Cosa vuoi che sia
L’ennesimo addio
L’ennesimo amore fallito
il più recente
“Vorrei,
Ma non posso”.

Cosa vuoi che sia
Quell’ingenuo capriccio
Che l’ha portata via
La sua giovane fretta
Di decifrare in un lampo
l’alfabeto del cuore
Prima di poter dire
“A domani”, o
“Buonanotte”

Cosa vuoi che sia
Questo dolore
Rispetto alla mia vita
Intera.
Questo bruciore allo stomaco
Per uno che è morto
E già rinato
Tante volte quante
Sono concesse a un cuore

Sette vite – dicono
Siano donate ai felini
Ma ben più forte è questo muscolo
Che ancora vive

A ogni nuova rinascita più forte
Tanto più forte
da non sentire niente.

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Sleale è insistere su chi sono io.
Il punto di partenza è scontato
l’arrivo è certo nello stato
attuale: morte come sostanza
o strato finale di un cuore malato.
Oh, vorrei rinascere, ritornare indietro
ma non posso. Troppo ho peccato
di peccati non miei, attribuiti
a posteri, mancati inganni.
Cerco amori nuovi, violente sere.
Perdono chiedo a chi non amai.
Forse verrò domani ad un prato
verde, – e non sarò più solo.

Dario Bellezza, da L’avversario (Mondadori, 1994)

Vilhelm Hammershøi, Interior in Strandgade, Sunlight on the Floor (1901)

«Eren, vorrei mi regalassi i tuoi occhiali marroni. E i tuoi occhi color cioccolato. E la tua camicia azzurra chiara, quasi bianca. Quella che Mrs. Kolman ti costringeva a indossare la domenica, durante l’offerta, fra i banchi della chiesa. Vorrei che la tua camicia non perdesse il tuo profumo. Mai. Vorrei che i tuoi occhiali mantenessero la traccia di una piccola impronta digitale, una tua piccola impronta. Piccola, davvero. Non mi serve di più, solo poter vedere una traccia indelebile di te quando abbasso lo sguardo, magari nell’angolo a destra della lente. O in quello a sinistra? Insomma, dove vuoi, basta che non mi regali il tuo cuore. Non penso di essere degna di poterlo trasportare. Così distratta, così maldestra con ogni cosa di valore. Piuttosto fammi una copia del tuo cuore. Sì, disegnalo su un foglio vergine e io lo porterò con me, insieme agli occhiali e alla camicia. Nemmeno i tuoi occhi scuri posso levarti dalla testa. Sarà allora il caso che mi disegni un cuore con un volto? Un cuore coi tuoi occhi, ecco, questo basterebbe. Mi ci stenderei sul prato oltre la veranda nelle sere d’estate, lo terrei al mio fianco per guardare i soli che risplendono lontani.
Su ogni pianeta c’è una copia di noi, sai? Questo ho letto su un manuale, anche se somigliava più a un romanzo e forse lo era davvero, travestito da testo scientifico – una specie di manuale dei sogni mascherato dai numeri. Insomma, c’era scritto che là fuori, in qualche dimensione parallela, vive una copia di ognuno di noi. Non è strano? Forse che guardando quelle stelle, in fondo, mi sto guardando negli occhi. Ti sto guardando negli occhi, Eren, per un’ultima volta».

Estratto da La stanza di Kathy, racconto inedito.

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Mi metto vicino alla finestra per ascoltare una poesia. Recitata dai flauti d’inverno. Domani, domani, il giorno più breve dell’anno. Il giorno più buio dell’anno. Dialogo stanotte con l’unico fiore sopravvissuto, con il mio fiore sopravvissuto. Perché mai non ti ho guardato? Perché mai non ti ho creduto? A volte, persino, ti ho tradito, pur non avendoti avuto. A volte…
Mi lascio cadere una guancia su un palmo di mano. Sono stelle, o solo cristalli di neve sul vetro? Sono occhi o solo nuvole nere? Quante volte rimpiango di non saper suonare il pianoforte. Saprei dirti molto meglio tutto ciò che dovrei dire. Io sono con te, come non sai. Come nemmeno sai. Neppure immagini. Sono nelle pieghe delle mani sporche di farina di mia madre. Sono negli occhi giovani e verdi di chi chiamo padre. Sono anche nel tuo cuore, anche adesso, anche se non mi vuoi. Ho preso in affitto un cartone e faccio il clochard alla stazione degli amori taciuti. Sono attorcigliato alla barba bianca di mio nonno, anche adesso che il sguardo è nascosto dal mondo, come le macchie nere che lascia il sole alla vista, se osservato troppo a lungo. Sono l’odore e la risata di mia nonna. Sono lo scatto in negativo di chi mi ha messo al mondo. Sono una piccola ape vorace che di tanto in tanto ritorna a ronzare intorno al tuo fiore. Soprattutto nel buio di una veglia senza sbadiglio. Sento la neve che mi parla di te. Ci sono fiocchi sollevati dal vento che si scagliano sulle pareti, sulle cortecce degli alberi, sui vetri illuminati di chi si difende dal freddo, legge un libro, beve un tè coi piedi davanti al camino, poi posa gli occhiali, raggiunge qualcuno nel letto, punta la sveglia, dà un bacio e ritrova i suoi sogni, soffiati sul viso dall’abbraccio di un cuscino. Il cuore dell’uomo rimane fedele alla luce. E questo, questo è tutto ciò di cui valga la pena cantare.

