Hiking in Iceland
Hiking in Iceland

La verità è che so da molto tempo di dovermene andare. Lo so da così tanto tempo che non sono nemmeno qui, spesso. Sono precario, passeggero temporaneo, profugo del tempo. Come quell’arcobaleno che ci ha salutato, mentre tornavamo a casa. Sono già così lontano e non posso farci niente. Forse è questo stato d’animo ad aver cambiato tutto, a partire dalla mia prospettiva. È questa sensazione che mi fa abbracciare mia nonna, ogni volta, con una forza e un’intensità che lei fatica a capire. Guardare mia madre e suo marito farsi vecchia coppietta stanca sul divano con gli occhi pieni di tutto l’amore che mi hanno insegnato. Forse è questo che mi fa venire voglia di prendere un treno ogni weekend per andare a baciare mio padre sulle guance gonfie, ruvide e bianche. Cercare di esserci di più per tutti, guardare i miei cari come se in questo lancio di palla fosse racchiusa tutta la nostra simbiosi. Guardare i miei amici, quelli veri, di sempre, con la convinzione profonda di averli scelti per sempre, nel tempo e nello spazio. Forse per questo vorrei che io e te ci salutassimo per strada, dirti con calma che ti voglio bene. Con lo stesso spirito ho voluto tirare fuori un po’ di scheletri dall’armadio e scrollarli dalla polvere, guardarli un po’ attraverso quei buchi neri che sarebbero le cavità orbitarie, per non chiamarle abissi straboccanti di paure. Li ho guardati e molti li ho buttati via. Forse per questo vorrei stare con te. Perché devo partire. Anzi, no. Sono già partito. Perché non ho mai smesso di andare. Io non sono qui. Io sono a Nord, nella mia vita. Nel sogno.

Vienna, Settembre 2014.
Vienna, Settembre 2014.

Teneramente passava la notte, si lasciava camminare. I lunghi viali alberati e illuminati da lampioni più alti dei rami. Teneramente una vecchia signora suonava l’arpa alla stazione della metro. Teneramente le speranze si raccoglievano in un unico sospiro, mentre attraversava la strada verso quel piccolo spazio verde ai piedi della grande chiesa. Ora e non domani, bisognava dare inizio al viaggio. Ora e non domani, smettere di rimandare la realizzazione di un sogno. Ora e non domani, la follia necessaria a fare il primo passo. Ora e non domani, dire ti amo per l’ultima volta o la prima. Ora e non domani, comporre quel numero di telefono. Ora andava fatto. E non domani. Aprire quel libro. Finire quel libro. L’ultimo quaderno che aveva comprato aveva la copertina di cuoio e un cordone che gli girava intorno. La carta mantovana ruvida e profumata di se stessa e di inchiostro lo affascinava, al pari delle luci sulla cima della chiesa, il suono di una lingua straniera, un odore che non si aspettava, l’umidità autunnale dei fili d’erba, la melodia dell’arpa. Era sottile, delicata e colorata, come un quadro fatto di tante pennellate diverse, molti colori, alcune linee e altre macchie puntellate. Era di nuovo a Vienna. Teneramente si stringeva nella felpa, consapevole che non avrebbe fatto tutte le cose che si era preposto di fare, cavalcando l’impeto della nuova avventura, l’entusiasmo del sopraggiunto cambiamento. Lo zaino grigio e semivuoto lo fissava a un metro di distanza. Presto mi riempirai di libri e di fogli volanti, sembrava sussurrare. Presto ti riempirò di biglietti di autobus e treni, rispondeva il ragazzo con scarsa convinzione. Il tedesco lo avrebbe inghiottito? Per ora erano poche le parole che gli giungevano chiare alle orecchie, come ripulite della patina di opacità dell’ignoranza. Avrebbe dovuto impegnarsi e fare di meglio, buttarsi in mezzo alla gente, tuffarsi in mezzo alla vita. Ecco, all’improvviso tornò a suonare l’arpa. Prese di forza lo zaino grigio per zittirlo ed estrasse il portafoglio. Avrebbe di nuovo attraversato la strada per lasciare qualche spicciolo a quella signora talentuosa ed educata. Forse si chiamava Annette. Questo era il nome che le voleva dare, insieme ai pochi centesimi nascosti dietro uno scontrino scolorito nel vano per gli spiccioli. Ora e non domani, bisognava allungare la mano a tutto ciò che gli pareva sconosciuto. Ora e non domani, bisognava trovare una scusa per non tornare a casa. Voleva restare in giro, un po’ impaurito e un po’ addolcito dalla città che gli scorreva intorno, senza accorgersi di lui. Teneramente Vienna lo ignorava. Teneramente lui si innamorava di lei.

