Un Giardino pieno di mele

Lei di notte dipingeva il suo amore.
Lei di notte distruggeva il suo amore
in mille pezzi
mille minuscoli pezzi di vetro.
Prendeva poi le tempere e i pennelli e li posava sull’aria, sul filo dell’onda, perché scrivessero parole che non era in grado di dire. Parole che, un giorno, qualcuno doveva legge. Dipingeva la luce del sole, i riflessi di specchi e piastrelle, miscelava tutte le voci del suo silenzioso congresso di spiriti. Deliberava visioni, dava ordine a un albero di trasformarsi in tempio. Alla foglia imponeva il veleggio di una barca spedita verso il cielo, o verso i riflessi infiniti della Senna, verso l’Amazzonia. Fra i rovi si intagliavano portali e trascorrevano canti di solitaria disperazione immortale. I gemiti del suo desiderio negato, chiuso dietro la porta di una matrona di specchi, dove imparammo a rivederci nel riflesso sparpagliato di un ostinato non capirsi. L’unico linguaggio comprensibile era quello dell’amore. L’unico linguaggio di cui lei possa parlare, la vernice che lega insieme questo posto, la patina lucida seccatasi sull’argilla che ha costruito la natura a immagine e somiglianza di un cuore, senza distruggerla o spezzarla. Questo, io ricordo. Questo amo di lei, nell’attimo in cui rivedo le sue infinite fantasie. L’unico filo che mi annoda a questo posto: ti sento urlare, Niki, dentro a tutti i colori del mondo. Urli di vernice per non farti capire, perché sarebbe troppo fragile tradire il cuore, parlare di un’attesa che solo tu capisci, di una lontananza che solo noi capiamo. E l’impossibile proposito di guardare altrove. Lontano, lontano, lontano nel tempo. Sugli orli rattrappiti delle vite possibili, tu hai visto due amanti in un Giardino. Un Giardino pieno di mele e senza dolore.

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Il giorno in cui lasciasti il nostro giardino

Claude Monet, Le jardin de l’artiste à Giverny, 1900

Il giorno che ci siamo lasciati mi veniva da vomitare. Siamo rimasti stesi sul letto per ore senza nemmeno guardarci negli occhi. Senza toccarci. Senza dire niente. Senza…
Il giorno che ci siamo lasciati me lo ricordo come fosse ieri, no anzi, stamattina. È da qualche giorno che ci lasciamo ogni mattina. Tu non lo sai, ma ci lasciamo ogni mattina. Poco dopo l’alba. La stessa alba che ci sorprese dopo la prima notte insonne. Tu non lo sai. E nemmeno io lo so. Non c’è niente da sapere, se non che passerà anche questa irritante riproposizione scenica di istanti scivolati via.
Il giorno che ci siamo lasciati mi veniva da vomitare. E mi viene da vomitare anche adesso, piuttosto spesso. La mattina, di solito. Dopo colazione. Subito dopo il sorgere del sole. Forse vomitai davvero, quel pomeriggio torrido di fine estate. Forse ho vomitato per i mesi successivi, finché non siamo diventati qualcosa al di fuori di me, finché non ti ho sputato via.
Il giorno in cui tu lasciasti il nostro giardino, non crebbero più mele, né pesche, né fragole. L’edera smise di crescere sul muro che portava alla mia stanza, che conteneva la mia finestra. Il giorno in cui uscisti da quella porta, per tanto tempo non crebbe più erba e non seppi più dov’ero. Il giorno in cui la nostra tana venne distrutta dal leone e i nostri piccoli mai nati vennero sbranati dalla sua ingordigia. Quel giorno, io volevo vomitare. E forse ho vomitato. Senza dire niente, senza…
Non ritornò mai verde quel giardino. Non ritornò mai il sole su quel brandello di terreno. Trovai io nuovi giardini e nuove fragole. Trovai nuove pesche e nuove spighe da lanciare. Gonne da sollevare e labbra morbide per baciare via la sete, la sera e la solitudine. Fu di nuovo mattina. Ci fu di nuovo qualcosa da raccogliere, un sapore da raccontare. Ci fu di nuovo vita. C’è stata. C’era. Sì. L’ho scritto. Me lo ricordo. L’ho scritto. Ho consumato inchiostro per parlarne. Per trovarmi, per tornare, per ritrovare il rumore dell’acqua che scorre negli argini, per scongiurare l’appassire delle piante.
Ma c’è sempre stato un secondo giardino, accanto. Si è seccato per non fiorire più. Si è adombrato e tuttavia non piove più. Ed io… Io mi ricordo l’ultimo fiore appassito. L’abbiamo schiacciato con le nostre schiene, stesi su quel letto, muti. Prima che uscissi dalla porta. Subito prima che iniziassi a vomitare.