Paglia sul fuoco

È una sera che scricchiola, come paglia nel fuoco. Mia madre che seduta in salotto, con la testa abbassata, piange per me che piango per colpa del tempo. Quello che ho perso, quello che mi sta con il fiato sul collo. C’è silenzio, un boato di nulla quasi assoluto. Solo paglia nel fuoco. Scricchiolio costante e scoordinato. La vita sta zitta. Al cuore ho reciso da tempo le corde vocali.
Mi manchi solo quando non ne posso più. Tutto il resto del tempo sei solo paglia dentro un fuoco che brucia paziente, indisturbato, che raramente osservo ma che non riesco a spegnere. Vedo tutto il tempo. Lo sento addosso. Sono fradicio di tempo perso e esitazione. Come fuoco sulla paglia, mi consumo a poco a poco, quasi silenziosamente. Quasi senza farmi male.

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Non ci hanno mai insegnato ad arginare le maree

Lettera dal passato // 19 novembre 2015

E io che mi trovo ancora in riva al mare a cercare di capire come arrestare le maree. E io che sono rimasto da solo in città, ché mi fanno compagnia solo i rifiuti abbandonati negli angoli, le bottiglie di vetro per strada, le cartacce e le cicche. Devo essermi ubriacato una volta di troppo, essermi perso l’annuncio dell’evacuazione. Mi sono risvegliato in riva al mare, con la solita puzza di cuore avariato sul colletto. Forse ho seppellito anche una manciata di cadaveri, o si sono seppelliti da soli per lasciarmi finalmente in pace. I tuoi occhi sono ormai così lontani da essere diventati di carta, due piccoli pezzi di carta minacciati dalle onde.
Luglio si fa avanti. Luglio ci soffia contro. E continuo a pensare che non ci hanno mai insegnato ad arginare le maree.

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Città vuota

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A volte i luoghi tornano misteriosamente ad essere nuovi. Com’è possibile che una città ti sia venuta tanto a noia? Che le strade che un tempo si illuminavano nuove sul tuo volto siano diventate poi traboccanti di noia e inconsistenza. Quasi sembra abbiano perso ogni colore. In quale momento hai smarrito il tuo stupore?
Hai camminato con passo vago, incerto e disattento fino a questa sera, fino al momento in cui hai lanciato uno sguardo rapido al cielo e tutto è tornato a parlarti. Come un filo di nuvola, un pensiero di passaggio. Un dubbio inatteso che ti sfiora appena. Il dubbio che siano i tuoi occhi ad aver perso i colori, che sia il tuo spirito ad aver smarrito la sua originaria attenzione. Un tempo questi muri ti parlavano, nelle loro crepe, attraverso il loro intonaco. Ti parlavano i marciapiedi e i tavolini disposti in estate davanti ai bar, il rumore delle tazze e l’aroma delle bevande calde. Ogni stanza di casa o palazzo era un regno pronto a schiudersi, ogni volto il profilo di una storia nuova, la voce di un romanzo non ancora scritto. Il vento soffiava sussurri e segreti.

Poi si è spenta in un tramonto imprecisato tutta la magia di una città che stasera ritorna a parlare. Come il ritorno inatteso o forse atteso di una storia d’amore. Eccoti, ora ricordo. Se ripasso i polpastrelli sulle forme del tuo viso, sulle tue spalle, sui tuoi fianchi, se ti accarezzo il naso freddo o la caviglia… allora torno a te. Torno senza averti mai perso. Naufrago di niente, di un mare che in un attimo appare come inesistente, frutto di una strana fantasia. Eccoti. Sei tu questa città che aveva perso il volto. È il tuo profumo questo odore di estate, di foglie e di frutta. È la tua voce questo soffio che percorre il viale e scuote rami e tronchi. Ora sei tu.
Ma solo per un attimo. Per un solo momento ti ridai al mio cuore, prima di affondare nuovamente nell’abisso. Come si può tornare sempre nuovi? Come annullare la noia e il dolore? È di nuovo in bianco e nero questo viale. Il tramonto non ha più sapore. È solo una macchia molto chiara a bassa saturazione. Eppure tu eri qui. Io ti amavo poco fa. Pochi minuti fa. E adesso la mia città è tornata una rete in cui galleggiano intrappolate migliaia di vite.
Ti sei portata via l’arcobaleno.

Si alza il vento (dell’inverno)

Sono venuto a sentirti cantare, come quel giorno che ho teso l’orecchio a una conchiglia e mi è giunta la tua voce al posto del rumore del mare. Mi hanno raccontato dei tuoi occhi come le pieghe del cielo. Mi hanno raccontato della tua voce sublime. E leggermente, leggermente io l’ho percepita dentro una conchiglia e ti ho cercata.
Stavolta però ho sentito che piangeva.

L’inizio di questo post è vecchio di mesi, rimasto in bozza, senza un prosieguo. Rimango spesso incastrato fra i discorsi già fatti e quelli che vorrei cominciare. Non è niente. Non è niente. Solo un momento per pensare. Sarà che sono arrivato alla fine dell’inverno e mi aspetta un altro lungo viaggio. Sempre che sia davvero finito l’inverno.
Qualcuno mi insegni a scendere a patti col tempo. Ho fiducia in tutto, finché il mondo non mi chiede di più. Finché posso restare illeso, nelle mie barriere.

Si alza il vento, bisogna tentare di vivere

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J. // Röyksopp & Robyn

Qualcosa con cui guidare verso le tenebre umide che ci ha lasciato la pioggia appena caduta. Qualcosa con cui tenere a bada i tentacoli della notte. Tieniti stretta al cuscino. Continua a credere nelle stelle che non vedi.

Segui la voce e il sentiero, fin dove si riaccende il sole. A ogni passo cambia il tuo orizzonte. Ogni orizzonte possibile può diventare una canzone. J. ci riporta a casa.

Una nave solitaria // Ára bátur

La vita ha deciso che la mia libertà non è divisibile in due. Ogni volta che si è presentata l’occasione, ogni volta che ho dovuto spalancare la porta e fare un grande passo avanti. La mia libertà non si divide per due, può stare nel mio cuore e non nel suo, non nel tuo. Prendi le tue cose, riempi la tua scatola, fa’ un fagotto ed esci dal retro. La mia libertà mi reclama intero, come un sasso perfettamente rotondo, levigato dal mare. Come la sabbia perfettamente nera di Vík.

Ho forzato il destino, ho chiesto aiuto alle nuvole a cavallo del vento. Quante notti passate nella speranza di averla con me. Ma il mio viaggio ha una sola corsia. La mia nave qualche legno marcio e un solo remo; se fossimo in due ci perderemmo. Se fossimo in due ci inghiottirebbero gli abissi. Ho sempre cercato di tenere stretto qualcuno, o di tenermi stretto. Ho sempre cercato di appartenere a uno sguardo, o che uno sguardo mi appartenesse fino in fondo, fino al punto in cui la pupilla incontra il fuoco perpetuo che ci brucia l’anima. Ma la mia anima, la mia libertà, è una barca con un solo remo. Questo viaggio ha un solo capitano. Il mio cuore non è divisibile in due. Non ancora. E non più.

Eppure, mentre lascio questo porto, mentre prendo il largo e osservo nella foschia le sagome degli edifici che costeggiano la banchina e i volti di chi mi lascio indietro, fingo di avere i tuoi occhi “come un amuleto, nella tasca interna del giubbotto”. Ci abituiamo a portare dentro chi non siamo riusciti ad avere accanto. E svaniamo nella foschia che ci allontana da casa. Una radice ferita e ancora pulsante. Una nave solitaria. Ára Bátur.