I viali di settembre

Christmas Dinner - 26 dicembre 2014-121

I viali di settembre mi hanno arrotolato la sciarpa sul collo.
Hanno acceso i fanali del treno
Scomposto i ricci fintamente scomposti di mia madre
Intenta a comprare cesti di frutta
Futura marmellata d’inverno
Da offrire su pigra fetta di pane
Al suo cuore in esilio.
Domani, o forse
Dopodomani
Raccoglierò i libri imbiancati mai letti
Di cui ho cosparso la casa
Le tazze già usate di
Nere notti insonni depositate sul fondo
Nere
Come il mondo escluso dal mondo
Le cose meno le cose
La luce meno la luce
Me strappato da me

I viali di settembre sono più neri. Già alle sette, alle sei, le cinque…
Poi le quattro
Poi fa freddo ed è già inverno.
Che strano l’odore del mondo a settembre
Portoni di legno sbarrati senza volersi riaprire
Rifugi stagionali illuminati dal fuoco
Piedi caldi e calze pesanti
Un castagno
Le strade che si intrecciano sui rami degli alberi spogli
Le loro figlie calpestate
Croccanti
Distese arrese
Come l’anima che ho lasciato sul tuo letto
Che ora penzola dalla tua bocca
Come impigliata a un tuo dente
Come pezzo di carne gustata ore fa
E adesso
Già digerita

 

Spleen // Charles Baudelaire

Je suis comme le roi d’un pays pluvieux,
Riche, mais impuissant, jeune et pourtant très vieux,
Qui, de ses précepteurs méprisant les courbettes,
S’ennuie avec ses chiens comme avec d’autres bêtes.
Rien ne peut l’égayer, ni gibier, ni faucon,
Ni son peuple mourant en face du balcon.
Du bouffon favori la grotesque ballade
Ne distrait plus le front de ce cruel malade;
Son lit fleurdelisé se transforme en tombeau,
Et les dames d’atour, pour qui tout prince est beau,
Ne savent plus trouver d’impudique toilette
Pour tirer un souris de ce jeune squelette.
Le savant qui lui fait de l’or n’a jamais pu
De son être extirper l’élément corrompu,
Et dans ces bains de sang qui des Romains nous viennent,
Et dont sur leurs vieux jours les puissants se souviennent,
II n’a su réchauffer ce cadavre hébété
Où coule au lieu de sang l’eau verte du Léthé

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Eternal sunshine // Senza zucchero

J, dopo l’altra notte non sono più caduto. Ci sono due accordi di chitarra che mi fanno cadere e sono quelli che lei mette più spesso vicini. Parte tutto da una risata, continua nel modo in cui muove la testa, finisce in uno sguardo lanciato verso il basso, ma abbastanza in alto per farsi notare. J, ti sei mai chiesto se sei felice? Che concerto le stelle del cielo e l’aurora, stanotte. Che sinfonia indelebile. Quella risata e l’aurora. Ghiaccio sulla suola delle scarpe, scivolo sull’erba. Rido. Mi cadono i popcorn. Gli islandesi si vestono male e ascoltano Justin Bieber, vanno al cinema in tuta, ciabatte e calze bianche. J, ho quasi paura che questo momento possa svanire, sfumare, o crollare all’improvviso. Hai mai visto Se mi lasci ti cancello? Ecco, non badare al titolo, ma qualcosa del genere. Mi sono svegliato stamattina con un sole basso e una luce gonfia di arancione. La notte scorsa però. La notte scorsa, sai, c’era una grandissima luna e c’è ancora. Il sole e la luna non è vero che non si possono incontrare. Eccoli lì. Lei si nasconde un po’ nel blu, si fa appena vedere. Lui è più prepotente, oggi poi gli va proprio di strafare. Togliti le scarpe quando entri nel mio cuore, sembra dire il volto pallido di lei. Si nasconde e scappa via, mentre lui la insegue. Non so come facciano, J, questi germani, a declinare la luna nel genere maschile. Dico: hanno mai visto una donna arrossire? J… Aspetta, sono tornato sulla terra. Mi ero perso a raccontare. Sai come sono fatto. Come Jim Carrey in quel film. Ho paura di girarmi. Ho paura che sia andata via. Come la luna, nel cielo, a dicembre. Talmente bella e inaspettata che potrebbe sparire, sfumare. Sai cosa ti dico? Mi ascolto una canzone.

