Dove sognano di vivere i poeti

Islanda.
Islanda.

Se esci di notte di casa ad Arnarstapi senti solo il rumore del mare, del cielo e del mare. Ho un cuore vivo nella tasca e non me ne vado più. Non c’è spazio per altro. Come mai? Forse è vero che le stelle emettono un brusìo, o forse è la natura stessa che dorme. E poi, sì, come ho detto, c’è il mare. E il tum tum del cuore, il mio, insieme a quella replica che tengo nella tasca, piccolo ma altrettanto vivo. Te ne ho strappato un piccolo pezzo, quando ti mordevo. Lo stesso hai fatto tu con me. Adesso è un piccolo amuleto, ha preso la forma di un cuore intero in miniatura. Non poteva che essere un cuore intero; sai, contiene tutte le fasi della vita e tutte le stagioni. Come ho detto alcuni mesi fa, non sono mai tornato. E infatti sono ancora ad Arnarstapi, sotto le stelle e sopra il mare, sopra il mare e sotto le stelle. Quando il cielo sente nostalgia del mare fa scendere le sue tende d’aurora. Il mare poi si alza con il vento e prova a tendere le onde, come palmi di mani di amanti che non si ricordano più la ragione, ma devono tornare a toccarsi. D’altronde quanto fa freddo nel mondo di mezzo, nello spazio scoperto fra il rumore del cielo e del mare. Ci hanno buttato gli uomini per qualche ragione, insieme alla tristezza di non appartenere né agli oceani, né alle stelle. E se un giorno questi due si riunissero sarebbe la fine del mondo, l’apocalisse. Un momento bellissimo, ma definitivo per la nostra specie. Tutti i poeti sognano di vivere nel punto infinito dove il cielo è il mare, e dove anche gli uomini sono tutto e non sono più niente. Ma sono costretti a rimanere qui, a cantare canzoni alla luna scambiandosi pezzi di cuore.

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Una casa

C’è una casa, costruita nella pietra
con pavimenti di legno e davanzali
tavoli e sedie consumati dalla polvere
c’è un posto in cui non mi sento solo
un posto in cui mi sento a casa

Perché ho costruito una casa
per te e
per me

Finché non è scomparsa
dai miei occhi e
dai tuoi

Ora, ora è tempo di andare via e tornare polvere.

Fuori in giardino, dove noi abbiamo piantato i nostri semi
c’è un albero e ha la mia stessa età
rami cuciti di verde
la terra si è sollevata e lo ha coperto
fino a metà

Seguendo le crepe sulla sua pelle
mi sono arrampicato fino in cima
fino alla cima dell’albero per vedere il mondo.
Quando le raffiche mi hanno raggiunto per farmi cadere
mi sono stretto forte ai rami, come hai fatto tu con me
mi sono stretto forte ai rami, come hai fatto tu con me

Perché un tempo ho costruito una casa
per te e
per me

Finché non è scomparsa
da te e
da me

E ora, ora è tempo di andar via
e diventare polvere

[Traduzione libera]

Fiore di plastica

C’è un pomeriggio nei miei ricordi, fermo immobile dentro una foto che ho perso.
Ti regalai una margherita, ma era di plastica. Forse avrei dovuto prendere quel fiore finto come un monito, un avvertimento. Ma come potevo? Avevi un cestino di castagne fra le mani e tutto sembrava ancora possibile. Persino essere felici e dimenticare. O essere persone migliori e non sbagliare più. Come potevo? Il sole se ne stava seduto appena sopra le colline ad aspettar di tramontare, mentre gli odori dell’autunno e una musica paesana si facevano strada per i vicoli, fino nelle nostre orecchie. Fisarmoniche e risate di bambini. Era ottobre. È ottobre ancora.
Ho sempre pensato che la tua stagione fosse la primavera, col fiorire delle margherite e i giri in bicicletta, le gelaterie, le scarpe leggere e le magliette colorate, le bolle di sapone. Credo di essermi sempre sbagliato. La tua stagione è l’autunno, bella e malinconica. Queste foglie rosse che il vento porta in giro. Il fruscio del tuo cappotto dentro al mio. Il cioccolato e le castagne sul fuoco, per far passare le sere davanti alla tv.
Arriva l’autunno e poi va via. Arrivi in autunno, e poi vai via.

23 settembre 2015. L’una di notte.

