Italia - Senza filtro.
Italia – Senza filtro.

26. yama mo niwa mo ugoki-iruru ya natsu zashiki

E giardino e montagne –
la loro vitalità inonda
il salone di estate

33. shizukasa ya iwa ni shimiiru semi no koe.

Ah! tranquillità –
e fino al cuore delle rocce
il canto delle cicale

38. natsugusa ya tsuwamonodomo ga yume no ato. 

Ah! erba d’estate –
tutto ciò che resta dei sogni
di tanti guerrieri

Quante sono le storie che devi ancora raccontare; ti aspettano, se le aspetti, all’incrocio con la vita, all’incrocio con un giorno di sole, o uno scroscio di pioggia, mentre cerchi di raggiungere la macchina per tornare a casa, o mentre gusti un nuovo sapore. Ti immagino mentre tieni un libro in grembo e ti dondoli da qualche parte. Da qualche parte con il vento, complice delle foglie e dei fiori che sempre rinascono. Fra le labbra lucide una piega: è forse un bastoncino di liquirizia. Tieni bassa la testa sui fogli, come se le virgole fossero tende da scostare per vedere mondi nuovi. È una giornata di sole, questo è un giardino segreto. Una casa in campagna con un portico bianco. Potrebbe funzionare? Di tanto in tanto ti mordi il labbro inferiore, quando la storia lo richiede, quando la tensione sale. Poi però alzi i tuoi occhi castani verso il giardino, ti guardi intorno e capisci che non è niente, che sono solo pagine, sono solo virgole e non tende. Il ronzio di un’ape forse ti disturba, ma non quanto disturberebbe chiunque altro. Non fuggi via per la paura di essere punta. Conosci le forze del mondo. Conosci la vita e la conosci meglio, forse perché sei donna, o forse perché lo sei più d’ogni altra. Non scappi davanti all’insetto che ronza, non fuggi il pungiglione, perché sai che da quel ronzio se ne ricaverà del buon miele. No, non fuggi. Ecco perché mi fermo e ti ammiro. Ecco perché ti immagino vestita di bianco in un pomeriggio d’estate, su un dondolo a mordere liquirizia davanti a un libro aperto, affacciata sul ciglio di questo universo e dell’altro. Conosci la vita e non la tradisci mai. In fondo alla pagina scrivi con la matita un appunto. Non riesco a decifrare. Forse non vedo. Forse non ti vedo. Forse non ti vedo già più. Avrei voluto almeno ricordare il tuo nome. Facciamo finta che sia Epifania.

No, voglio soltanto sedermi. Anche se non ho segreti da rivelare, né bottiglie di vetro da svuotare. Non posso nemmeno offrirti da bere, sai. Credo che il portafogli sia vuoto, o sarebbe meglio dire svuotato, come questa notte senza pensieri, solo sensazioni strane e sudore. Da piccolo pensavo che Agosto fosse il mese più caldo dell’anno. Poi sono andato in Islanda, e il 23 agosto ho visto la prima neve d’estate, sulle cime intorno al fiordo, sopra il Troll Seat. Poi è arrivato questo finale di giugno così terribilmente agostino, questo inizio di luglio infernale, e ho cambiato idea. Forse hanno ragione i Perturbazione e Agosto è davvero il mese più freddo dell’anno… Ma che c’entra adesso? Sono di nuovo nelle pieghe delle mie immaginazioni notturne, dentro una scena che non c’è.
Vieni qui, dunque. Siediti e fatti stringere la mano – anzi, fatti tenere la mano. Anzi, mantenere. Che non la voglio proprio lasciare. Se stiamo immaginando, allora posso anche offrirti da bere. Ti ho portato una birra. La bevi, la birra? Non me lo ricordo. Be’, tieni.
Amie. Sei felice, Amie? Come stai? Hai poi trovato il coraggio di dire a tua madre che l’ami e che ti dispiace? Hai imparato a non nascondere il tuo cuore dentro la stoffa di un vestito? Amie, a cosa pensi mentre guardi il mare? Intendo, ora, a cosa pensi? E cosa vedi fra le onde? Amie, ma ci credi ancora nel futuro? L’hai vista la nave di luce, all’orizzonte? Intendo dire: la vedi ancora? La preghi ancora perché ti porti via? Presto, dimmi che forma hanno le onde, Amie. Che questa fantasia è già finita, tu non ci sei più e io nemmeno, non ci sono panchine né birre, solo una notte afosa di Agosto. Intendo dire: settembre. No. Scusa. Intendo dire: una notte di luglio. Una banalissima notte di luglio che non lascia dormire. Come una voce in una foresta. Come “una nave in una foresta”. Intendo dire: come un cuore – disperso – in una foresta.