Non dirmi che non conosci questo posto. Ci siamo stati insieme, anche se tu non lo sai. Ci siamo stati nelle sere che non passavano, negli urli contro il soffitto soffocati solo dentro al cuscino. Siamo usciti entrambi per le strade deserte a cercare una luce, verso il ghiaccio perenne a cercare l’oblio o, per assurdo, calore. Che poi così assurdo non è, nemmeno amare. È solo un po’ ridicolo, ridicolo in un senso tutto positivo, come le lettere che si scrivono. Ma tu mi vedi? Non so più essere ridicolo, né dolce, né romantico. Non so più attaccare cartelloni a porte e cancelli ancora chiusi, solo per far vedere il mio cuore. Eppure ti vedo, come quando ho cominciato, ti vedo ancora. Eri tu con me davanti alle Ninfee. Sarà quella stanza tutta bianca e surreale dell’Orangerie: è così che immagino l’oblio, la tensione verso qualcosa di stupendo e inafferrabile, che non ritorna mai. Si guarda dritto avanti, alla bellezza, con la speranza di ritrovarla qui e di non fare più gli spettatori. Ero nella stanza dell’oblio quando ti ho sentita lì seduta, all’improvviso e per la prima volta ho distolto lo sguardo dalla mia contemplazione, dalle pennellate rapide e perdute. Ti ho vista lì, e ti vedo. Nella stanza dell’oblio.
Ma forse tu guardi ancora avanti, fai ancora sprofondare gli occhi nella tela, come succedeva a me prima che ti sedessi. TI ho chiesto di colorarmi il cuore, anche senza guardare, con pennellate rapide e cieche, anche frettolose. Eppure tu non parli mai e continui a non vedere. C’è solo questa sala bianca, ci sono solo le Ninfee. Tutto il resto è un brusio di sottofondo che s’intona con il tuo torpore. Chissà quanti pezzi ha perso anche il tuo cuore. Chissà chi ti verrà a svegliare.

Parigi, 2010.
Parigi, 2010.

Tu lo sai, vero, cosa succede dopo?
Ci sediamo di fronte alle Ninfee di Monet e cominciamo a perdere l’orientamento inseguendo le varie pennellate. Ci chiediamo come sia possibile che dei tocchi a volte così grossolani possano aver dato vita a questo insieme, a questo meraviglioso concerto. Sono al centro della grande sala bianca e cerco di immaginare il mistero dell’acqua, o per meglio dire, del suo riflesso, reso attraverso l’uso sapiente della tempera. L’impressione ipnotica non della natura, ma della sua essenza. L’essenza di uno specchio d’acqua, dei fiori, delle foglie, di un pomeriggio qualunque passato in riva al lago ad ammirare il mondo che vive. Ma è solo un’impressione, un’imperfetta sinfonia di forme e colori: se così non fosse, non ne vedremmo la sostanza. L’anima del luogo si cela precisamente nell’approssimazione, nel tocco rapido, ma tanto sapiente da essere capace di diventare luce, di intrappolare la luce. Ecco cosa succede dopo.
Ci sediamo di fronte alle Ninfee e restiamo in silenzio. Sul dorso della mano hai ancora una macchia di tempera. Stamattina ti ho chiesto di dipingermi il cuore di un colore diverso da questo rosso spento. Ti ho chiesto di pennellarmi sul cuore l’impressione di un cielo sereno. Fa’ del mio cuore la tua tela. Coprilo di luce, come farebbe Monet. Svestilo della sua banalità per ritrarre la sua essenza. Lo porterò con orgoglio al centro della stanza bianca e lo farò parlare. Ecco cosa succede dopo.
Ci sediamo nel salone delle Ninfee e il mio cuore, finalmente, comincia a parlare.