Un Giardino pieno di mele

Lei di notte dipingeva il suo amore.
Lei di notte distruggeva il suo amore
in mille pezzi
mille minuscoli pezzi di vetro.
Prendeva poi le tempere e i pennelli e li posava sull’aria, sul filo dell’onda, perché scrivessero parole che non era in grado di dire. Parole che, un giorno, qualcuno doveva legge. Dipingeva la luce del sole, i riflessi di specchi e piastrelle, miscelava tutte le voci del suo silenzioso congresso di spiriti. Deliberava visioni, dava ordine a un albero di trasformarsi in tempio. Alla foglia imponeva il veleggio di una barca spedita verso il cielo, o verso i riflessi infiniti della Senna, verso l’Amazzonia. Fra i rovi si intagliavano portali e trascorrevano canti di solitaria disperazione immortale. I gemiti del suo desiderio negato, chiuso dietro la porta di una matrona di specchi, dove imparammo a rivederci nel riflesso sparpagliato di un ostinato non capirsi. L’unico linguaggio comprensibile era quello dell’amore. L’unico linguaggio di cui lei possa parlare, la vernice che lega insieme questo posto, la patina lucida seccatasi sull’argilla che ha costruito la natura a immagine e somiglianza di un cuore, senza distruggerla o spezzarla. Questo, io ricordo. Questo amo di lei, nell’attimo in cui rivedo le sue infinite fantasie. L’unico filo che mi annoda a questo posto: ti sento urlare, Niki, dentro a tutti i colori del mondo. Urli di vernice per non farti capire, perché sarebbe troppo fragile tradire il cuore, parlare di un’attesa che solo tu capisci, di una lontananza che solo noi capiamo. E l’impossibile proposito di guardare altrove. Lontano, lontano, lontano nel tempo. Sugli orli rattrappiti delle vite possibili, tu hai visto due amanti in un Giardino. Un Giardino pieno di mele e senza dolore.

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I risvolti antipoetici dell’amore

L’odore della tua pelle ha molto più a che fare con la cipolla che con un fiore. Non c’entra nemmeno col caffè, eppure mi sto scolando un lungo americano mentre mi investi come fossi un tir. Lo sai che da niente a zero non c’è niente, ma da zero all’indigestione di ricordi decomposti ci sono solo piccoli dettagli, come per esempio i sapori. Non mi appari mai davanti agli occhi, piuttosto ti sento dentro gli organi, come un pranzo che mi è rimasto sullo stomaco da alcuni anni. Proustianamente, ci dev’essere sempre qualcosa che fa scattare la visione, che mi riporta, come adesso, tanto vicino all’odore della tua pelle da farmi sembrare possibile stringerti la carne, posare le narici sulle tue braccia e poi passare il naso su tutto il tuo corpo come un cane. C’è sempre qualcosa, ma non sempre so che cos’è.
Non ne parlano spesso i poeti, dei risvolti pratici di una vita insieme. Conoscersi tanto bene da sapere il modo particolarissimo in cui ti puzza l’alito al mattino. Anticipare i tuoi dolori mestruali e sapere esattamente quale punto del tuo ventre non toccare. Conoscere la trama delle vene sporgenti sul reticolo delle tue caviglie. Ricordarsi in quale punto solleticare e, con maliziosa sapienza, toccare anche quel piccolo neo sporgente, sapendo esattamente dove dovrebbe essere. Andare a occhi chiusi a puntare il dito su una voglia di caffè. Riuscire a dirti qual è l’unico dente nella bocca che, un po’ stizzito, se ne sta voltato a tre quarti rispetto ai suoi nemmeno bianchissimi compagni. Raccontarti, come un quadro, a memoria, le pennellate che fa la tua saliva sulla lingua. Ricostruire la forma delle orecchie, l’odore dei capelli non lavati da due giorni, così come quello della tua vagina che mi aspetta calda. Bisognerebbe ricordare tutte le cose che non finiscono mai sulle pagine dei premi Nobel. Una leggera gobba sul naso. Il modo strano in cui ti si dispongono le gambe, quando arretri. Il punto esatto in cui se n’era andata la vernice dai tuoi fermagli usati. I colori orrendi dei tuoi elastici. I piccolissimi inestetismi della pelle suoi tuoi seni, da ricostruire su cartoncino nero con memoria e bianchetto, come fossero costellazioni. Servirebbe una poetica delle cose vere. Servirebbe poi una di quelle medicine che contrastano i reflusso gastrico. Una specie di ricetta per non finire sempre a ricordare, anche quando non lo si fa apposta. Trovare una strada estetica per mettere in ordine le sillabe e descrivere gli amori per quello che sono realmente. Ché mentirei se paragonassi la tua pelle ai petali di un fiore. Il più delle volte era terra, vento e fili d’erba. Polvere di ricordi buona da mangiare, solo un po’ difficile da digerire.

