Un Giardino pieno di mele

Lei di notte dipingeva il suo amore.
Lei di notte distruggeva il suo amore
in mille pezzi
mille minuscoli pezzi di vetro.
Prendeva poi le tempere e i pennelli e li posava sull’aria, sul filo dell’onda, perché scrivessero parole che non era in grado di dire. Parole che, un giorno, qualcuno doveva legge. Dipingeva la luce del sole, i riflessi di specchi e piastrelle, miscelava tutte le voci del suo silenzioso congresso di spiriti. Deliberava visioni, dava ordine a un albero di trasformarsi in tempio. Alla foglia imponeva il veleggio di una barca spedita verso il cielo, o verso i riflessi infiniti della Senna, verso l’Amazzonia. Fra i rovi si intagliavano portali e trascorrevano canti di solitaria disperazione immortale. I gemiti del suo desiderio negato, chiuso dietro la porta di una matrona di specchi, dove imparammo a rivederci nel riflesso sparpagliato di un ostinato non capirsi. L’unico linguaggio comprensibile era quello dell’amore. L’unico linguaggio di cui lei possa parlare, la vernice che lega insieme questo posto, la patina lucida seccatasi sull’argilla che ha costruito la natura a immagine e somiglianza di un cuore, senza distruggerla o spezzarla. Questo, io ricordo. Questo amo di lei, nell’attimo in cui rivedo le sue infinite fantasie. L’unico filo che mi annoda a questo posto: ti sento urlare, Niki, dentro a tutti i colori del mondo. Urli di vernice per non farti capire, perché sarebbe troppo fragile tradire il cuore, parlare di un’attesa che solo tu capisci, di una lontananza che solo noi capiamo. E l’impossibile proposito di guardare altrove. Lontano, lontano, lontano nel tempo. Sugli orli rattrappiti delle vite possibili, tu hai visto due amanti in un Giardino. Un Giardino pieno di mele e senza dolore.

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Le Ninfee di Monet

Parigi, 2010.
Parigi, 2010.

Tu lo sai, vero, cosa succede dopo?
Ci sediamo di fronte alle Ninfee di Monet e cominciamo a perdere l’orientamento inseguendo le varie pennellate. Ci chiediamo come sia possibile che dei tocchi a volte così grossolani possano aver dato vita a questo insieme, a questo meraviglioso concerto. Sono al centro della grande sala bianca e cerco di immaginare il mistero dell’acqua, o per meglio dire, del suo riflesso, reso attraverso l’uso sapiente della tempera. L’impressione ipnotica non della natura, ma della sua essenza. L’essenza di uno specchio d’acqua, dei fiori, delle foglie, di un pomeriggio qualunque passato in riva al lago ad ammirare il mondo che vive. Ma è solo un’impressione, un’imperfetta sinfonia di forme e colori: se così non fosse, non ne vedremmo la sostanza. L’anima del luogo si cela precisamente nell’approssimazione, nel tocco rapido, ma tanto sapiente da essere capace di diventare luce, di intrappolare la luce. Ecco cosa succede dopo.
Ci sediamo di fronte alle Ninfee e restiamo in silenzio. Sul dorso della mano hai ancora una macchia di tempera. Stamattina ti ho chiesto di dipingermi il cuore di un colore diverso da questo rosso spento. Ti ho chiesto di pennellarmi sul cuore l’impressione di un cielo sereno. Fa’ del mio cuore la tua tela. Coprilo di luce, come farebbe Monet. Svestilo della sua banalità per ritrarre la sua essenza. Lo porterò con orgoglio al centro della stanza bianca e lo farò parlare. Ecco cosa succede dopo.
Ci sediamo nel salone delle Ninfee e il mio cuore, finalmente, comincia a parlare.