Pensava di non essere abbastanza per quegli occhi chiari. Pensava di non valere più di qualunque altro volto fra la folla, mentre invece l’amore sarebbe riconoscersi fra la folla. Riconoscersi, e basta. Riconoscersi, prima di conoscersi davvero. Questo arriva dopo, con il tempo, con la quotidianità. Riconoscersi è il secondo stesso in cui ci si passa di fianco, in cui si apre un sorriso che contiene luce e gli occhi si lasciano irradiare. Pensava di non essere abbastanza per i suoi capelli, per le sue mani macchiate di arte. Pensava di non valere la punta rotonda del suo naso, di non poter sfiorare il suo vestito, né camminarle al fianco. Eppure sentiva di essere in funzione del suo sguardo, del movimento dei suoi capelli al vento, come rami di un albero antico che conducesse attraverso il tempo all’origine del mondo. Sentiva di dover sfiorare quelle mani per toccare se stesso, di dover abbracciare il suo vestito e essere inebriato del suo profumo per ritornare a Primavera. E la sua voce, così diversa era la sua voce. Diversa e riconosciuta. Così leggera era la sua voce, quando rapida correva nella valle e raggiungeva il fiume, dall’acqua risaliva in cielo e poi su, fino alle nuvole. Così ovunque era la sua voce, che a volte temeva fosse un’allucinazione. Così avvezzo alle notti di tempesta e tormento. Credeva fosse un sogno, troppo ideale e lontano per essere vissuto. Ovunque era quel sogno, la voce, lo sguardo, la ciocca e il vestito. Anche di giorno. Tanto che non era chiaro dove iniziasse il sonno e dove la veglia. Pensava di non essere abbastanza. Eppure non chiedeva altro che continuare a dormire.

Westbahnhof, Wien.
Westbahnhof, Wien.

Una volta il silenzio di certe sere spente finiva versato in una tazza di caffè. Si apriva il quaderno subito dopo, casualmente sulla pagina ancora bianca. Persino l’odore del legno antico di questo tavolo mi aiutava a costruire un mondo, così lontano da qui. E ora invece riprendere discorsi silenti con me stesso che si erano interrotti mesi fa, affacciati a una finestra, su una via secondaria di Vienna, esposti al vento freddo dell’inverno.
Quante volte ho messo in discussione questo posto, il senso e l’obiettivo di questo luogo virtuale. Troppe, ultimamente. Vivere nella consapevolezza che sia necessario cambiare, se non lo fa la vita per te. Rendersi conto che tutto comincia, ha una propria durata e una conclusione. Riconoscere le stagioni della vita. Ho fatto spesso molta fatica su questo punto, complice il mio odio per qualunque cambiamento. Mi vanto di essere riuscito a fare i conti con il cambiamento negli ultimi anni, di averlo accettato e anzi di aver imparato ad accoglierlo sempre a braccia aperte. Penso che sia vero solo in parte. Non temo il cambiamento perché faccio sempre in modo di non avere nulla da perdere. Niente mi finisce mai abbastanza sotto pelle perché io possa avere paura di vederlo cambiare. Non permetto a niente e nessuno di raggiungermi. Non rischio mai del tutto. E l’immobilità mi blocca la penna, mi chiude le copertine dei romanzi dopo quattro pagine e mi blocca anche la macchina del caffè. Ciò che resta lo sa dire la notte, scaltra osservatrice sempre vestita di seta, così tanto distratta ultimamente. Così fredda e regale. Forse ti amo più di qualunque altra cosa al mondo. Amo la tua incostanza e i tuoi riflessi di perla, i sogni che mi soffi nelle orecchie e quelli che mi strappi dalla mente a forza. Li porti via con te, da qualche parte dopo l’orizzonte. Tornerai domani senza di loro e saprò che li avrai depositati in un luogo sicuro. Là dove fanno meno paura, ma dove non possono nemmeno trovare risposta o soluzione. Osservi questo mio niente senza meta e lo nascondi nel tuo oscuro mantello che già contiene minuscole sfumature d’inverno. I miei occhi però restano fissi sul soffitto, insieme alla penna, insieme alle copertine chiuse dei romanzi. Sei solo una splendida culla per la mia mente che vaga senza via d’uscita. E sono di nuovo in Islanda. E sono di nuovo affacciato a quella finestra di Vienna. E sono di nuovo nei labirinti dell’indecisione e della nostalgia. Forse dovrei davvero smetterla. Andare via da qui, tornare finalmente dall’Islanda, chiudere quella finestra di Vienna, prendere i bagagli e uscire di casa lasciando le chiavi sulla mensola. Insomma, forse dovrei imparare a tornare. Prima di tutto a me stesso. Ritrovare il filo della storia, la pagina bianca ancora da scrivere, l’entusiasmo che creò thewanderer, il coraggio di rischiare, di sbagliare, di sembrare ridicolo, di ferirmi profondamente e di far male. Che la cosa più immobile è il mio sangue: non lo lascio circolare, tanta è la paura di vederlo fuoriuscire.

