Fermati
qui
davanti al mare
Dove gli anni
si riducono
a due sassi che
rotolano
giù da una scogliera
E ti crollano addosso
pensieri
di sabbia
Rimpianti
taglienti
Conchiglie
scheggiate
sotto i calcagni.
Ma anche
sogni
di sale
Sulla punta
spettinata
di un capello.
La bocca è
semichiusa
Come tutte le volte
prima
in cui hai osservato
la tua vita
di riflesso
sopra a un’onda
Con la testa un po’
Inclinata
Con i piedi
Inabissati nella
riva
Chiedendo
una risposta.

Ferma
Ferma, per
Dio.
Fermati un attimo;
Non chiede più di
questo
Quel giovane
Che dallo scoglio
Opposto
Ti saluta.
Quella figura
Lontana
Che ti appare
Familiare
Forse
Conosciuta
in precedenza
Forse
Ripescata
da un vascello
nel mare
di una vita
già trascorsa.
Aspetta a
volgere lo sguardo
aspetta che giunga
La marea
Che ricopra
Lo scoglio
I pensieri
I sogni
La vita riflessa
I sassi
E i calcagni.
Aspetta
ancora
un attimo
Finché al mare
non vien voglia
di cibarsi
Finché non viene
fame all’onda,
e non arriva
a divorarci a vista,
a fare incetta
di pensieri
e di amori
mai vissuti.

Se fossi mia
come non sei
Legherei al dito
il pianeta più lontano
Quel plutone
rinnegato
dalla scienza
e gli darei
nuova identità
mi rassomiglierebbe
nel suo essere
qualcosa che
non è.

Se fossi mia
come non sei
Metterei a soqquadro
tutte le parole
che conosco
in italiano
per trovare quella
che dicesse
fra me e te
quello che è stato.

Se fossi mia
come non sei
ti farei una foto
sopra il letto
o dentro al mare
fra le onde
o con la testa
dentro al sole.

Se fossi mia
come non sei
camminerei per tutto
il tempo che
ci resta
con scarpe leggere
e fiori bianchi
nella tasca.

Se fossi mia
come non sei
vorrei allenare
la mia penna
per essere un poeta
che valga qualcosina
in più
di questa rima.

Farei volare
le metafore
e le immagini
stranianti
per forzare
la mia lingua
nella curva
dei tuoi fianchi.

Vorrei sfiorarti con l’indice i sogni. O meglio, le palpebre chiuse che conducono ai sogni. Traghettarmi con te fra dubbi, speranze e visioni, anche quelle in cui non sono mai entrato, né stato invitato. Non ho paura della tua verità, solo una grande nostalgia di parole, di quelle formule magiche che solo tu sai creare, quando parli con me. Non temo la tua lontananza, né l’amore che hai tenuto al sicuro per il cuore di un altro. Temo solo che sia giunta la fine. Lontano, smarrirsi di nuovo nel conto degli anni che ci separano dal più recente malinteso. Ho un tale, rinnovato coraggio, da non avere bisogno di armi né scudi. Sarà che tutti i traguardi si sono svuotati.
Ci sono, però, anche parole fraintese e sogni nuovi, lande serene su cui non ti posso portare. Ci sono persino momenti in cui la luce mi ubriaca a tal punto da farmi scordare le notti di maggio, le lucciole e le corone di viole. Quasi mi scordo del tuo costante mancarmi. Quasi ti perdo, di nuovo, nel triste conto degli anni.

Ti sogno spesso, nel sogno la città si sta per allagare.
La prima volta che ti ho incontrata, ti ho detto: tranquilla, tranquilla, dormo dove capita. Ma per non perdermi niente di te, ho aperto le braccia. Eravamo diversi come due gocce d’acqua. 

Qualcuno mi ha detto che gli hai detto che senza di me, adesso, sì che riesci a stare.

