Tot a ca’

Una rondine dopo l’altra, e dopo le rondini solo l’odore dell’erba illuminata dalla sera. L’argine del fiume che imponeva la sua ombra sulle nostre testoline ben rasate, ma sudate a dovere, piene solo del rumore di calci sul pallone e sfide a nascondino. Solo le rondini basse, che ci sfioravano i ciuffi di capelli misti a ciuffi d’erba, misti a tracce di terriccio figlie di giocose colluttazioni. Chiedevo a mia zia perché le rondini volassero così basse, lei, nel suo grembiule celeste attraversato da strisce verticali e bianche – o almeno dovevano essere state molto bianche, una volta, prima di ricoprirsi di tracce di pomodoro e condimenti vari – lei mi rispondeva: “Sta per piovere!”. “E che ne sai?”, le rispondevo – il rumore della gomma consumata del fondo delle mie scarpe che le correva incontro e strideva in frenata sull’asfalto bollente. Che ne sai? “Le rondini volano sempre così basse quando sentono il temporale. Venite in casa!”, diceva, “Tot a ca’!”. Ma noi restavamo in piedi, mentre lei rientrava a mescolare il sugo col suo lungo cucchiaio di legno antico, in quel cunicolo di cucina. Noi restavamo in piedi, fermi immobili a fissare il cielo. Le rondini stridevano quasi più delle mie scarpe da ginnastica. Traiettorie agitate e confuse. E in cima all’argine del fiume, che già ogni sera si stendeva cupo su di noi per ricordarci che un’altra giornata doveva finire, là in cima iniziavano a vedersi nuvole nerissime. Avanzavano veloci e dalla nostra altezza di bambini molto piccoli, sembravano ingoiare l’argine, e prima ancora i binari del treno, con vorace impazienza. Come una coperta spessa e scura che si mangiava tutto: il sole, le stelle, i fili d’erba, il canale e forse, presto, anche le rondini e noi due. Persino i grilli quella sera avevano deciso di non cantare, forse balzati più in là, sotto una foglia, al riparo dalla famelica tempesta. Zitti. Tutti a casa, ritirata! Qualcosa nel cuore, già allora, mi si lacerava. Dovevo interrogarmi sulla fine del mondo, mentre il vento si alzava tanto da spingermi via e da entrarmi nella maglietta di cotone leggera, con le sue mani invadenti e maleducate. Dovevo fermarmi lì, capite? Resistere, piantare i piedi, aspettare l’oscurità e chiederle: “Perché?”.

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Ma vorrei che mi lasciassi almeno una moneta

30 ottobre 2017

Se ne va anche il caffè della Santina. Si toglierà di mezzo anche l’ala di Baracca, la piazza del liceo dove inciampavo per correrle incontro e raggiungerla più in fretta, ogni mattina.
Se ne andrà l’edicola di fronte a scuola. Se n’è andata Suor Ofelia, quell’anima pia che si faceva tirare il velo per dispetto e mi rincorreva fino in chiesa, dove andavo persino a disturbare Dio coi miei racconti di viaggi interstellari. Guardavo la madonna in volto e mi chiedevo perché fosse così bianca e così triste. Perché piangi, Maria? Tuo figlio è ancora vivo, lo tieni fra le braccia. Ma non vedevo, oltre lei, la croce. Non vedevo il monito e la morte. “Fine” era una parola scritta dentro al sussidiario, in fondo ai racconti brevi, estratti di romanzi nella sezione Antologia. “Fine” era il segno con cui siglavo il termine di un tema in cui parlavo del mio cane, o della macchinina blu che percorreva giornalmente l’autostrada-corrimano delle scale, a volte cadendo a terra, per frantumarsi sulle piastrelle fredde e scure.
Un giocattolo rotto, un cartone animato finito, una festa di compleanno interrotta dal suo “Michael, andiamo. Mettiti il giubbotto”, erano le cose più vicine alla morte.

Se ne è andato il biondo dai capelli di suo fratello, che fingeva davanti a un falò di essere un mago.
Se ne è andata anche Liliana, la settimana scorsa, ma questa volta stranamente non ha scordato la borsetta; l’ha riempita col suo solito rossetto, un po’ di lacca, le sigarette che prima nascondeva nel cassetto delle calze, e tutti i suoi racconti sull’Italia e sulla guerra. Me lo diceva spesso ultimamente: “Ho fatto aspettare troppo mio marito, pover’uomo”. Troppi anni ti sei coricata sola, coccolata da una foto in bianco e nero. Te ne sei andata come i bomboloni di Bacchini, quelli che nessuno sa fare più e di cui dicevi di aver ricevuto segretamente la ricetta. Chissà se nella borsetta hai nascosto pure quella. Di sicuro hai nascosto il tuo ragù e la tua voce un po’ graffiata. Notti di liscio e polka e altri balli nelle estati di riviera. L’amore puro soffiato sul volto ad ogni bacio. Il tempo, che nella sua corsa affamata ti aveva già superato. Hai un bagaglio pieno per questo lungo viaggio, ma vorrei che mi lasciassi almeno una moneta. Potrei lanciarla in aria per decidere stavolta da che parte andare.