Lo sanno anche le lucciole
che tanto getto a terra
tutte le poesie.

Questo cuore stupido
ti circonda di viole
nei miei camposanti.
E senza domanda non arriva
risposta. Non arriva
una voce.

Se ti ha fatta perfetta
Forse concordo con Dio
Per la primissima volta.

Com’è che non ti vedono
i grilli, presso i fili d’erba,
accovacciati sul peso
della pioggia battente.
Com’è che non si vede
che l’orma del silenzio
sul fango dopo il temporale.
Se sei così presente, se urli
dentro le mie stanze
vuote.

E se Dio ti ha fatta perfetta
Forse concordo con Lui
Per la primissima volta.

Questo cuore stupido
Guardingo
E diffidente
Ti circonda di viole
Sul marmo
Dei miei camposanti

Ti circonda di
Lucciole
E poesie
Tutte
Da buttare via

Un’altra estate che mi scivola via dalla tasca di pantaloni più larghi di quelli che indosserò domani. La prima estate da due anni che abbia il sapore di tutto ciò che è sempre stata. Oggi mi riposo, poso il corpo sudato e stanco su questa poltrona, e piazzo qualche macchina infernale a rinfrescarmi. Domani, o quando sarà, srotolerò la pergamena del silenzio, delle parole che mi sono cadute sotto al sedile, o nel risvolto blando di braghe leggere, dentro la borsa del mare, o nel catino di nonna Mirella. Le parole rimaste appese allo stendino, schiacciate involontariamente da una racchetta da ping pong. Raccoglierò dall’orto quelle che ho perso aiutando mio nonno nella pesca dei pomodori da sei etti, i figli giganti del suo polso inumidito e stanco, i semi germogliati del sudore di ottant’anni di pazienza. Gli chiederò di alzare le ciabatte di cuoio dalle piastrelle, per controllare che non sia rimasta qualche sillaba anche sotto la suola. Controllerò gli angoli, gli scaffali e le credenze, per essere sicuro di aver raccolto tutto ciò che non ho detto. E me ne andrò, con un sacco bello pieno di verdure e verità taciute. Ti dico che ti voglio bene fin troppo spesso, da quando il collo ti si è ingobbito su un ricordo. Sono dolce ed irritante, quasi peggio di un bambino, da quando le tue pupille si mettono a inseguire il mondo a ritmo un po’ più lento. Ci saranno sempre cose da non dire, però, e devo farmene una ragione. Cose che avrei voluto fare, posti che avrei voluto visitare, persone che avrei voluto abbracciare, baciare, rincorrere sulle scale, o fuori dal cancello, o fino all’aeroporto. Ma è anche vero che ci sono solo io, con le gambe strette su un aereo che riparte. Le solite cuffiette, le solite scarpe, le solite parole crociate. E le gocce di Xanax, che non si sa mai ci colpisca un altro fulmine. Ci sono solo io, alla fine del giorno e dei giorni. E a un guscio è sempre meglio voler bene. Metto gli occhiali da sole, perché alle 2 di notte non sarà di certo buio, a Keflavík, a luglio. Tengo il mio sacchetto ben stretto; non ci sono solo frasi scartate, ma anche tessere di amicizia e di amore. Avevo dimenticato il mio coraggio, ma ora, dopo tanti mesi, mi sembra di essere stranamente vicino alla mia essenza. Se qualche goccia di verità è caduta dai tuoi occhi, allora ho raccolto anche quella, e mi sono salvato. Nell’abbraccio davanti al tuo portone, in un profumo nuovo, sono tornato a casa.

Processed with VSCO with a1 preset

Il mio piccolo tavolo di legno
Non accoglieva parole da un secolo
Solo briciole di pane raffermo
Invecchiato
Da uno sbadiglio.
Il mio piccolo grande tavolo di legno
Che sulla schiena porta i graffi
Di una goccia di caffè
Di una pentola che bolle
Di quella sigaretta accesa.
Il mio piccolo tavolo di legno massiccio
Che ne ha abbastanza di sorreggere
Trent’anni di poesia
Dalla penna di mia mamma
Alla mia.
Si godrebbe volentieri la pensione
Se non ci fosse qualcuno
Sempre col bisogno di parlare
A vanvera
Mentre lui preferirebbe dormire.
Il mio piccolo tavolo di legno massiccio e antico
Lo comprò un giorno mio nonno
Ci intagliò sopra il suo sorriso.

È bene per te,
Che non conosci il vuoto
Che hai lasciato in questo bicchiere
Che non hai mai riempito.

È bene per te,
Che conosci l’amore
Che non ti avrei dato
Che mi avresti negato.

È bene per te,
Che non hai sentito
L’eco dei tuoi passi
Rimbombarmi nel petto
Quando salivi le scale.

È bene per te,
Che fumi affacciata al futuro
Connotati d’argento
Che prendono forme
non loro
E su un terrazzo d’estate

Ecco

Diventano
Città eterna
di strade imbattute
Parole non scritte
E tutte le stelle appese
alle sue spalle larghe.

