Non sempre le valigie si fanno per partire. A volte bisogna semplicemente riempire il borsone per sapere di poterlo ancora fare. Se volessi, potrei mettere le uniche quattro cose davvero importanti in un contenitore e scaricare tutti i dubbi nel pattume. Se volessi, potrei ritornare ancora in quel posto segreto, che poi segreto non è mai stato, e ricominciare da capo. Mi vengono in mente i videogiochi che riempivano molto del mio tempo da bambino. Quando sbagliavi qualcosa, quando un piano andava storto, ritornavi sulla navicella, pronto a ripartire. Come se niente fosse, venivi catapultato al momento subito precedente la catastrofe. E via. Via, di nuovo giù dallo stesso scivolo, in volo sulla stessa astronave. Ho pensato tante volte a quella scena e alla metafora della pagina bianca, senza mai accettare veramente che in ogni quaderno qualsiasi foglio porta sempre le impronte di quello precedente: una macchia, il calco di una lettera o di un paragrafo intero, una piccola piega. Per lungo tempo ho cercato di non vedere, eppure ora non saprei che altro fare. Non possono non vedere che il senso di tutto sta proprio lì, in quella piccola piega all’angolo del foglio. Il segreto sta nel fatto che non potranno mai esserci pagine bianche e che dev’essere così. Che uomo sarei oggi non fossi mai caduto in mille pezzi, se non avessi mai sbagliato, se non avessi mai tradito, se non fossi mai cambiato. Che uomo sarei? A volte si cade nello sciocco trabocchetto di voler riavvolgere il nastro del tempo che ci è stato concesso e ci si illude di poter utilizzare la consapevolezza attuale per rimediare e a volte persino riscrivere daccapo le pagine passate e un po’ ingiallite, modificando il finale. A volte ci si illude di poter semplicemente fare i bagagli e partire. Si crede che esistano fogli immacolati, si pensa che la vita sia così… Una capriola su un campo di margherite, una giravolta per tornare esattamente alla posizione iniziale. A volte è bene illudersi. Altre volte è bene stare svegli e fissare la propria immagine allo specchio, così come vorremmo essere fissati da un estraneo per la strada, nella speranza che si avvicini e capisca in un attimo solo tutte le cose che chi ci è vicino da sempre ancora fatica a capire. A volte è bene stare bene.
Oggi è uno di quei giorni in cui andrò a fare le valigie.

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Credo che la poesia debba essere una barca, lunga e affusolata, che resta in bilico sull’acqua appena appena, galleggiando quasi per miracolo nel blu. Credo che debba essere una barca in cui si debba stare tutti in piedi e in fila, a remare. Tutti gli io di ieri e di oggi, in cerca di quelli di domani. Nella nebbia che conduce ad Avalon, anche nelle notti di tempesta. Anzi, soprattutto nelle notti di tempesta. Invece che nascondersi sotto coperta, remare tutti fino a che non passa, fino a che non ci si spezza, fino a che non si spezza la penna. E se ci si spezza si costruisce un’altra barca, anche in pieno oceano, senza affogare. Ché la poesia non va mai via, è l’indistruttibile legame delle parole che abbiamo gettato ieri e raccolto fra un attimo. Piccoli steli, fili d’erba appena cresciuti, timidamente affacciati al sole accecante di un mattino d’inverno. Ho messo uno specchio di fianco alla macchina da scrivere e alla tazza di caffè, così che possa osservarmi con la coda dell’occhio ogni volta che scrivo. Così che io possa guardarmi negli occhi.
C’è un ragazzino che gioca con l’amore e con la fantasia, con le navicelle spaziali di cartone, le ante dell’armadio che si chiudono e diventano rifugio segreto in cui sussurrare a un pupazzo il mistero del mondo che ormai ho dimenticato, ma che a quel tempo sapevo. C’è l’uomo ferito, le sue occhiaie e i suoi turbamenti. I suoi dubbi giganteschi, alti e possenti come giganti di neve. C’è quel maledetto capello d’argento.

Ma c’è anche un cuore, un muscolo intatto. Ci sono le carezze di chi mi ha amato finora. La fossetta sulla destra che mi ha regalato mia nonna, stringendomi nelle guance appena nato. ‘Va fatto’, diceva, ‘porta bene. È il segno del bacio degli angeli’. E così soffia il vento sotto i soli che sorgono e tramontano sul conto degli anni. E si scrosta, si deve scrostare anche il dolore dall’anima. Si deve combattere, se non altro in onore del cielo, che è sempre lo stesso di quando ci hanno messi al mondo, lo stesso di quando ce ne andremo via. È sempre quello che dà vita alle piante, agli ortaggi, ai frutti del campo. Ai pomodori di mio nonno. Che non saranno di mio nonno un giorno, ma saranno del mondo. Eppure io sarò sempre suo. Sempre tuo, e di me stesso. Io sarò sempre vostro, di tutti i fantasmi che mi hanno abitato. Buoni o cattivi. Ne lascerò soltanto cadere nell’acqua profonda qualcuno, che proprio non mi lascia pensare. O forse no, forse lo libererò nell’aria, legandolo a tanti palloncini colorati. Buffo e ridicolo nella sua fuga verso il nulla. A chi volevi far paura? Io ora mi guardo allo specchio e vedo il mio volto. Non è stupendo, da uomini, poter decidere? Poter dire? Poter dire di essere? ‘Io sarò sempre tuo’, dico sottovoce al mio riflesso. Mio Capitano, butta avanti questa nave sottile che imbarca acqua senza sprofondare. Fra le nebbie di Avalon o della pianura padana. Che differenza fa? Non temere, Speranza dagli occhi di vetro. Credevo fosse acqua questo fluido sul ponte, questo liquido che ha ormai coperto il timone. Ma è solo la vita che scorre. Sono solo parole che fanno ritorno. È la poesia che ritrovo nel dirti soltanto che io ti appartengo, fino alla fine del mondo.