ti vedo da un po’. Sai com’è: non ti vedo né col sole, né con le lampadine accese. Anche se voglio comprarne qualcuna, sai? Un filo di luminarie natalizie da appendere sul letto, come piace tanto agli hipster, soprattutto al Nord. Qualcosa che si veda dalla strada, che faccia della mia finestra una di quelle che uno scrittore affamato potrebbe fermarsi ad osservare. Quando cammino per questa città sproporzionata, grande e piccola insieme, mi incanto spesso di fronte alle finestre piene di decorazioni. Qualcosa di nordico, dettagli che regalano all’ambiente un calore unico e particolare, anche da fuori. Ti viene voglia di chiederti perché sui vetri stiano appoggiate certe bambole, certi colori di candele, o perché ci sia quel vaso, quella pianta, o quella piccola statua di legno. Ti sembra di riuscire a leggere una storia, o almeno ti viene da inventartela, mentre il vento ti scuote da ogni parte e sembra che soffi sempre a tuo sfavore. C’è una tazza di tè bollente di fianco al computer, a sinistra. Tazza nera. Chritmas Tea, diceva la confezione. L’ho comprato senza un vero perché. L’ho comprato come si compravano da piccoli i calendari dell’avvento con un cioccolatino al giorno da scartare. Sai che si tratta di prodotti e che quello stesso tè, così come quella cioccolata, sarà rivenduto fra un paio di mesi sotto un altro nome. Eppure, per adesso, è Tè di Natale, e può andare bene. Perché c’è un vecchio signore con la barba bianca e il cappello rosso disegnato sul cartone – sì, proprio quello inventato e pubblicizzato dalla Coca-Cola. Lo stesso Santa Claus che piace tanto alle multinazionali. Stasera non importa. Ma in realtà non mi è mai davvero importato. A cinque anni non sapevo cosa fossero le multinazionali e comunque non aspettavo di certo il Natale solo per i regali. Da adolescente ancor meno. Il Natale ha avuto per tanti anni qualcosa di speciale, che andava oltre il rumore della carta strappata, o conservata quando possibile per farla riutilizzare alla nonna l’anno successivo. Natale è buio senza arresa. Colori e luce che invadono la notte. Vapore che esce dalle labbra che si baciano, calore dalle mani che si amano e dai forni e dai camini delle case in cui si cuoce per decine di persone. Natale è spegnere la luce, tenere solo qualche piccola lampadina accesa, o forse un fuoco. È più bello così. Più delicato. Ti lascia il desiderio dell’estate senza però darti in pasto al buio e al ghiaccio delle sette di mattina.
Fammi spegnere la luce, che non ti vedo da un po’. Vorrei mettere delle luminarie alla finestra, di quelle che di solito si arrotolano agli alberi, di quelle che si vedono da fuori. Vorrei metterle perché tu possa notarle. Magari un giorno, verso sera, potrai seguirle e ritornare.