Un Giardino pieno di mele

Lei di notte dipingeva il suo amore.
Lei di notte distruggeva il suo amore
in mille pezzi
mille minuscoli pezzi di vetro.
Prendeva poi le tempere e i pennelli e li posava sull’aria, sul filo dell’onda, perché scrivessero parole che non era in grado di dire. Parole che, un giorno, qualcuno doveva legge. Dipingeva la luce del sole, i riflessi di specchi e piastrelle, miscelava tutte le voci del suo silenzioso congresso di spiriti. Deliberava visioni, dava ordine a un albero di trasformarsi in tempio. Alla foglia imponeva il veleggio di una barca spedita verso il cielo, o verso i riflessi infiniti della Senna, verso l’Amazzonia. Fra i rovi si intagliavano portali e trascorrevano canti di solitaria disperazione immortale. I gemiti del suo desiderio negato, chiuso dietro la porta di una matrona di specchi, dove imparammo a rivederci nel riflesso sparpagliato di un ostinato non capirsi. L’unico linguaggio comprensibile era quello dell’amore. L’unico linguaggio di cui lei possa parlare, la vernice che lega insieme questo posto, la patina lucida seccatasi sull’argilla che ha costruito la natura a immagine e somiglianza di un cuore, senza distruggerla o spezzarla. Questo, io ricordo. Questo amo di lei, nell’attimo in cui rivedo le sue infinite fantasie. L’unico filo che mi annoda a questo posto: ti sento urlare, Niki, dentro a tutti i colori del mondo. Urli di vernice per non farti capire, perché sarebbe troppo fragile tradire il cuore, parlare di un’attesa che solo tu capisci, di una lontananza che solo noi capiamo. E l’impossibile proposito di guardare altrove. Lontano, lontano, lontano nel tempo. Sugli orli rattrappiti delle vite possibili, tu hai visto due amanti in un Giardino. Un Giardino pieno di mele e senza dolore.

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Al cinque di settembre

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Al cinque di settembre la navetta C che porta all’Università è ancora una carcassa vuota. I vetri sono tutti appannati, mentre mi scorre di fianco borbottando metallicamente sui ciottoli di Via Cartoleria. Non si tratta di un anticipato inverno, forse soltanto di sporcizia, o di graffi. Persino la strada è semi deserta: qualche studente sta preparando gli esami e se ne sta seduto al bar a mezzogiorno con una tazza di caffè svuotata davanti alla faccia e un mezzo panino alla mortadella in mano. Qualcuno fuma, perché dopo il caffè non c’è niente di meglio, dicono. Forse ci sarebbe qualcosa di meglio, qualcosa tipo un bacio sulla bocca. Qualcosa come una carezza. O un vestito a fiori, a pendere stanco sulle gambe ancora un po’ abbronzate di una ragazza. L’odore del caffè, che è poesia pura.
Ma il mondo si è mai reso conto di quanta poesia sia nata di fianco a una tazza di caffè? Io credo quella più sincera. Una ragazza si lamenta del suo panino: era freddo. Poi si lega i capelli castani, più biondi in fondo, così come detta la moda. Se li lega in una coda di cavallo e mi sorride. Con un cenno mi saluta. Con lo stesso cenno mi congeda: non vuole fermarsi a parlare. Forse perché io stesso non parlo quasi mai. Credo che non mi trovi simpatico.
Suonano violini sotto i portici a Bologna, e a me mancano i tuoi occhi.

| Artwork_ Marianna
| Words_ Michael