Peter Seminck, Still Waiting for Bonnie

La maggior parte delle volte non mi immagino in chissà quali posti, a fare chissà quali cose. Non riesco a vedermi in una grande città, in un attico al centoquattordicesimo piano di un grattacielo di New York, o in una villa di Beverly Hills, o a fare sci d’acqua a Dubai. In fondo, la maggior parte delle volte, non vedo altro che una banchina, un ponte di legno spesso e scuro su un lago circondato da salici, cespugli e qualche anatra. Se posso mettere le mani nell’impasto di questa visione, allora voglio aggiungere una barca. In fondo, so remare. Remo molto meglio di quanto non abbia mai saputo nuotare. Mi immagino coi piedi a mollo, una camicia leggera, gli occhiali inforcati e un libro fra le mani. La maggior parte delle volte, masticando una mela, o ascoltando una canzone. Potrei comprare davvero la casa bianca con le finestre blu che se ne sta silenziosa a poche decine di metri dall’acqua. Sicuramente comprerei un cane, e una bicicletta leggermente arrugginita, che altrimenti non è bella. Una di quelle per cui bisogna lottare per far funzionare freni e campanello, con il sellino un po’ sgualcito e qualche millimetro di gommapiuma che spunta testardo dal rivestimento in pelle. Un’automobile, da usare solo quando piove.
E se mia figlia volesse un cavallo, glielo comprerei. E se mio figlio desiderasse un campo da calcio, glielo costruirei, e farei finta di voler giocare con lui, celando in modo un po’ maldestro il mio odio per lo sport. Se mia moglie fosse una pittrice, le comprerei una tela per ritrarre tutto questo: la casa, il ponte, il lago, la bicicletta, il cane, la veranda e quel mucchio di vestiti leggeri seduto vicino all’acqua scura.
Spesso anche gli uomini si nutrono di sciocche fantasie, soprattutto se hanno amato veramente. Fateci saggiare l’amore una volta soltanto, disperatamente, e nulla ci basterà più.

30 ottobre 2017

Se ne va anche il caffè della Santina. Si toglierà di mezzo anche l’ala di Baracca, la piazza del liceo dove inciampavo per correrle incontro e raggiungerla più in fretta, ogni mattina.
Se ne andrà l’edicola di fronte a scuola. Se n’è andata Suor Ofelia, quell’anima pia che si faceva tirare il velo per dispetto e mi rincorreva fino in chiesa, dove andavo persino a disturbare Dio coi miei racconti di viaggi interstellari. Guardavo la madonna in volto e mi chiedevo perché fosse così bianca e così triste. Perché piangi, Maria? Tuo figlio è ancora vivo, lo tieni fra le braccia. Ma non vedevo, oltre lei, la croce. Non vedevo il monito e la morte. “Fine” era una parola scritta dentro al sussidiario, in fondo ai racconti brevi, estratti di romanzi nella sezione Antologia. “Fine” era il segno con cui siglavo il termine di un tema in cui parlavo del mio cane, o della macchinina blu che percorreva giornalmente l’autostrada-corrimano delle scale, a volte cadendo a terra, per frantumarsi sulle piastrelle fredde e scure.
Un giocattolo rotto, un cartone animato finito, una festa di compleanno interrotta dal suo “Michael, andiamo. Mettiti il giubbotto”, erano le cose più vicine alla morte.

Se ne è andato il biondo dai capelli di suo fratello, che fingeva davanti a un falò di essere un mago.
Se ne è andata anche Liliana, la settimana scorsa, ma questa volta stranamente non ha scordato la borsetta; l’ha riempita col suo solito rossetto, un po’ di lacca, le sigarette che prima nascondeva nel cassetto delle calze, e tutti i suoi racconti sull’Italia e sulla guerra. Me lo diceva spesso ultimamente: “Ho fatto aspettare troppo mio marito, pover’uomo”. Troppi anni ti sei coricata sola, coccolata da una foto in bianco e nero. Te ne sei andata come i bomboloni di Bacchini, quelli che nessuno sa fare più e di cui dicevi di aver ricevuto segretamente la ricetta. Chissà se nella borsetta hai nascosto pure quella. Di sicuro hai nascosto il tuo ragù e la tua voce un po’ graffiata. Notti di liscio e polka e altri balli nelle estati di riviera. L’amore puro soffiato sul volto ad ogni bacio. Il tempo, che nella sua corsa affamata ti aveva già superato. Hai un bagaglio pieno per questo lungo viaggio, ma vorrei che mi lasciassi almeno una moneta. Potrei lanciarla in aria per decidere stavolta da che parte andare.