È bene per te,
Che hai una voce a far muti i pensieri
Che tieni in mano gli affilati coltelli
Con cui ricacci
Clandestino
Il mio cuore.

Se è bene per te,
Coltiva la notte
Non ti voltare.

 

Processed with VSCOcam with f2 preset

Ricorderai soprattutto le cose dette davanti al mare e nelle automobili umide sotto il cielo invernale. Soprattutto, le ragioni di quell’unghia sparita, prima mordicchiata e poi sputata. Metterai in fila, come piccole margherite, i mesi che hai passato senza di me. Rimarrà intatto il tuo fiore anche se avrà addosso il mio pensiero. Non si farà intaccare dalla luce di un’ombra irrisolta. Ricorderai soprattutto, credo, quella mia capacità di capire pur non capendoci niente. Quell’istantanea vicinanza di passi a farci sentire le anime meno distanti che siano mai state fatte cadere l’una davanti all’altra senza pianificazione, né richiesta. Il riconoscersi immediato che ci accompagna sin dalla prima parola, sin dal toctoccare più fragile sulla porta socchiusa del primo pensiero. La sensazione di aver saputo tutto da sempre, e la mancanza del coraggio necessario a chiedersi perché. Ti ritroverai bambina, in certi attimi distratti, ricordando un settembre lontano e una castagna nella tasca della giacca per scongiurare il raffreddore – come ha sempre detto mio nonno. Una castagna contro il raffreddore. Che possa aiutarmi a deridere il ridicolo bisogno di te? E l’assurdo bisogno di dirti che sei bellissima ogni volta che ti ho davanti senza incontrarti. Quando rimango sul ciglio di un portone chiuso a temere l’ennesimo settembre senza amore. Senza bussare, mi accosto quel tanto che basta per ascoltare i passi dei tuoi piedi stanchi di camminare trascinandoti addosso il peso della tua vita coraggiosa e dei tuoi cari. Mi giunge quasi all’orecchio il fruscio leggero dei tuoi ricci incomprensibili.
Inizio una poesia per te. La mastico male, la balbetto su un fogliaccio volante. La scrivo e la cestino, perché non la so finire. Poche ore dopo scrivo un testo, perché nella prosa sono sempre riuscito a capire più facilmente come distendere i miei pensieri attorcigliati su una morbida e paziente superficie. Ci sono due gatti maledetti che si azzuffano in cortile, una cicala che suona la sua chitarra di foglia. Un nuovo seccatore che mi chiama. Per fortuna è giunto adesso il tempo di partire, rischiavo di lasciare anche questo pezzo su di te senza un finale.

Sono una persona complicata, difficile, apparentemente allegra e facile da mettere a proprio agio, profondamente spigolosa, testarda, ansiosa e ipersensibile. Sono un disastro. Sono quello che sono diventato, o che ero destinato a essere: a ognuno la propria filosofia. Mi capita di impiegare mesi, spesso anni per reagire ai più grandi terremoti della vita, quelli inaspettati, su cui non possiamo esercitare nessun tipo di controllo. Mi capita di impiegare secoli per adattarmi al cambiamento, e ho dovuto imparare ad accettarlo. Accettare il fatto che serve tempo perché le cose accadano, o meglio, che mi accadano. Accettare di dover avere sempre la pazienza di aspettarmi.

Poi succede. Un giorno come un altro, all’improvviso. Succede sempre, proprio nel momento in cui mi sto sforzando di meno, lottando di meno, costringendomi di meno dentro schemi, imposizioni personali dati dal sano ma frettoloso desiderio di andare avanti e di continuare a muovermi. Proprio quando smetto di forzare la mano e di darmi ordini: devi superare l’ostacolo, devi accettare la sconfitta, devi trovare un’altra via… Proprio allora accade. All’improvviso cambio, e non torno più indietro. Possono passare mesi, spesso anni. Posso essere la persona più testarda, idealista e assolutista che io conosca. Posso incaponirmi su un’idea o un progetto, su uno scenario o una situazione, su un sogno o l’immagine di una vita futura ormai svanita, su un amore che si è polverizzato dentro un’eco indistinta sull’argine di un fiume. Posso continuare a rianimare i cadaveri delle mie illusioni perdute per periodi che somigliano a ere geologiche. E poi all’improvviso cambio. Senza un perché, senza accorgermene, senza climax da romanzi né particolari schiamazzi. Mi sveglio, esco di casa e sono nuovo: è iniziato un capitolo che ieri non c’era. C’è un uomo nello specchio che ieri non c’era.

Ho dovuto imparare ad aspettarmi. A starmi accanto nell’attesa. A ridere delle mie fissazioni e della mia testardaggine. A guardarmi arrancare senza riempirmi la schiena di botte, per farmi risalire dal fango più rapidamente. Ho dovuto imparare a capire che forse non dipenderà mai completamente da me. Succederà e basta. E mi è successo, per l’ennesima volta, una settimana fa. Mi sono successo. E mi sono trovato. Adesso non saprei  nemmeno più da che parte voltare la testa per guardare indietro.