Il mio inchiostro e il mio sangue

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Gli scrittori hanno bisogno del dolore, di attingere a quel pozzo segreto entro cui sono annegati i giorni passati, le passate speranze e le trascorse identità, già mutate. Non puoi chiedere a uno scrittore di dimenticare completamente il dolore di una ferita, benché addomesticata, benché fattasi cicatrice. Sono semplici comandamenti che anche tu dovresti capire. Parlerò sempre di ciò che serve per non tacere, per non cadere nel banale, per ricordarmi dell’amore, se è quello che serve. O della frustrazione, dell’illusione, del distacco, della gioia cieca, di abbandono, di riscatto e paura. Avrò sempre un ricordo o un segno sul corpo su cui premere il dito, o meglio, la penna. La premerò sempre, in cerca di ispirazione, per noia, vanità, o bisogno di parlare. Soprattutto nei giorni grigi, in quelli lenti, schiavi del silenzio e delle idiosincrasie. Spingerò la punta fino a sotto la cicatrice, per farla sanguinare ancora, alla ricerca di un’emozione perduta. Anche solo per un attimo, un istante che basti a dare ossigeno al racconto o a una poesia. Non potrai impedirmi di scrivere, né di ricordare, né di romanzare.
Non dovrai mai aspettarti la verità dei fatti, piuttosto quella delle emozioni, delle atmosfere e del cuore. Quella delle sensazioni rimaste addosso, voltata l’ultima pagina. Non chiedermi di smettere né di essere sincero. Chiedimi solo la verità di fondo, nascosta nei fogli invisibili della mia esperienza. Chiedimi che le lacrime di un personaggio siano le stesse mie, ma non chiedermi le ragioni e non indagare nei perché. Rimarresti delusa dalla banalità della vita, e da quanto poco mi importa, in realtà, di quello che è stato davvero e di come spendi ora i tuoi giorni felici.
Il mio inchiostro e il mio sangue sono asserviti alla mia vanità, legati a catene che non si sanno spezzare. Se è la mia vita che cerchi, allora esci da qui. Come faccio io stesso, ogni volta che sono felice, ogni volta che sono impegnato a dare forma al presente e non ho niente da dire o niente da dare alla carta. Nessun capriccio da consolare.

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Una notte di luglio, in una foresta

No, voglio soltanto sedermi. Anche se non ho segreti da rivelare, né bottiglie di vetro da svuotare. Non posso nemmeno offrirti da bere, sai. Credo che il portafogli sia vuoto, o sarebbe meglio dire svuotato, come questa notte senza pensieri, solo sensazioni strane e sudore. Da piccolo pensavo che Agosto fosse il mese più caldo dell’anno. Poi sono andato in Islanda, e il 23 agosto ho visto la prima neve d’estate, sulle cime intorno al fiordo, sopra il Troll Seat. Poi è arrivato questo finale di giugno così terribilmente agostino, questo inizio di luglio infernale, e ho cambiato idea. Forse hanno ragione i Perturbazione e Agosto è davvero il mese più freddo dell’anno… Ma che c’entra adesso? Sono di nuovo nelle pieghe delle mie immaginazioni notturne, dentro una scena che non c’è.
Vieni qui, dunque. Siediti e fatti stringere la mano – anzi, fatti tenere la mano. Anzi, mantenere. Che non la voglio proprio lasciare. Se stiamo immaginando, allora posso anche offrirti da bere. Ti ho portato una birra. La bevi, la birra? Non me lo ricordo. Be’, tieni.
Amie. Sei felice, Amie? Come stai? Hai poi trovato il coraggio di dire a tua madre che l’ami e che ti dispiace? Hai imparato a non nascondere il tuo cuore dentro la stoffa di un vestito? Amie, a cosa pensi mentre guardi il mare? Intendo, ora, a cosa pensi? E cosa vedi fra le onde? Amie, ma ci credi ancora nel futuro? L’hai vista la nave di luce, all’orizzonte? Intendo dire: la vedi ancora? La preghi ancora perché ti porti via? Presto, dimmi che forma hanno le onde, Amie. Che questa fantasia è già finita, tu non ci sei più e io nemmeno, non ci sono panchine né birre, solo una notte afosa di Agosto. Intendo dire: settembre. No. Scusa. Intendo dire: una notte di luglio. Una banalissima notte di luglio che non lascia dormire. Come una voce in una foresta. Come “una nave in una foresta”. Intendo dire: come un cuore – disperso – in una foresta.