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Svegliati, Emmett. Le fragole sono finite. Non c’è più nessuno, qui. Abbiamo lasciato la casa sul lago centinaia di anni fa. Emmett, perché continui a tornare? Perché continui a tormentarci? I grilli non cantano più, il fiume che fiancheggiava rumoroso e abbondante i campi di cipolle è stato rapito dal suo letto assetato di pioggia. Emmett, perché ci costringi a ripetere il tuo nome? Tu ripeti i nostri come fossero preghiere, ma non siamo che visioni impigliate fra le fronde, chiazze di muffa a divorare la carta da parati prima tempestata delle rose che tuo nonno amava tanto. Emmett, vattene via e non tornare mai più. Su questo lago non hai lasciato niente che non siano ricordi sbiaditi e vagabondi. Non appartengono a nessuno, nemmeno alla tua malattia. Il tempo li ha allontanati anche da te, trasformandoli in visioni distorte di un’epoca infinitamente lontana. Emmett, non ritornare fra queste campagne, non immergere di nuovo il tuo corpo stanco e inaridito in queste acque. Non ci sono più le voci di un tempo felice a ridere dell’estate acciecante di una gioventù condivisa, non esiste più nulla oltre la durezza di questo ammasso di rovi che ti impedisce di entrare. Non cercare di spezzarli, non tentare di reciderne i rami e le radici, Emmett. Afferra il tuo bastone e allontana i tuoi passi per sempre. Non vedrai più bianche vestaglie, la frenesia dei volti e le ceste colme di frutta di stagione. Non vedrai più niente, oltre a questo cancello, solo la tua ombra scura ed ingobbita. Lascia tutto, Emmett. Rimani fedele alla vita. Le fragole sono finite.

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I tuoi occhi si spalancano sul vigneto di fronte alla casa bianca dall’intonaco ruvido e irregolare in cui i nostri sogni si andavano a nascondere, con i nomi da dare agli inverni da passare assieme, la luce, il senso della vita di un fiore. Una libellula che sfreccia sul passato. Le mie poesie ora sono terra, che sarà seme e grano e pane da mangiare. Pane da comperare al mattino con gli occhi ancora impreparati al mondo, lacrimosi di un rivolo residuo di sogni. Ci vuole coraggio, ogni giorno, per aprire una finestra che non dia sul tuo giardino. Ora. Domani. Ora. O domani. O mai più, semmai. Le stagioni si rincorrono senza parole. Vernice distesa che colora il cielo, scolora il casolare e ci avvicina alla fine. Se cade un frutto su un fiore, su una margherita nel campo, sento la cicala sul ramo trasalire. Sento il mio cuore pigro, eternamente antico risvegliarsi e domandare. Dov’è lei? Dove? Dov’è chi ha calpestato questi prati, piegato al passo suo la vita di mille altre margherite ancorate a stagioni più liete? Dov’è quel volto di brina che in un giorno d’estate mi ha portato via acini e fragole?