La pioggia fitta e sottile che mi batte sul giubbotto. La macchina parcheggiata in uno spiazzo, sulla strada, poco lontano. C’è l’odore dell’acqua che rigenera le foglie e le vite. La senti quanto è forte la tua assenza? Urla senza sapere che sono sordo. Morde senza sapere che sono vento. Lecca senza sapere che non ho più sapore. Mi immergo nella distesa verde, sul muschio e nelle colline intorno ai miei occhi, nel flusso di quella cascata che intravedo lontana: un freddo vapore si posa sulla punta del naso, piccole gocce di niente e di tutto. Penso che dentro ogni goccia si nasconda un altro universo, o molti di più. In realtà non penso più, non in questi momenti. Non quando mi trovo al centro del tornado. Rompo lo schema delle gocce con la punta del mio dito. Ci sono, sono dentro ai miei polmoni, immerso fino al collo, ma con lo sguardo ancora sollevato verso il cielo. Shhh… Cerca di fermarti ad ascoltare. Ti senti? Un suono di luce trapassa le nubi e mi ridice che non ci sei. Shhh… Ma non ti senti? Non ti ho mai perso. Te lo sussurro, anche se tu non lo sai. Per questo la tua assenza non fa male, non mi sente e non la sento, non mi morde e non mi spacca il cuore. Come posso confessarle che non c’è mai stata? Se se ne accorgesse sfumerebbe via, come una macchia di colore. Come un rivolo di fumo, come onda di mare. La tua assenza è un’onda di mare glaciale, schiuma bianca sulla costa islandese. Dimentica se stessa prima ancora di potermi raggiungere e toccare. Non mi avrà mai, ma si illude e ha un bel rumore. Shhh… Ascolta. In fondo è solo mare. Un bel rumore.

Era una canzone da cantare da solo ogni mattina. Era rimasta come un avanzo di alba fra i denti. E il violino di suo nonno, che faceva risuonare seduta sulla pietra a sinistra della piccola casa, costruiva sentieri colorati dalle punte dei piedi fino al limitare del cielo. Chiedevano soltanto di essere percorsi. Le stelle erano state cancellate con la gomma dal tocco morbido di Dio, o forse dallo scorrere del palmo della sua mano, come succede sui bicchieri di plastica, quando si tenta di scrivere un nome senza pennarello indelebile. Le stelle avrebbero ritentato la notte successiva, e avrebbero fallito come sempre. Il sole si ostina a sorgere anche sui laghi più neri. Davanti alla casa il lago conteneva alghe azzurro scuro e le sagome degli alberi e delle nuvole a volte creavano forme mitologiche, come ad esempio un bambino ancora nudo fra le braccia della madre. O un cavallo bianco libero, sulla brughiera. Ogni mattina si alzava e la immaginava seduta sulla pietra, fuori casa, a suonare il violino di suo nonno e a sussurrare una canzone. Ogni mattina borbottava qualche nota, mascherandola con un colpo di tosse. Era lei che passava di lì, sul carro del sole lanciava un’occhiata di perla. Era una canzone che intonava da solo ogni mattina. Dopo la mano di Dio sulle stelle. Dopo il lungo tormento della notte del Nord. E se vedeva l’aurora dalla sedia in cucina cantava tutta la canzone, senza paura di essere sentito. Solo i fantasmi ascoltano nelle notti d’aurora. Solo i nostri morti marciano sul cielo per darci in dono un altro addio.