Wien, nur du allein – September 2014

Una nuova notte spesa sui libri, mentre Lerchengasse 12 è così lontana. Non mi basta nemmeno guardare fuori dalla finestra, cercare le stesse stelle che cercavo una volta, sopra i tetti dei palazzi. Non mi basta prepararmi il pranzo con gli stessi ingredienti che utilizzavo allora e rincorrere sapori, odori, fragranze di quel pezzo di vita sospeso. Non mi basta aprire un libro in tedesco, osservare i miei appunti a matita, i disegni, o cercare di ricostruire la storie di tutte le macchie – lo ammetto, soprattutto di caffè. Inspirare profondamente e sperare che per una strana casualità il mio olfatto venga stuzzicato da un aroma che possa anche solo lontanamente ricondurmi a Vienna, nemmeno questo mi basta. È una nuova notte di studio, di libri e di caffè. Ma senza Vienna e senza l’Erasmus. Senza le stelle che cercavo sopra i tetti. Senza la mia piccola stanza a Lerchengasse, il mio letto cigolante dell’Ikea, la scrivania su cui ogni sera svuotavo le tasche e riponevo i sogni. È una notte lontana che non sa più di me. È un secondo senza parole, forse solo un verso muto che si ripete dentro la mia testa…
Wien, Wien, nur du allein… / Vienna, Vienna, soltanto tu…
Soltanto tu.

X.

Hemos perdido aun este crepúsculo.
Nadie nos vio esta tarde con las manos unidas
mientras la noche azul caía sobre el mundo.

He visto desde mi ventana
la fiesta del poniente en los cerros lejanos.

A veces como una moneda
se encendía un pedazo de sol entre mis manos.

Yo te recordaba con el alma apretada
de esa tristeza que tú me conoces.

Entonces, dónde estabas?
Entre qué gentes?
Diciendo qué palabras?
Por qué se me vendrá todo el amor de golpe
cuando me siento triste, y te siento lejana?

Cayó el libro que siempre se toma en el crepúsculo,
y como un perro herido rodó a mis pies mi capa.

Siempre, siempre te alejas en las tardes
hacia donde el crepúsculo corre borrando estatuas.

/

Abbiamo perso anche questo crepuscolo.
Nessuno ci ha visto stasera mano nella mano
mentre la notte azzurra cadeva sul mondo.

Ho visto dalla mia finestra
la festa del tramonto sui monti lontani.

A volte, come una moneta
mi si accendeva un pezzo di sole tra le mani.

Io ti ricordavo con l’anima oppressa
da quella tristezza che tu mi conosci.

Dove eri allora?
Tra quali genti?
Dicendo quali parole?
Perché mi investirà tutto l’amore di colpo
quando mi sento triste e ti sento lontana?

È caduto il libro che sempre si prende al crepuscolo
e come cane ferito il mantello mi si è accucciato tra i piedi.

Sempre, sempre ti allontani la sera
e vai dove il crepuscolo corre cancellando statue.

Pablo Neruda

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His nickname comes from the farm Öxl in Breiðavík, where he lived during the latter part of sixteenth century. Travelers often stayed with him and enjoyed his hospitality, and one could say that he was the region’s earliest known farm holiday provider. But many of these travelers got no further, as Björn stretched his income by killing those whose path led to his farm with an axe and stealing their clothes, money and horses. Björn is believed to have murdered 18 people, although he only confessed to having killed nine. He was found out after one of two siblings who he tried to kill escaped from his clutches and informed the authorities. He had buried his first victim in the manure pit of the cowshed at the farm Knörr, where he grew up, and thrown most of the rest into Inglutjörn, a leech-filled pond beneath the Axlarhólar hills. Axlar-Björn was sentenced to death and was executed at Laugarbrekka, near Hellnar, in 1596.

Yes, it is definitely weird!