Verona
Verona

Questa sera passeggio per le strade di Verona e sono solo. Gli amici sono andati via da un po’, non ho più il cappello in testa, il concerto è finito e con quello l’artificio. Tutti i negozi sono aperti, solo gli ubriachi si siedono sulle panchine, che altrimenti resteranno vuote. Mi correggo, gli ubriachi o gli scrittori con i quaderni in mano. Mi sento stupido, ma non posso fare altro. In fondo, non posso essere altro. Sono tornato a Verona molte volte, ma non sono stato mai da solo, di notte, subito fuori dall’Arena e nelle vie rumorose del centro. Voci italiane, straniere, voci che cantano, che ridono, che raccontano e che pregano, non so cosa e non so chi. Sono strano questa sera, inquieto, forse per colpa di una manciata di canzoni. C’è Verona rumorosa, ma non troppo, abbastanza discreta da lasciarmi tempo e spazio per pensare. Qualche cameriere prova a offrirmi un posto a sedere, un piatto caldo o anche solo qualche cosa da bere. Qualcuno fuma sigarette sotto una colonna, c’è anche una bottiglia vuota su cui ha pisciato distrattamente un cane. Nessuna automobile dà fastidio al ronzio delle stelle. Questa sera mi sono seduto su una panchina a Verona e ho aspettato. Aspettato cosa non si sa. Aspettato che i pensieri tornassero da me dopo giorni di incertezza e confusione, che la ragione, o i ricordi, tornassero a farmi compagnia. In un secondo ho ripensato a tutti i sogni che abbiamo gettato giù da questo ponte, o piantato in questa Arena, come le bandiere alte e prepotenti della nostra età. Era bello l’amore, quando si occupava solo dei giorni che mancavano a Natale e delle luci accese, dei regali da scartare. Era bello quel mondo leggero e senza ombre di cui non è rimasto niente, un po’ come il negozio di Lacoste in cui non volevo entrare: ora è diventata una gelateria artigianale, già chiusa a quest’ora, nemmeno utile a togliersi un momentaneo appetito. Tutti i sogni che avevamo, semplici come un cappello di lana sulla testa per proteggersi dal gelo, come le mani nelle mani e due baci congelati e ingenui. Non era altro che questo, l’amore. La semplicità di una panchina e di una merenda da finire, delle ore rapide da far passare. Bianco come il Natale. Una sola parola, senza puntini di sospensione e senza scuse. Era una sera a Verona, e una stella bianca piantata davanti all’Arena. Il tempo ha spento ogni luce e si può solo ricordare. Stasera che sono solo, che nessuno mi vede, né mi parla, né si cura di me. Il tempo si è fermato, si è già fatta l’una e vado via.

“È solo il cuore che batte”


Non la amo, mormora il ragazzo vicino al suo orecchio. Chi? Ragnheiður. Quale Ragnheiður?

Il ragazzo: Lo sai, la figlia di Friðrik.
Jens: Hai avuto a che fare con lei?
Il ragazzo: Non lo so, no, non ho avuto a che fare un bel niente, so solo che ha le spalle di chiaro di luna.
Jens: Diavolo, tieniti alla larga da quella gente, ragazzo.
Il ragazzo: Mi mancano le forze quando la vedo, è amore?
Jens: Perché lo chiedi a me?
Il ragazzo: Tu ami.
Jens: Smettila di usare a vanvera questa parola.
Il ragazzo: È solo il cuore che batte, Jens.
Jens: Non ho nessuna voglia di salvarti dal freddo e dalle montagne se poi vai a strisciare davanti a Friðrik.
Il ragazzo: È lei che ha le spalle di chiaro di luna, non lui.
È la stessa cosa, protesta Jens. Forse non la amo affatto, dice il ragazzo, ma potrebbe anche ordinarmi di morire e io obbedirei.

da La tristezza degli angeli, Jón Kalman Stefánsson. Trad. di Silvia Cosimini.

Mi chiese
cosa avrei portato su un’isola deserta

Una barca e te
dissi
e la barca la bruciamo sulla spiaggia

Poi me ne andai
lasciandola lì
per tenermi il sogno

da Con il porto d’armi contro l’eternità, Jón Kalman Stefánsson. Trad. di Silvia Cosimini.

La stanza dell’oblio

Non dirmi che non conosci questo posto. Ci siamo stati insieme, anche se tu non lo sai. Ci siamo stati nelle sere che non passavano, negli urli contro il soffitto soffocati solo dentro al cuscino. Siamo usciti entrambi per le strade deserte a cercare una luce, verso il ghiaccio perenne a cercare l’oblio o, per assurdo, calore. Che poi così assurdo non è, nemmeno amare. È solo un po’ ridicolo, ridicolo in un senso tutto positivo, come le lettere che si scrivono. Ma tu mi vedi? Non so più essere ridicolo, né dolce, né romantico. Non so più attaccare cartelloni a porte e cancelli ancora chiusi, solo per far vedere il mio cuore. Eppure ti vedo, come quando ho cominciato, ti vedo ancora. Eri tu con me davanti alle Ninfee. Sarà quella stanza tutta bianca e surreale dell’Orangerie: è così che immagino l’oblio, la tensione verso qualcosa di stupendo e inafferrabile, che non ritorna mai. Si guarda dritto avanti, alla bellezza, con la speranza di ritrovarla qui e di non fare più gli spettatori. Ero nella stanza dell’oblio quando ti ho sentita lì seduta, all’improvviso e per la prima volta ho distolto lo sguardo dalla mia contemplazione, dalle pennellate rapide e perdute. Ti ho vista lì, e ti vedo. Nella stanza dell’oblio.
Ma forse tu guardi ancora avanti, fai ancora sprofondare gli occhi nella tela, come succedeva a me prima che ti sedessi. TI ho chiesto di colorarmi il cuore, anche senza guardare, con pennellate rapide e cieche, anche frettolose. Eppure tu non parli mai e continui a non vedere. C’è solo questa sala bianca, ci sono solo le Ninfee. Tutto il resto è un brusio di sottofondo che s’intona con il tuo torpore. Chissà quanti pezzi ha perso anche il tuo cuore. Chissà chi ti verrà a svegliare.