Kathy mi parlò, l’ultima volta che l’ho vista, di spiagge rosse e di sciacalli. Mi raccontò di un giorno, un viale di trame floreali e di colori. Un vestito da sera e una luce accecante alla finestra del teatro. “Morire in camerino, morire in scena come un cigno nero”, mi diceva. Le sue dita tremanti non suonavano più da allora. Kathy mi parlava e mi toccava piano, mi sfiorava appena e senza volerlo davvero. Come da dietro una tenda, una tenda bianca e ruvida. Come se fosse cieca e cercasse di ritrovare la forma, la sostanza del mio corpo nel tessuto. “Cosa c’è ancora, Dave?”, mi diceva, “Cos’è che ancora dobbiamo capire?”.

Da La stanza di Kathy, racconto inedito.

Claude Monet, Le jardin de l’artiste à Giverny, 1900

Il giorno che ci siamo lasciati mi veniva da vomitare. Siamo rimasti stesi sul letto per ore senza nemmeno guardarci negli occhi. Senza toccarci. Senza dire niente. Senza…
Il giorno che ci siamo lasciati me lo ricordo come fosse ieri, no anzi, stamattina. È da qualche giorno che ci lasciamo ogni mattina. Tu non lo sai, ma ci lasciamo ogni mattina. Poco dopo l’alba. La stessa alba che ci sorprese dopo la prima notte insonne. Tu non lo sai. E nemmeno io lo so. Non c’è niente da sapere, se non che passerà anche questa irritante riproposizione scenica di istanti scivolati via.
Il giorno che ci siamo lasciati mi veniva da vomitare. E mi viene da vomitare anche adesso, piuttosto spesso. La mattina, di solito. Dopo colazione. Subito dopo il sorgere del sole. Forse vomitai davvero, quel pomeriggio torrido di fine estate. Forse ho vomitato per i mesi successivi, finché non siamo diventati qualcosa al di fuori di me, finché non ti ho sputato via.
Il giorno in cui tu lasciasti il nostro giardino, non crebbero più mele, né pesche, né fragole. L’edera smise di crescere sul muro che portava alla mia stanza, che conteneva la mia finestra. Il giorno in cui uscisti da quella porta, per tanto tempo non crebbe più erba e non seppi più dov’ero. Il giorno in cui la nostra tana venne distrutta dal leone e i nostri piccoli mai nati vennero sbranati dalla sua ingordigia. Quel giorno, io volevo vomitare. E forse ho vomitato. Senza dire niente, senza…
Non ritornò mai verde quel giardino. Non ritornò mai il sole su quel brandello di terreno. Trovai io nuovi giardini e nuove fragole. Trovai nuove pesche e nuove spighe da lanciare. Gonne da sollevare e labbra morbide per baciare via la sete, la sera e la solitudine. Fu di nuovo mattina. Ci fu di nuovo qualcosa da raccogliere, un sapore da raccontare. Ci fu di nuovo vita. C’è stata. C’era. Sì. L’ho scritto. Me lo ricordo. L’ho scritto. Ho consumato inchiostro per parlarne. Per trovarmi, per tornare, per ritrovare il rumore dell’acqua che scorre negli argini, per scongiurare l’appassire delle piante.
Ma c’è sempre stato un secondo giardino, accanto. Si è seccato per non fiorire più. Si è adombrato e tuttavia non piove più. Ed io… Io mi ricordo l’ultimo fiore appassito. L’abbiamo schiacciato con le nostre schiene, stesi su quel letto, muti. Prima che uscissi dalla porta. Subito prima che iniziassi a vomitare.