La tua luce è preziosa // Le onde

Ma se il sole tramonta. Se il sole tramonta alle quattro e sorge domattina, domattina alle nove. Se le ore del giorno si accorciano e rendono preziosa la luce. D’oro. Invernale.
Se camminando verso casa non mi tengo troppo lontano dal mare. Quel mare in cui non posso tuffarmi, ma che posso guardare, finché la notte non torna a coprirci lo sguardo. Se cammino, non troppo lontano dal mare. Posso sentire rumore di onde. Onde che parlano, tremano, si stendono e contraggono su una spiaggi di pensieri distesi.
Una conchiglia per un tuo pensiero. Un granello di sabbia per una tua ciglia. Un filo d’erba da posarti sulla labbra per una tua risata. Il rumore delle onde, il solletico e la tua risata. Finché il sole tramonta. La tua luce è preziosa.

Luci alla finestra – Perché tu le possa seguire

J., ho riempito di luci il contorno della mia finestra. Fuori piove, ma sopra la pioggia vedo l’aurora boreale. Non con lo sguardo, la vedo però con la mente, quando mi faccio aeroplano, quando divento filo di nuvola, fiato di vento, per andare a cercare nomi e parole, mondi sconosciuti lontano da qui. Lontano. Lontano come le note. Come la notte. Chissà da dove vengono, J., le note e la notte. Forse dallo stesso posto, forse dal fondo del cielo o del mare. Forse ci sono piovute sul capo, le note, la notte e le stelle, all’inizio dei tempi. E forse le ha raccolte un pescatore.
J., tu sai pescare? Sai guardare in alto e trovare le parole?
Note, notte, stelle e parole.
Ho aggiornato questa lista di luci e di sogni, J.: Il buio deve pur morire.

L’arrivo in Islanda

Mi ricordo ancora l’atterraggio a Keflavík, il tentativo di guardare fuori, di vedere il profilo dell’Islanda nel crepuscolo della notte estiva e di fissarlo poi nella memoria per sempre. Sull’autobus verso il centro, tenere il naso appiccicato al vetro della vettura, con la curiosità del bambino, per vedere la linea rossa del sole che non tramontava. Erano le due di notte, ma sembrava quell’ora della sera in cui si alza il vento, l’aria si rinfresca e il sole comincia a salutare. Non sarebbe sceso più in giù di così, anzi, sarebbe risalito facendomi risvegliare di soprassalto, poche ore dopo, nella stanzetta colorata di un ostello, su una traversa della via principale di Reykjavík. Vedere le casette di lamiera colorata nella luce blu, il Tjörnin addormentato, accovacciato nella notte incerta insieme ai suoi gabbiani; mi ricordo i sussulti del cuore, la meraviglia del pensiero. Ricordo ogni singolo brivido che mi ha attraversato la pelle entrando nella capitale. Scesi dall’autobus, trasportai la mia pesante valigia nell’ostello, mi avvolse la consapevolezza che per il mese successivo l’Islanda sarebbe stata la mia casa. Un mese tanto bello da sembrare un giorno. Una distanza tanto grande, ora, da sembrare invece infinita. Mi coricai dopo aver spedito a casa messaggi di rassicurazione. Non so come riuscii ad addormentarmi, come riuscii a placare l’entusiasmo, il respiro affannoso, la sensazione profonda di essere finalmente arrivato. Finalmente nel luogo sognato. Finalmente coi piedi piantati sul mio Nord. Finalmente a casa. Perché non avevo il minimo dubbio di ciò che avrei trovato, non avevo paura che il sogno s’infrangesse sugli scogli dell’esperienza reale. E infatti non fu così. Per questo mi manca ogni giorno. Ci penso ogni giorno. E spero, ogni giorno, che si avvicini il momento di tornare a casa.
Find your North.

Il bellissimo video proposto oggi è il frutto del viaggio di Lea et Nicolas Features nella terra del ghiaccio e del fuoco: una prospettiva (finalmente) diversa dai soliti campi lunghi, un racconto fatto di frammenti, ritagli, ricordi personali di un viaggio vissuto davvero e profondamente. “Everything makes sense now”.