Luce accesa

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Non c’è niente che tu debba dire. Voglio solo sedermi e ascoltare. La chitarra nell’angolo, l’hai lasciata nell’ombra di un inverno di molti anni fa. Non l’ho mai spostata, è ancora lì, soltanto sepolta su strati di polvere che valgono poi come misura per il computo degli anni. Un dito di polvere per ogni anno che non ti sei seduta sul davanzale di questa grande finestra bianca, di un bianco smaltato e borghese, a cantare al mio cuore una di quelle canzoni indie americane che ti venivano tanto bene e che mi facevano sentire importante. Spostandoti una ciocca di capelli dal viso, con il plettro sospeso fra le labbra di ciliegie, anche senza rossetto, anche nelle sere prigre e senza stelle. La televisione spenta, una sola luce accesa. La giusta atmosfera per tenersi una mano sul cuore. Dell’altro. Tu, distesa, con la testa sulle mie ginocchia, e una margherita raccolta di fronte a casa da spogliare. Mi ami. Non mi ami. Mi ami? Non mi ami. Mi ami. Mi ami. Siamo passati a un’altra primavera. Un altro strato di polvere per ogni maggio in cui non ti ho portato fiori. Fossetta di menta. Sorriso di perla. Una luce accesa. Un divano spoglio. Una chitarra nell’angolo e la polvere. Un altro dito che si accumula. Un altro anno trascorso ad aspettarti a casa. Il rumore dei tuoi bracciali d’argento ti anticipava sulle scale, mentre tenevi un palmo sul corrimano nero del nostro palazzo. Una farfalla come spilla, per tenere i tuoi capelli più vicini al cielo. A volte penso di avere ancora le mani sporche della tua tempera, che mi sporcava anche i capelli, quando non mi macchiavi i pantaloni d’argilla. Quando non usavi un dito per mordere la mia voglia di averti più vicina. Non devi dire niente. Devi solo venire a cantare al mio cuore. Ti aspetto scalza qui sul davanzale. Ci metto anche un fiore. Anche se a febbraio non crescono ancora margherite. Ne ho pescata una per te, da un ricordo perduto sotto al cuscino, una sera. Quella stessa luce sempre accesa.

Il pozzo

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Ascoltami: ho tramato contro i giganti che sorreggono il mondo per arrivare a te. Ho sconfitto anche la gabbia dei ricordi per riuscire ad osservare il vero e restarne fedele. Ascoltami: ricordo il rumore dei cavalli selvaggi a Calavé. Materia prima di nuove immaginarie libertà. Ascoltami: riesci a raggiungermi? Da bimba ero convinta che bastasse arrampicarsi sugli alberi per raggiungere le stelle. Che le stelle fossero i loro frutti da gustare. Che ci facessero splendere il petto e lo stomaco, dopo il primo boccone. Mi è rimasta una piccola luce sul fondo. Una goccia che cade costante fino alla fine del pozzo. Lo senti il rumore? Scagliandosi sulla roccia ammuffita, mi dà la misura di quanto posso ancora aspettare, di quanto è profondo il mio amore.


Scatto_ Chiara
Parole_ Michael

Tutto quello che ci siamo lasciati è un lunghissimo inverno

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Tutto quello che ci siamo lasciati è un lunghissimo inverno senza Dicembre. Dicono che non possa crescere un fiore sotto la neve, e questo ghiaccio si estende a perdita d’occhio sul futuro e sul passato più recente. Ci siamo scaraventati nel deserto bianco, nella grande luce evanescente del Nord, dove il sole prende in giro i mortali, restandosene seduto sull’orizzonte, per poi tornare a dormire. Dicono che il gambo di una margherita non possa rompere una lastra di ghiaccio. Dicono che io e te non ci parliamo più, ma ci parliamo sempre. Solo che loro non lo sanno. Tu sei il campo di fiori che l’inverno ha congelato, le tracce di vita passata rimaste sepolte sotto al ghiaccio trasparente. Livide e visibili.
Ti ho baciata per la prima volta d’inverno, guarda caso, in un posto magico in cui il freddo non riusciva a entrare. “Lo hai notato? Qui non fa mai freddo”. Come se non fosse mai stato inverno. Come se un fiore di campo spuntasse dal ghiaccio.


Scatti_ Chiara
Parole_ Michael

Inchiostro

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Possiamo tornare a macchiarci le mani d’inchiostro. Ho una poesia non scritta per ogni volta che mi hai guardato, amandomi. Ho un libro senza pagine per raccontare la vita di ogni tuo capello. Ho un altro amore ancora assente a cui raccontare che ti ho perso. Pescare sull’argine spento parole che sembrano morte, inquinate nella secca e nel fango. Provare comunque. A macchiarsi di nuovo le mani d’inchiostro. A tornare a parlare. Che ho parole ancora non dette per tutti i ti amo che non ti ho versato sul cuore.


Creazione_ Marianna
Parole_ Michael

Questa ragazza ha un cappello d’artista

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Questa ragazza ha un cappello d’artista, nero, in testa. Sembra una musicista, ma senza chitarra. Esce dalla metropolitana e con lo sguardo scruta e si domanda dove sia la strada. Da dove vieni e cosa suoni, ragazza mia? Da dove vieni, e cosa suoni? Suonami la vita che potrei vivere, coi tuoi capelli ricci cioccolato, disegnami le forme che il vento trasparente non ci vuole far scoprire.

 

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Shots
_ Chiara
Words_ Michael
Model_ Marianna

Al cinque di settembre

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Al cinque di settembre la navetta C che porta all’Università è ancora una carcassa vuota. I vetri sono tutti appannati, mentre mi scorre di fianco borbottando metallicamente sui ciottoli di Via Cartoleria. Non si tratta di un anticipato inverno, forse soltanto di sporcizia, o di graffi. Persino la strada è semi deserta: qualche studente sta preparando gli esami e se ne sta seduto al bar a mezzogiorno con una tazza di caffè svuotata davanti alla faccia e un mezzo panino alla mortadella in mano. Qualcuno fuma, perché dopo il caffè non c’è niente di meglio, dicono. Forse ci sarebbe qualcosa di meglio, qualcosa tipo un bacio sulla bocca. Qualcosa come una carezza. O un vestito a fiori, a pendere stanco sulle gambe ancora un po’ abbronzate di una ragazza. L’odore del caffè, che è poesia pura.
Ma il mondo si è mai reso conto di quanta poesia sia nata di fianco a una tazza di caffè? Io credo quella più sincera. Una ragazza si lamenta del suo panino: era freddo. Poi si lega i capelli castani, più biondi in fondo, così come detta la moda. Se li lega in una coda di cavallo e mi sorride. Con un cenno mi saluta. Con lo stesso cenno mi congeda: non vuole fermarsi a parlare. Forse perché io stesso non parlo quasi mai. Credo che non mi trovi simpatico.
Suonano violini sotto i portici a Bologna, e a me mancano i tuoi occhi.

| Artwork_ Marianna
| Words_ Michael