30 ottobre 2017

Se ne va anche il caffè della Santina. Si toglierà di mezzo anche l’ala di Baracca, la piazza del liceo dove inciampavo per correrle incontro e raggiungerla più in fretta, ogni mattina.
Se ne andrà l’edicola di fronte a scuola. Se n’è andata Suor Ofelia, quell’anima pia che si faceva tirare il velo per dispetto e mi rincorreva fino in chiesa, dove andavo persino a disturbare Dio coi miei racconti di viaggi interstellari. Guardavo la madonna in volto e mi chiedevo perché fosse così bianca e così triste. Perché piangi, Maria? Tuo figlio è ancora vivo, lo tieni fra le braccia. Ma non vedevo, oltre lei, la croce. Non vedevo il monito e la morte. “Fine” era una parola scritta dentro al sussidiario, in fondo ai racconti brevi, estratti di romanzi nella sezione Antologia. “Fine” era il segno con cui siglavo il termine di un tema in cui parlavo del mio cane, o della macchinina blu che percorreva giornalmente l’autostrada-corrimano delle scale, a volte cadendo a terra, per frantumarsi sulle piastrelle fredde e scure.
Un giocattolo rotto, un cartone animato finito, una festa di compleanno interrotta dal suo “Michael, andiamo. Mettiti il giubbotto”, erano le cose più vicine alla morte.

Se ne è andato il biondo dai capelli di suo fratello, che fingeva davanti a un falò di essere un mago.
Se ne è andata anche Liliana, la settimana scorsa, ma questa volta stranamente non ha scordato la borsetta; l’ha riempita col suo solito rossetto, un po’ di lacca, le sigarette che prima nascondeva nel cassetto delle calze, e tutti i suoi racconti sull’Italia e sulla guerra. Me lo diceva spesso ultimamente: “Ho fatto aspettare troppo mio marito, pover’uomo”. Troppi anni ti sei coricata sola, coccolata da una foto in bianco e nero. Te ne sei andata come i bomboloni di Bacchini, quelli che nessuno sa fare più e di cui dicevi di aver ricevuto segretamente la ricetta. Chissà se nella borsetta hai nascosto pure quella. Di sicuro hai nascosto il tuo ragù e la tua voce un po’ graffiata. Notti di liscio e polka e altri balli nelle estati di riviera. L’amore puro soffiato sul volto ad ogni bacio. Il tempo, che nella sua corsa affamata ti aveva già superato. Hai un bagaglio pieno per questo lungo viaggio, ma vorrei che mi lasciassi almeno una moneta. Potrei lanciarla in aria per decidere stavolta da che parte andare.

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Mi metto vicino alla finestra per ascoltare una poesia. Recitata dai flauti d’inverno. Domani, domani, il giorno più breve dell’anno. Il giorno più buio dell’anno. Dialogo stanotte con l’unico fiore sopravvissuto, con il mio fiore sopravvissuto. Perché mai non ti ho guardato? Perché mai non ti ho creduto? A volte, persino, ti ho tradito, pur non avendoti avuto. A volte…
Mi lascio cadere una guancia su un palmo di mano. Sono stelle, o solo cristalli di neve sul vetro? Sono occhi o solo nuvole nere? Quante volte rimpiango di non saper suonare il pianoforte. Saprei dirti molto meglio tutto ciò che dovrei dire. Io sono con te, come non sai. Come nemmeno sai. Neppure immagini. Sono nelle pieghe delle mani sporche di farina di mia madre. Sono negli occhi giovani e verdi di chi chiamo padre. Sono anche nel tuo cuore, anche adesso, anche se non mi vuoi. Ho preso in affitto un cartone e faccio il clochard alla stazione degli amori taciuti. Sono attorcigliato alla barba bianca di mio nonno, anche adesso che il sguardo è nascosto dal mondo, come le macchie nere che lascia il sole alla vista, se osservato troppo a lungo. Sono l’odore e la risata di mia nonna. Sono lo scatto in negativo di chi mi ha messo al mondo. Sono una piccola ape vorace che di tanto in tanto ritorna a ronzare intorno al tuo fiore. Soprattutto nel buio di una veglia senza sbadiglio. Sento la neve che mi parla di te. Ci sono fiocchi sollevati dal vento che si scagliano sulle pareti, sulle cortecce degli alberi, sui vetri illuminati di chi si difende dal freddo, legge un libro, beve un tè coi piedi davanti al camino, poi posa gli occhiali, raggiunge qualcuno nel letto, punta la sveglia, dà un bacio e ritrova i suoi sogni, soffiati sul viso dall’abbraccio di un cuscino. Il cuore dell’uomo rimane fedele alla luce. E questo, questo è tutto ciò di cui valga la pena cantare.

C’è un pomeriggio nei miei ricordi, fermo immobile dentro una foto che ho perso.
Ti regalai una margherita, ma era di plastica. Forse avrei dovuto prendere quel fiore finto come un monito, un avvertimento. Ma come potevo? Avevi un cestino di castagne fra le mani e tutto sembrava ancora possibile. Persino essere felici e dimenticare. O essere persone migliori e non sbagliare più. Come potevo? Il sole se ne stava seduto appena sopra le colline ad aspettar di tramontare, mentre gli odori dell’autunno e una musica paesana si facevano strada per i vicoli, fino nelle nostre orecchie. Fisarmoniche e risate di bambini. Era ottobre. È ottobre ancora.
Ho sempre pensato che la tua stagione fosse la primavera, col fiorire delle margherite e i giri in bicicletta, le gelaterie, le scarpe leggere e le magliette colorate, le bolle di sapone. Credo di essermi sempre sbagliato. La tua stagione è l’autunno, bella e malinconica. Queste foglie rosse che il vento porta in giro. Il fruscio del tuo cappotto dentro al mio. Il cioccolato e le castagne sul fuoco, per far passare le sere davanti alla tv.
Arriva l’autunno e poi va via. Arrivi in autunno, e poi vai via.