Vilhelm Hammershøi, Interior in Strandgade, Sunlight on the Floor (1901)

«Eren, vorrei mi regalassi i tuoi occhiali marroni. E i tuoi occhi color cioccolato. E la tua camicia azzurra chiara, quasi bianca. Quella che Mrs. Kolman ti costringeva a indossare la domenica, durante l’offerta, fra i banchi della chiesa. Vorrei che la tua camicia non perdesse il tuo profumo. Mai. Vorrei che i tuoi occhiali mantenessero la traccia di una piccola impronta digitale, una tua piccola impronta. Piccola, davvero. Non mi serve di più, solo poter vedere una traccia indelebile di te quando abbasso lo sguardo, magari nell’angolo a destra della lente. O in quello a sinistra? Insomma, dove vuoi, basta che non mi regali il tuo cuore. Non penso di essere degna di poterlo trasportare. Così distratta, così maldestra con ogni cosa di valore. Piuttosto fammi una copia del tuo cuore. Sì, disegnalo su un foglio vergine e io lo porterò con me, insieme agli occhiali e alla camicia. Nemmeno i tuoi occhi scuri posso levarti dalla testa. Sarà allora il caso che mi disegni un cuore con un volto? Un cuore coi tuoi occhi, ecco, questo basterebbe. Mi ci stenderei sul prato oltre la veranda nelle sere d’estate, lo terrei al mio fianco per guardare i soli che risplendono lontani.
Su ogni pianeta c’è una copia di noi, sai? Questo ho letto su un manuale, anche se somigliava più a un romanzo e forse lo era davvero, travestito da testo scientifico – una specie di manuale dei sogni mascherato dai numeri. Insomma, c’era scritto che là fuori, in qualche dimensione parallela, vive una copia di ognuno di noi. Non è strano? Forse che guardando quelle stelle, in fondo, mi sto guardando negli occhi. Ti sto guardando negli occhi, Eren, per un’ultima volta».

Estratto da La stanza di Kathy, racconto inedito.

Monet – Ninfee (dettaglio)

Mi rimise alla cura del tempo. Le chiesi: “Di che stai parlando?”, ma lei non rispose mai più. Mi rimise alle cose piccole di ogni singolo giorno: la punta di uno spazzolino scarmigliato, i capelli da tagliare, la spesa da fare, il tempo da controllare la sera dopo il tg. Mi rimise a certe piccole gioie quotidiane, come il rumore della moca da caffè. Quel soave e brillante brontolio che irrompe bruscamente nelle cucine e le riempie di mattino. È l’odierno, autentico canto del gallo. Oppure è sempre stato così, davvero.
Mi rimise, con quel gesto e quelle poche parole, all’attesa dei desideri e a tutti i doni incompiuti, come strade che sai ti porteranno infine a una nuova luminosa dimora, anche se ancora non riesci a vedere niente. Così, in un giorno di marzo che tuttavia aveva un sole di aprile, semplicemente mi rimise a me stesso. E io mi rimisi al mio posto, seduto su quella panchina, senza aspettarmi più nulla. La vidi andarsene sull’acciottolato del parco, poi distolsi lo sguardo e mi distolsi così, poco dopo, anche dal suono dei suoi stivaletti neri in finta pelle che sbattevano sulla roccia, trasmettendo come in codice Morse il comunicato ufficiale della nostra separazione alle agenzie di stampa.
Ah, avessi saputo allora ciò che sarebbe accaduto, avrei ringraziato quel parco soleggiato dall’aspetto funebre e quegli stivaletti odiosi di finta pelle sgualcita dal tempo e da una certa incuria. Se avessi saputo allora, l’avrei lasciata andare mettendole al collo una stupenda collana di fiori. Furono quelli i miei
giardini di marzo: una sottana il cui colore ho ormai dimenticato, una voce distorta nel ricordo che mi rimette alla cura del tempo. Un sole anomalo e un albero già in fiore ad adombrarmi le lacrime. Se avessi saputo a quel tempo che mi stava ridando a me stesso, forse avrei fatto esattamente lo stesso.