Ma chi la vuole
L’eclissi lunare
La più lunga del secolo
Il grande miracolo

Ma chi li ascolta
I telegiornali
Le notizie politiche
Le idiozie delle radio

Ma chi si accorge
Del sole
Cocciuto egocentrico
Che si mette davanti
Che sorpassa alla cassa
Che nasconde la faccia
L’unica traccia
Che mi resta di te

A chi importa del temporale
Che ha fermato il mio aereo
Che spaventa il mio cane
Che mi lecca la mano
Pisciandosi addosso

Se l’altra notte
ti ho prestato un sorriso
in cambio di un bacio
di un alone di rosso
sul labbro
E non mi hai restituito
Né il sorriso
Né il bacio

Ma che colpa abbiamo avuto
Io e te
Per innamorarci
Ognuno nel giorno
sbagliato

Lo sanno anche le lucciole
che tanto getto a terra
tutte le poesie.

Questo cuore stupido
ti circonda di viole
nei miei camposanti.
E senza domanda non arriva
risposta. Non arriva
una voce.

Se ti ha fatta perfetta
Forse concordo con Dio
Per la primissima volta.

Com’è che non ti vedono
i grilli, presso i fili d’erba,
accovacciati sul peso
della pioggia battente.
Com’è che non si vede
che l’orma del silenzio
sul fango dopo il temporale.
Se sei così presente, se urli
dentro le mie stanze
vuote.

E se Dio ti ha fatta perfetta
Forse concordo con Lui
Per la primissima volta.

Questo cuore stupido
Guardingo
E diffidente
Ti circonda di viole
Sul marmo
Dei miei camposanti

Ti circonda di
Lucciole
E poesie
Tutte
Da buttare via

Un’altra estate che mi scivola via dalla tasca di pantaloni più larghi di quelli che indosserò domani. La prima estate da due anni che abbia il sapore di tutto ciò che è sempre stata. Oggi mi riposo, poso il corpo sudato e stanco su questa poltrona, e piazzo qualche macchina infernale a rinfrescarmi. Domani, o quando sarà, srotolerò la pergamena del silenzio, delle parole che mi sono cadute sotto al sedile, o nel risvolto blando di braghe leggere, dentro la borsa del mare, o nel catino di nonna Mirella. Le parole rimaste appese allo stendino, schiacciate involontariamente da una racchetta da ping pong. Raccoglierò dall’orto quelle che ho perso aiutando mio nonno nella pesca dei pomodori da sei etti, i figli giganti del suo polso inumidito e stanco, i semi germogliati del sudore di ottant’anni di pazienza. Gli chiederò di alzare le ciabatte di cuoio dalle piastrelle, per controllare che non sia rimasta qualche sillaba anche sotto la suola. Controllerò gli angoli, gli scaffali e le credenze, per essere sicuro di aver raccolto tutto ciò che non ho detto. E me ne andrò, con un sacco bello pieno di verdure e verità taciute. Ti dico che ti voglio bene fin troppo spesso, da quando il collo ti si è ingobbito su un ricordo. Sono dolce ed irritante, quasi peggio di un bambino, da quando le tue pupille si mettono a inseguire il mondo a ritmo un po’ più lento. Ci saranno sempre cose da non dire, però, e devo farmene una ragione. Cose che avrei voluto fare, posti che avrei voluto visitare, persone che avrei voluto abbracciare, baciare, rincorrere sulle scale, o fuori dal cancello, o fino all’aeroporto. Ma è anche vero che ci sono solo io, con le gambe strette su un aereo che riparte. Le solite cuffiette, le solite scarpe, le solite parole crociate. E le gocce di Xanax, che non si sa mai ci colpisca un altro fulmine. Ci sono solo io, alla fine del giorno e dei giorni. E a un guscio è sempre meglio voler bene. Metto gli occhiali da sole, perché alle 2 di notte non sarà di certo buio, a Keflavík, a luglio. Tengo il mio sacchetto ben stretto; non ci sono solo frasi scartate, ma anche tessere di amicizia e di amore. Avevo dimenticato il mio coraggio, ma ora, dopo tanti mesi, mi sembra di essere stranamente vicino alla mia essenza. Se qualche goccia di verità è caduta dai tuoi occhi, allora ho raccolto anche quella, e mi sono salvato. Nell’abbraccio davanti al tuo portone, in un profumo nuovo, sono tornato a casa.

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