Le Ninfee di Monet

Parigi, 2010.
Parigi, 2010.

Tu lo sai, vero, cosa succede dopo?
Ci sediamo di fronte alle Ninfee di Monet e cominciamo a perdere l’orientamento inseguendo le varie pennellate. Ci chiediamo come sia possibile che dei tocchi a volte così grossolani possano aver dato vita a questo insieme, a questo meraviglioso concerto. Sono al centro della grande sala bianca e cerco di immaginare il mistero dell’acqua, o per meglio dire, del suo riflesso, reso attraverso l’uso sapiente della tempera. L’impressione ipnotica non della natura, ma della sua essenza. L’essenza di uno specchio d’acqua, dei fiori, delle foglie, di un pomeriggio qualunque passato in riva al lago ad ammirare il mondo che vive. Ma è solo un’impressione, un’imperfetta sinfonia di forme e colori: se così non fosse, non ne vedremmo la sostanza. L’anima del luogo si cela precisamente nell’approssimazione, nel tocco rapido, ma tanto sapiente da essere capace di diventare luce, di intrappolare la luce. Ecco cosa succede dopo.
Ci sediamo di fronte alle Ninfee e restiamo in silenzio. Sul dorso della mano hai ancora una macchia di tempera. Stamattina ti ho chiesto di dipingermi il cuore di un colore diverso da questo rosso spento. Ti ho chiesto di pennellarmi sul cuore l’impressione di un cielo sereno. Fa’ del mio cuore la tua tela. Coprilo di luce, come farebbe Monet. Svestilo della sua banalità per ritrarre la sua essenza. Lo porterò con orgoglio al centro della stanza bianca e lo farò parlare. Ecco cosa succede dopo.
Ci sediamo nel salone delle Ninfee e il mio cuore, finalmente, comincia a parlare.

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E ti vedrò andare

Te ne andrai, sulla schiena delle onde che ti solleticano i piedi di schiuma. Al volo, salirai su un’aquila, sulle autostrade lunghe delle nuvole sottili e stiracchiate. E io ti vedrò andare, fino alle spiagge dove il sole va a insabbiarsi nelle sere d’estate. Fiori di loto fra i capelli, sfumature rosee di un mattino e di una brezza sottile. Nuove strade di acciottolato su cui condurre i tuoi sandali verso il futuro.
Avrai un vestito lungo e largo per dare riparo al vento, per farlo giocare. Avrai un pensiero ogni tanto. Una canzone ogni tanto. Un dolore ogni tanto. Una mancanza ogni tanto. Un nuovo amore ogni tanto. Avrai luce sul viso, per accecare dubbi e nostalgie. Avrai radici elastiche, per scongiurare il timore di perdersi e di non ritornare. Accarezzerai ricordi che non sono più tuoi. E io ti vedrò andare, senza l’arroganza di dire niente, immaginandoti passare come fa la bella stagione. Come il loto che in autunno lascia il lago senza colore. Un vento che portava un buon profumo e che ha smesso di soffiare.

Tre Haiku, Matsu Bashō

Italia - Senza filtro.
Italia – Senza filtro.

26. yama mo niwa mo ugoki-iruru ya natsu zashiki

E giardino e montagne –
la loro vitalità inonda
il salone di estate

33. shizukasa ya iwa ni shimiiru semi no koe.

Ah! tranquillità –
e fino al cuore delle rocce
il canto delle cicale

38. natsugusa ya tsuwamonodomo ga yume no ato. 

Ah! erba d’estate –
tutto ciò che resta dei sogni
di tanti guerrieri

Epifania

Quante sono le storie che devi ancora raccontare; ti aspettano, se le aspetti, all’incrocio con la vita, all’incrocio con un giorno di sole, o uno scroscio di pioggia, mentre cerchi di raggiungere la macchina per tornare a casa, o mentre gusti un nuovo sapore. Ti immagino mentre tieni un libro in grembo e ti dondoli da qualche parte. Da qualche parte con il vento, complice delle foglie e dei fiori che sempre rinascono. Fra le labbra lucide una piega: è forse un bastoncino di liquirizia. Tieni bassa la testa sui fogli, come se le virgole fossero tende da scostare per vedere mondi nuovi. È una giornata di sole, questo è un giardino segreto. Una casa in campagna con un portico bianco. Potrebbe funzionare? Di tanto in tanto ti mordi il labbro inferiore, quando la storia lo richiede, quando la tensione sale. Poi però alzi i tuoi occhi castani verso il giardino, ti guardi intorno e capisci che non è niente, che sono solo pagine, sono solo virgole e non tende. Il ronzio di un’ape forse ti disturba, ma non quanto disturberebbe chiunque altro. Non fuggi via per la paura di essere punta. Conosci le forze del mondo. Conosci la vita e la conosci meglio, forse perché sei donna, o forse perché lo sei più d’ogni altra. Non scappi davanti all’insetto che ronza, non fuggi il pungiglione, perché sai che da quel ronzio se ne ricaverà del buon miele. No, non fuggi. Ecco perché mi fermo e ti ammiro. Ecco perché ti immagino vestita di bianco in un pomeriggio d’estate, su un dondolo a mordere liquirizia davanti a un libro aperto, affacciata sul ciglio di questo universo e dell’altro. Conosci la vita e non la tradisci mai. In fondo alla pagina scrivi con la matita un appunto. Non riesco a decifrare. Forse non vedo. Forse non ti vedo. Forse non ti vedo già più. Avrei voluto almeno ricordare il tuo nome. Facciamo finta che sia Epifania.

