Kathy mi parlò, l’ultima volta che l’ho vista, di spiagge rosse e di sciacalli. Mi raccontò di un giorno, un viale di trame floreali e di colori. Un vestito da sera e una luce accecante alla finestra del teatro. “Morire in camerino, morire in scena come un cigno nero”, mi diceva. Le sue dita tremanti non suonavano più da allora. Kathy mi parlava e mi toccava piano, mi sfiorava appena e senza volerlo davvero. Come da dietro una tenda, una tenda bianca e ruvida. Come se fosse cieca e cercasse di ritrovare la forma, la sostanza del mio corpo nel tessuto. “Cosa c’è ancora, Dave?”, mi diceva, “Cos’è che ancora dobbiamo capire?”.

Da La stanza di Kathy, racconto inedito.

Claude Monet, Le jardin de l’artiste à Giverny, 1900

Il giorno che ci siamo lasciati mi veniva da vomitare. Siamo rimasti stesi sul letto per ore senza nemmeno guardarci negli occhi. Senza toccarci. Senza dire niente. Senza…
Il giorno che ci siamo lasciati me lo ricordo come fosse ieri, no anzi, stamattina. È da qualche giorno che ci lasciamo ogni mattina. Tu non lo sai, ma ci lasciamo ogni mattina. Poco dopo l’alba. La stessa alba che ci sorprese dopo la prima notte insonne. Tu non lo sai. E nemmeno io lo so. Non c’è niente da sapere, se non che passerà anche questa irritante riproposizione scenica di istanti scivolati via.
Il giorno che ci siamo lasciati mi veniva da vomitare. E mi viene da vomitare anche adesso, piuttosto spesso. La mattina, di solito. Dopo colazione. Subito dopo il sorgere del sole. Forse vomitai davvero, quel pomeriggio torrido di fine estate. Forse ho vomitato per i mesi successivi, finché non siamo diventati qualcosa al di fuori di me, finché non ti ho sputato via.
Il giorno in cui tu lasciasti il nostro giardino, non crebbero più mele, né pesche, né fragole. L’edera smise di crescere sul muro che portava alla mia stanza, che conteneva la mia finestra. Il giorno in cui uscisti da quella porta, per tanto tempo non crebbe più erba e non seppi più dov’ero. Il giorno in cui la nostra tana venne distrutta dal leone e i nostri piccoli mai nati vennero sbranati dalla sua ingordigia. Quel giorno, io volevo vomitare. E forse ho vomitato. Senza dire niente, senza…
Non ritornò mai verde quel giardino. Non ritornò mai il sole su quel brandello di terreno. Trovai io nuovi giardini e nuove fragole. Trovai nuove pesche e nuove spighe da lanciare. Gonne da sollevare e labbra morbide per baciare via la sete, la sera e la solitudine. Fu di nuovo mattina. Ci fu di nuovo qualcosa da raccogliere, un sapore da raccontare. Ci fu di nuovo vita. C’è stata. C’era. Sì. L’ho scritto. Me lo ricordo. L’ho scritto. Ho consumato inchiostro per parlarne. Per trovarmi, per tornare, per ritrovare il rumore dell’acqua che scorre negli argini, per scongiurare l’appassire delle piante.
Ma c’è sempre stato un secondo giardino, accanto. Si è seccato per non fiorire più. Si è adombrato e tuttavia non piove più. Ed io… Io mi ricordo l’ultimo fiore appassito. L’abbiamo schiacciato con le nostre schiene, stesi su quel letto, muti. Prima che uscissi dalla porta. Subito prima che iniziassi a vomitare.

Vilhelm Hammershøi, Interior in Strandgade, Sunlight on the Floor (1901)

«Eren, vorrei mi regalassi i tuoi occhiali marroni. E i tuoi occhi color cioccolato. E la tua camicia azzurra chiara, quasi bianca. Quella che Mrs. Kolman ti costringeva a indossare la domenica, durante l’offerta, fra i banchi della chiesa. Vorrei che la tua camicia non perdesse il tuo profumo. Mai. Vorrei che i tuoi occhiali mantenessero la traccia di una piccola impronta digitale, una tua piccola impronta. Piccola, davvero. Non mi serve di più, solo poter vedere una traccia indelebile di te quando abbasso lo sguardo, magari nell’angolo a destra della lente. O in quello a sinistra? Insomma, dove vuoi, basta che non mi regali il tuo cuore. Non penso di essere degna di poterlo trasportare. Così distratta, così maldestra con ogni cosa di valore. Piuttosto fammi una copia del tuo cuore. Sì, disegnalo su un foglio vergine e io lo porterò con me, insieme agli occhiali e alla camicia. Nemmeno i tuoi occhi scuri posso levarti dalla testa. Sarà allora il caso che mi disegni un cuore con un volto? Un cuore coi tuoi occhi, ecco, questo basterebbe. Mi ci stenderei sul prato oltre la veranda nelle sere d’estate, lo terrei al mio fianco per guardare i soli che risplendono lontani.
Su ogni pianeta c’è una copia di noi, sai? Questo ho letto su un manuale, anche se somigliava più a un romanzo e forse lo era davvero, travestito da testo scientifico – una specie di manuale dei sogni mascherato dai numeri. Insomma, c’era scritto che là fuori, in qualche dimensione parallela, vive una copia di ognuno di noi. Non è strano? Forse che guardando quelle stelle, in fondo, mi sto guardando negli occhi. Ti sto guardando negli occhi, Eren, per un’ultima volta».

Estratto da La stanza di Kathy, racconto inedito.