Egon Schiele, Donna seduta con le gambe incrociate, 1917

L’acchiappasogni

Cosa resta di un inverno su una costa malinconica nel Nord? C’è la carcassa svuotata di un gabbiano sulla spiaggia, talmente vuota da sembrare un acchiappasogni, adesso. Ci sono solo piume e reticoli, reticoli di cartilagine e piumaggio bianco in disordine. Che cosa resta del cielo preso a pugni dalla notte? Un sole che riemerge dall’ennesima sconfitta. Il sole sa quanto sia importante, la sconfitta. Non vivrebbe senza, non sarebbe, senza. Senza l’assenza del sole per metà del mondo non esisterebbe luce a illuminare i prati, a dare robustezza agli steli e coraggio ai fiori per schiudersi. Il sole ci prende in giro, vedendoci cadere, vedendoci soffrire e leccarci le ferite. Prende in giro quel gabbiano un po’ triste che si avvicina alla morte, inconsapevole del fatto di poter tornare. La vita come ciclo ed eterno ritorno: l’intuizione tiepida di questo marzo bislacco e brontolone. E se non dovessi rinascere, amico gabbiano, sappi che sarai pur sempre qui, su questa sabbia nera che risalta le tue bianchissime piume, reticoli e piume. Sei l’acchiappasogni di un bambino che ti osserva curioso, fra il lancio di un sasso e un altro. Sei l’amuleto che è finito su questa pagina di carta riciclata e inchiostro nero, che mi fa pensare al sole. Ti sei invischiato nei pensieri di un uomo che cammina. Non sarai mai nemmeno in grado di capire, perché, anche se parlassi, probabilmente garriresti solo in islandese. Come se importasse cosa ci diciamo noi, sotto questo sole. Sai, era da molto che non vedevo tanti giorni di sole, attaccati l’uno all’altro, quasi sfacciati dopo le tormente delle scorse settimane. Quasi a dire: o tutto, o niente. O tutto, o niente, sei d’accordo?
Quale sogno mi hai rubato, carcassa di gabbiano? Quello lì, nell’angolo, nascosto? Proprio quello lì, in cui grido: o tutto, o niente, o adesso, o basta? Quello in cui non ho pazienza, né contegno? Quello in cui piango? Quello in cui ritorno? Perché invece di rubarmi i sogni non mi rubi un incubo? Ne avrei tanti da gettarti sulla sabbia. Che posso pretendere, però, da te, gabbiano? Hai già avuto i tuoi personali grattacapi. Non hai nemmeno più una forma che somigli a te. Chissà, forse una volpe si è fermata e ti ha svuotato. Forse sei un acchiappasogni un po’ speciale, e ti prendi solo quelli belli, quelli che ti diano un po’ di pace.
Ora, caro gabbiano, ti devo superare. Questa spiaggia nera, questa luce e questo mare, mi bisbigliano il mio nome. Mi ricordano chi sono e su quale sentiero conduco i miei passi. Mi ricordano quei due o tre sogni che inseguo e che – questi no! – non ti posso proprio dare.

Le particelle in cui si sciolgono gli angeli prima di raggiungere il suolo

“Snow Storm”, William Turner (1842)

Voleva partire per l’India, andare a cercare la voce del fiume. Leggeva Joseph Conrad con i gomiti candidi appoggiati sul davanzale della finestra e la testa fra le mani. Il libro ingiallito che le aveva prestato Ofelia qualche settimana prima si reggeva in precario equilibrio contro il vetro appannato. Fuori la tormenta bianca, la costante compagna che chiama. Si sentiva stranamente attratta da quella dilagante macchia senza forma né colore. Guardandola fissa dal vetro, perdeva lentamente la cognizione dei contorni e veniva travolta dall’illusione ottica di sprofondare in quel vortice. Stranita davvero dall’inaspettato contrasto, di colpo cominciò a sentirsi irrimediabilmente rapita, come svuotata della sua stessa identità. A seconda di dove posava lo sguardo, il suo colore mutava. Nera, come le ossa che sorreggono le montagne, quando sprofondava fra le righe di Conrad, sempre più in fondo all’oscurità aliena di una scoperta senza volto. Bianca, come le particelle in cui si sciolgono gli angeli prima di raggiungere il suolo, quando rimetteva gli occhi sulla bufera dicembrina. Quanto le costa questa ipnosi?, mi chiedevo, ponendomi la domanda sbagliata. La vedevo come un’enorme perdita di tempo. Riflettersi su un grande lenzuolo bianco strapazzato dal vento e dal gelo, o su quel noiosissimo romanzo. Ciò che avrei sempre dovuto chiedermi era da cosa si stesse salvando. La vedo ora, davanti a me, come se fossimo cresciuti questa notte, in un lampo. La vedo con gli occhi di adesso, seppellire sotto quel bianco gli unici attimi in cui il cielo non era stato macchiato di rosso. Tutti i piccoli idilli segreti in cui, con un libro appena richiuso e premuto sul petto, Kathy non aveva pianto.