Una notte di luglio, in una foresta

No, voglio soltanto sedermi. Anche se non ho segreti da rivelare, né bottiglie di vetro da svuotare. Non posso nemmeno offrirti da bere, sai. Credo che il portafogli sia vuoto, o sarebbe meglio dire svuotato, come questa notte senza pensieri, solo sensazioni strane e sudore. Da piccolo pensavo che Agosto fosse il mese più caldo dell’anno. Poi sono andato in Islanda, e il 23 agosto ho visto la prima neve d’estate, sulle cime intorno al fiordo, sopra il Troll Seat. Poi è arrivato questo finale di giugno così terribilmente agostino, questo inizio di luglio infernale, e ho cambiato idea. Forse hanno ragione i Perturbazione e Agosto è davvero il mese più freddo dell’anno… Ma che c’entra adesso? Sono di nuovo nelle pieghe delle mie immaginazioni notturne, dentro una scena che non c’è.
Vieni qui, dunque. Siediti e fatti stringere la mano – anzi, fatti tenere la mano. Anzi, mantenere. Che non la voglio proprio lasciare. Se stiamo immaginando, allora posso anche offrirti da bere. Ti ho portato una birra. La bevi, la birra? Non me lo ricordo. Be’, tieni.
Amie. Sei felice, Amie? Come stai? Hai poi trovato il coraggio di dire a tua madre che l’ami e che ti dispiace? Hai imparato a non nascondere il tuo cuore dentro la stoffa di un vestito? Amie, a cosa pensi mentre guardi il mare? Intendo, ora, a cosa pensi? E cosa vedi fra le onde? Amie, ma ci credi ancora nel futuro? L’hai vista la nave di luce, all’orizzonte? Intendo dire: la vedi ancora? La preghi ancora perché ti porti via? Presto, dimmi che forma hanno le onde, Amie. Che questa fantasia è già finita, tu non ci sei più e io nemmeno, non ci sono panchine né birre, solo una notte afosa di Agosto. Intendo dire: settembre. No. Scusa. Intendo dire: una notte di luglio. Una banalissima notte di luglio che non lascia dormire. Come una voce in una foresta. Come “una nave in una foresta”. Intendo dire: come un cuore – disperso – in una foresta.

Lerchengasse 12

Wien, nur du allein – September 2014

Una nuova notte spesa sui libri, mentre Lerchengasse 12 è così lontana. Non mi basta nemmeno guardare fuori dalla finestra, cercare le stesse stelle che cercavo una volta, sopra i tetti dei palazzi. Non mi basta prepararmi il pranzo con gli stessi ingredienti che utilizzavo allora e rincorrere sapori, odori, fragranze di quel pezzo di vita sospeso. Non mi basta aprire un libro in tedesco, osservare i miei appunti a matita, i disegni, o cercare di ricostruire la storie di tutte le macchie – lo ammetto, soprattutto di caffè. Inspirare profondamente e sperare che per una strana casualità il mio olfatto venga stuzzicato da un aroma che possa anche solo lontanamente ricondurmi a Vienna, nemmeno questo mi basta. È una nuova notte di studio, di libri e di caffè. Ma senza Vienna e senza l’Erasmus. Senza le stelle che cercavo sopra i tetti. Senza la mia piccola stanza a Lerchengasse, il mio letto cigolante dell’Ikea, la scrivania su cui ogni sera svuotavo le tasche e riponevo i sogni. È una notte lontana che non sa più di me. È un secondo senza parole, forse solo un verso muto che si ripete dentro la mia testa…
Wien, Wien, nur du allein… / Vienna, Vienna, soltanto tu…
Soltanto tu.