Tu vedi nell’amore la luce di una candela

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Tu vedi nell’amore la luce di una candela, di quelle candele accese che metti sul balcone nelle sere d’estate, mentre intorno accade la vita quotidiana delle anime, i nostri sguardi che si sfuggono per ritrovarsi. Vuoi partire. Partire verso Nord, senza paura del vento e del grande ghiacciaio. Senza paura della tempesta. Lo sai anche tu che ogni viaggio è mosso dall’amore. Un amore ugualmente potente verso l’orizzonte e verso noi stessi, verso ciò che potremmo essere facendo un tuffo nel blu. La notte passerà anche se saremo lontani da casa, anche se saremo lontani. La notte passerà comunque, passerà sempre, come ha sempre fatto. Non avere paura della notte, è solo il timore prima del viaggio, l’istante in cui si tende verso il basso prima di spiccare il volo e non tornare più. Dammi la mano: spegniamo le candele. Dammi la mano: andiamo a dormire. Facciamo l’amore. Aiutiamo questa notte a passare, prima di partire.

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L’arrivo in Islanda

Mi ricordo ancora l’atterraggio a Keflavík, il tentativo di guardare fuori, di vedere il profilo dell’Islanda nel crepuscolo della notte estiva e di fissarlo poi nella memoria per sempre. Sull’autobus verso il centro, tenere il naso appiccicato al vetro della vettura, con la curiosità del bambino, per vedere la linea rossa del sole che non tramontava. Erano le due di notte, ma sembrava quell’ora della sera in cui si alza il vento, l’aria si rinfresca e il sole comincia a salutare. Non sarebbe sceso più in giù di così, anzi, sarebbe risalito facendomi risvegliare di soprassalto, poche ore dopo, nella stanzetta colorata di un ostello, su una traversa della via principale di Reykjavík. Vedere le casette di lamiera colorata nella luce blu, il Tjörnin addormentato, accovacciato nella notte incerta insieme ai suoi gabbiani; mi ricordo i sussulti del cuore, la meraviglia del pensiero. Ricordo ogni singolo brivido che mi ha attraversato la pelle entrando nella capitale. Scesi dall’autobus, trasportai la mia pesante valigia nell’ostello, mi avvolse la consapevolezza che per il mese successivo l’Islanda sarebbe stata la mia casa. Un mese tanto bello da sembrare un giorno. Una distanza tanto grande, ora, da sembrare invece infinita. Mi coricai dopo aver spedito a casa messaggi di rassicurazione. Non so come riuscii ad addormentarmi, come riuscii a placare l’entusiasmo, il respiro affannoso, la sensazione profonda di essere finalmente arrivato. Finalmente nel luogo sognato. Finalmente coi piedi piantati sul mio Nord. Finalmente a casa. Perché non avevo il minimo dubbio di ciò che avrei trovato, non avevo paura che il sogno s’infrangesse sugli scogli dell’esperienza reale. E infatti non fu così. Per questo mi manca ogni giorno. Ci penso ogni giorno. E spero, ogni giorno, che si avvicini il momento di tornare a casa.
Find your North.

Il bellissimo video proposto oggi è il frutto del viaggio di Lea et Nicolas Features nella terra del ghiaccio e del fuoco: una prospettiva (finalmente) diversa dai soliti campi lunghi, un racconto fatto di frammenti, ritagli, ricordi personali di un viaggio vissuto davvero e profondamente. “Everything makes sense now”.

Le Ninfee di Monet

Parigi, 2010.
Parigi, 2010.

Tu lo sai, vero, cosa succede dopo?
Ci sediamo di fronte alle Ninfee di Monet e cominciamo a perdere l’orientamento inseguendo le varie pennellate. Ci chiediamo come sia possibile che dei tocchi a volte così grossolani possano aver dato vita a questo insieme, a questo meraviglioso concerto. Sono al centro della grande sala bianca e cerco di immaginare il mistero dell’acqua, o per meglio dire, del suo riflesso, reso attraverso l’uso sapiente della tempera. L’impressione ipnotica non della natura, ma della sua essenza. L’essenza di uno specchio d’acqua, dei fiori, delle foglie, di un pomeriggio qualunque passato in riva al lago ad ammirare il mondo che vive. Ma è solo un’impressione, un’imperfetta sinfonia di forme e colori: se così non fosse, non ne vedremmo la sostanza. L’anima del luogo si cela precisamente nell’approssimazione, nel tocco rapido, ma tanto sapiente da essere capace di diventare luce, di intrappolare la luce. Ecco cosa succede dopo.
Ci sediamo di fronte alle Ninfee e restiamo in silenzio. Sul dorso della mano hai ancora una macchia di tempera. Stamattina ti ho chiesto di dipingermi il cuore di un colore diverso da questo rosso spento. Ti ho chiesto di pennellarmi sul cuore l’impressione di un cielo sereno. Fa’ del mio cuore la tua tela. Coprilo di luce, come farebbe Monet. Svestilo della sua banalità per ritrarre la sua essenza. Lo porterò con orgoglio al centro della stanza bianca e lo farò parlare. Ecco cosa succede dopo.
Ci sediamo nel salone delle Ninfee e il mio cuore, finalmente, comincia a parlare.

E ti vedrò andare

Te ne andrai, sulla schiena delle onde che ti solleticano i piedi di schiuma. Al volo, salirai su un’aquila, sulle autostrade lunghe delle nuvole sottili e stiracchiate. E io ti vedrò andare, fino alle spiagge dove il sole va a insabbiarsi nelle sere d’estate. Fiori di loto fra i capelli, sfumature rosee di un mattino e di una brezza sottile. Nuove strade di acciottolato su cui condurre i tuoi sandali verso il futuro.
Avrai un vestito lungo e largo per dare riparo al vento, per farlo giocare. Avrai un pensiero ogni tanto. Una canzone ogni tanto. Un dolore ogni tanto. Una mancanza ogni tanto. Un nuovo amore ogni tanto. Avrai luce sul viso, per accecare dubbi e nostalgie. Avrai radici elastiche, per scongiurare il timore di perdersi e di non ritornare. Accarezzerai ricordi che non sono più tuoi. E io ti vedrò andare, senza l’arroganza di dire niente, immaginandoti passare come fa la bella stagione. Come il loto che in autunno lascia il lago senza colore. Un vento che portava un buon profumo e che ha smesso di soffiare.