Monet – Ninfee (dettaglio)

Mi rimise alla cura del tempo. Le chiesi: “Di che stai parlando?”, ma lei non rispose mai più. Mi rimise alle cose piccole di ogni singolo giorno: la punta di uno spazzolino scarmigliato, i capelli da tagliare, la spesa da fare, il tempo da controllare la sera dopo il tg. Mi rimise a certe piccole gioie quotidiane, come il rumore della moca da caffè. Quel soave e brillante brontolio che irrompe bruscamente nelle cucine e le riempie di mattino. È l’odierno, autentico canto del gallo. Oppure è sempre stato così, davvero.
Mi rimise, con quel gesto e quelle poche parole, all’attesa dei desideri e a tutti i doni incompiuti, come strade che sai ti porteranno infine a una nuova luminosa dimora, anche se ancora non riesci a vedere niente. Così, in un giorno di marzo che tuttavia aveva un sole di aprile, semplicemente mi rimise a me stesso. E io mi rimisi al mio posto, seduto su quella panchina, senza aspettarmi più nulla. La vidi andarsene sull’acciottolato del parco, poi distolsi lo sguardo e mi distolsi così, poco dopo, anche dal suono dei suoi stivaletti neri in finta pelle che sbattevano sulla roccia, trasmettendo come in codice Morse il comunicato ufficiale della nostra separazione alle agenzie di stampa.
Ah, avessi saputo allora ciò che sarebbe accaduto, avrei ringraziato quel parco soleggiato dall’aspetto funebre e quegli stivaletti odiosi di finta pelle sgualcita dal tempo e da una certa incuria. Se avessi saputo allora, l’avrei lasciata andare mettendole al collo una stupenda collana di fiori. Furono quelli i miei
giardini di marzo: una sottana il cui colore ho ormai dimenticato, una voce distorta nel ricordo che mi rimette alla cura del tempo. Un sole anomalo e un albero già in fiore ad adombrarmi le lacrime. Se avessi saputo a quel tempo che mi stava ridando a me stesso, forse avrei fatto esattamente lo stesso.

Edward Hopper – Night Windows (1928)

Di notte potevi sentirla parlare sul balcone.
C’era qualcuno con lei – voglio dire, nella sua testa, credo.
C’era qualcuno con lei quella notte, come tutte le notti. Qualcuno che lei teneva stretto dentro un pugno, poi premuto sul petto. Un soffio d’aurora appena visibile, difficilmente percepibile. Parlava col vento, senza mettere mai le mani avanti. Non cercava di raggiungere nessun posto, se non quella pianura sconfinata dove erano sepolti i ricordi, come eroi del passato. Una piana di eterna primavera. Teneva l’altra mano salda sulla ringhiera, senza lasciarsi cadere. Una folata di vento, di tanto in tanto, le spettinava i capelli, ma mai troppo da distrarla. Niente era tanto da attirare l’attenzione, nemmeno io. Le sue labbra solo apparentemente distese in un’espressione del tutto neutrale, in fondo tese, soprattutto agli angoli, più vicino alle guance. Tese come l’onda del mare nel punto più estremo del suo tentativo di divorare le costa, le conchiglie e tutte le altre cose.
Io la guardavo dalla finestra socchiusa e pensavo a lei. Mi mancava, pur avendola lì, di fronte a me. Mi chiedevo dove fosse, con chi fosse. Mi chiedevo che cosa ci avesse tenuti lontani per tutti quegli anni. Una tensione feroce ci aveva ridati alla fame di un tempo e all’ingordigia della giovane età. Mi chiedevo chi portasse con lei in quel suo viaggio notturno, a chi inviasse il proprio respiro, di quale persona ripetesse il nome come una formula magica, come una coperta, nella sua testa.
Certi nomi sono come coperte. Io dico il tuo nome ed ecco che sono al sicuro. Io sussurro il tuo nome prima di addormentarmi, ed ecco, che mi addormento, che sogno, che penso che un nuovo risveglio non faccia paura. Quando eravamo bambini io e mia sorella ci proteggevamo dalle cariche dei soldati a cavallo, coprendoci fino alla punta dei capelli. Sollevavamo la coperta del letto e sussurravamo l’uno il nome dell’altra, rassicurandoci che i nemici non ci avrebbero visto. Era un mantello dell’invisibilità. Certi nomi sono mantelli dell’invisibilità. Io dico il tuo nome ed è tutto in quel suono rotondo, vivace, sicuro, nobile e floreale. Uno stupendo mantello floreale che mi fa diventare pianta, albero, filo d’erba, e che annulla le parole, tutte le parole del mondo.

Io non lo so in che modo si possa descrivere razionalmente ciò che accadde quella notte, ma i miei occhi mutarono irrimediabilmente. Presi ad amare la sua figura, dignitosa e muta, il suo sorriso livido e i suoi occhi scuri come le cavità più antiche del mondo. Mi sentii come un battello incapace di evitare la cascata. Crollai irrimediabilmente dentro l’immagine di lei. Presi ad amare il suo canto e la luce della luna riflessa sulla sua pelle olivastra. Cantava senza un filo di voce, cantava col corpo, ma forse sarebbe meglio dire con l’anima. Ecco, presi ad amare la litania della sua anima senza ritegno e senza logica alcuna. E per un attimo la vidi persino sdoppiarsi, proiettando se stessa su un raggio di luna. Era una versione di lei che guardava dalla mia parte, stavolta. Una lei che si accorgeva dell’inattesa scoperta, la dolorosa e felice metamorfosi di un cuore che cade, come dicono gli inglesi quando parlano d’amore. Il mio cuore cadde su di lei, quasi letteralmente, ma lei si scostò e sorrise, rientrando in casa. Fu solo sfiorata dal rumore del mio organo capitolato. Lo prese per l’ennesimo soffio di vento, che questa volta non le scompose neppure un capello.