Da La stanza di Kathy, racconto inedito.

Il giorno in cui lasciasti il nostro giardino

Claude Monet, Le jardin de l’artiste à Giverny, 1900

Il giorno che ci siamo lasciati mi veniva da vomitare. Siamo rimasti stesi sul letto per ore senza nemmeno guardarci negli occhi. Senza toccarci. Senza dire niente. Senza…
Il giorno che ci siamo lasciati me lo ricordo come fosse ieri, no anzi, stamattina. È da qualche giorno che ci lasciamo ogni mattina. Tu non lo sai, ma ci lasciamo ogni mattina. Poco dopo l’alba. La stessa alba che ci sorprese dopo la prima notte insonne. Tu non lo sai. E nemmeno io lo so. Non c’è niente da sapere, se non che passerà anche questa irritante riproposizione scenica di istanti scivolati via.
Il giorno che ci siamo lasciati mi veniva da vomitare. E mi viene da vomitare anche adesso, piuttosto spesso. La mattina, di solito. Dopo colazione. Subito dopo il sorgere del sole. Forse vomitai davvero, quel pomeriggio torrido di fine estate. Forse ho vomitato per i mesi successivi, finché non siamo diventati qualcosa al di fuori di me, finché non ti ho sputato via.
Il giorno in cui tu lasciasti il nostro giardino, non crebbero più mele, né pesche, né fragole. L’edera smise di crescere sul muro che portava alla mia stanza, che conteneva la mia finestra. Il giorno in cui uscisti da quella porta, per tanto tempo non crebbe più erba e non seppi più dov’ero. Il giorno in cui la nostra tana venne distrutta dal leone e i nostri piccoli mai nati vennero sbranati dalla sua ingordigia. Quel giorno, io volevo vomitare. E forse ho vomitato. Senza dire niente, senza…
Non ritornò mai verde quel giardino. Non ritornò mai il sole su quel brandello di terreno. Trovai io nuovi giardini e nuove fragole. Trovai nuove pesche e nuove spighe da lanciare. Gonne da sollevare e labbra morbide per baciare via la sete, la sera e la solitudine. Fu di nuovo mattina. Ci fu di nuovo qualcosa da raccogliere, un sapore da raccontare. Ci fu di nuovo vita. C’è stata. C’era. Sì. L’ho scritto. Me lo ricordo. L’ho scritto. Ho consumato inchiostro per parlarne. Per trovarmi, per tornare, per ritrovare il rumore dell’acqua che scorre negli argini, per scongiurare l’appassire delle piante.
Ma c’è sempre stato un secondo giardino, accanto. Si è seccato per non fiorire più. Si è adombrato e tuttavia non piove più. Ed io… Io mi ricordo l’ultimo fiore appassito. L’abbiamo schiacciato con le nostre schiene, stesi su quel letto, muti. Prima che uscissi dalla porta. Subito prima che iniziassi a vomitare.

Vorrei che mi regalassi i tuoi occhi color cioccolato

Vilhelm Hammershøi, Interior in Strandgade, Sunlight on the Floor (1901)

«Eren, vorrei mi regalassi i tuoi occhiali marroni. E i tuoi occhi color cioccolato. E la tua camicia azzurra chiara, quasi bianca. Quella che Mrs. Kolman ti costringeva a indossare la domenica, durante l’offerta, fra i banchi della chiesa. Vorrei che la tua camicia non perdesse il tuo profumo. Mai. Vorrei che i tuoi occhiali mantenessero la traccia di una piccola impronta digitale, una tua piccola impronta. Piccola, davvero. Non mi serve di più, solo poter vedere una traccia indelebile di te quando abbasso lo sguardo, magari nell’angolo a destra della lente. O in quello a sinistra? Insomma, dove vuoi, basta che non mi regali il tuo cuore. Non penso di essere degna di poterlo trasportare. Così distratta, così maldestra con ogni cosa di valore. Piuttosto fammi una copia del tuo cuore. Sì, disegnalo su un foglio vergine e io lo porterò con me, insieme agli occhiali e alla camicia. Nemmeno i tuoi occhi scuri posso levarti dalla testa. Sarà allora il caso che mi disegni un cuore con un volto? Un cuore coi tuoi occhi, ecco, questo basterebbe. Mi ci stenderei sul prato oltre la veranda nelle sere d’estate, lo terrei al mio fianco per guardare i soli che risplendono lontani.
Su ogni pianeta c’è una copia di noi, sai? Questo ho letto su un manuale, anche se somigliava più a un romanzo e forse lo era davvero, travestito da testo scientifico – una specie di manuale dei sogni mascherato dai numeri. Insomma, c’era scritto che là fuori, in qualche dimensione parallela, vive una copia di ognuno di noi. Non è strano? Forse che guardando quelle stelle, in fondo, mi sto guardando negli occhi. Ti sto guardando negli occhi, Eren, per un’ultima volta».

Estratto da La stanza di Kathy, racconto inedito.