510

Anche stavolta sono ricaduto dentro la tua macchina. Dio Santo, è il ricordo più banale che si possa immaginare, eppure torna sempre. Come mai? Come mai, mi chiedo, certi momenti apparentemente inutili diventano stalattiti nella caverna umida della nostra memoria, illuminata solo dalla luce eterna di qualche candela? Sei seduta alla mia destra e io ho un enorme libro in mano dalla copertina bianca e la pagine già indurite ed ingiallite di salsedine. Sto zitto. Sento il rumore dell’auto che va. Guardo la sabbia che riempie di fumo noi e le barriere di cemento che ci stanno intorno. C’è l’odore che si sentiva di solito, la spalla destra che mi brucia un po’, il rumore lontano di un videogioco. Ho un taccuino nello zaino, una penna d’argento che mi ha regalato mio nonno per firmare i miei libri. “Per firmare i tuoi libri”, diceva. Ma io l’ho prosciugata in pensieri sconnessi prima che avessi anche solo una copia da firmare. Saresti contento di me? Me lo chiedo spesso. Saresti contento? Io non lo so se ti ho mai perdonato, ma questa è tutta un’altra storia. Forse è me stesso che non ho mai perdonato. Questo ricordo, comunque, non c’entra niente col mio senso di colpa. Si tratta di me dentro quell’auto di ritorno dal mare.Leggo, leggo senza preoccuparmi di controllare che tu sia seduta alla mia destra. So che ci sei, ti sento, sei pesante come non penseresti mai di poter essere. Leggo e mi immergo in una storia e come per ogni storia cerco qualche traccia di me. Forse mi sorridi, ogni tanto. Siamo convinti che questa sarà la vita per sempre. Un’auto al tramonto che ritorna dal mare. Alzo per un secondo gli occhi e mi soffermo sui volti di chi è seduto lì con noi. “Non dimenticherò mai questo momento, questo semplicissimo, perfetto momento”, mi dico.
E non l’ho più dimenticato.

IMG_4896
Me looking Iceland in the eyes

Non so che fine farà questo spazio. So solo che oggi avevo bisogno di caricare questa foto. Forse perché è da stupidi andare avanti nelle cose, nelle esperienze, senza mai metterle in discussione, senza mai chiedersi quali sono i motivi che ci spingono, se sono ancora gli stessi dell’inizio, se sono diversi o se non ci sono più. Non so se questo spazio rimarrà vivo e attivo per raccontare la mia storia. A volte penso che dovrebbe cambiare, spostarsi, come sta facendo la mia storia, o chiudersi come fanno le diverse fasi della vita. Da due anni e mezzo a questa parte ci sono state solo due o tre cose in cui sono riuscito a essere costante, due o tre cose che sono riuscito a volere fino in fondo. Una di queste è il desiderio di essere di nuovo in Islanda. L’altra è nascosta nel tuo sorriso. Non so bene chi sei, ma so che vorrei scoprirlo. Se mentre parlavo ti sei voltata, mi hai sentito. Se ti sei voltata, forse l’hai capito.
È il momento di cambiare tutto, senza pensare a come potrebbe andare a finire. Tornado. Spazza via le cose che non ci sono più. Spazza via l’uomo che non sono.

You grow, you grow like tornado
You grow from the inside
Destroy everything through
Destroy from the inside
Erupt like volcano
You flow through the inside
You kill everything through
You kill from the inside
You’ll…
You’ll learn to know

Arnarstapi?”, mi chiede Sóley stupita, grattandosi la punta del naso con la mano destra, nella sinistra un pennarello oro già scoperchiato, pronto a firmare la mia copia nuova di zecca del suo disco strumentale Krómantik (Morr Music, 2014). “Sì, Arnarstapi. Sai, è stato lì che abbiamo conosciuto la tua musica, in un bar. A un certo punto un canto comincia a risalire, come da un abisso.”

Arnarstapi è in Islanda, ovviamente. Sóley è una meravigliosa cantautrice islandese. È stata per la prima volta in concerto in Italia, a Padova, e io c’ero. Ovviamente. L’ho ascoltata, abbiamo parlato un po’, e ne ho scritto. Se vi va di leggere, cliccate qui, o sulla foto che le ho scattato. Non so a cosa stesse pensando, con la testa appoggiata alla mano, pochi secondi prima di iniziare a cantare la sua prima canzone. Dev’essere stato qualcosa di bello, però.

Islanda.
Islanda.

Se esci di notte di casa ad Arnarstapi senti solo il rumore del mare, del cielo e del mare. Ho un cuore vivo nella tasca e non me ne vado più. Non c’è spazio per altro. Come mai? Forse è vero che le stelle emettono un brusìo, o forse è la natura stessa che dorme. E poi, sì, come ho detto, c’è il mare. E il tum tum del cuore, il mio, insieme a quella replica che tengo nella tasca, piccolo ma altrettanto vivo. Te ne ho strappato un piccolo pezzo, quando ti mordevo. Lo stesso hai fatto tu con me. Adesso è un piccolo amuleto, ha preso la forma di un cuore intero in miniatura. Non poteva che essere un cuore intero; sai, contiene tutte le fasi della vita e tutte le stagioni. Come ho detto alcuni mesi fa, non sono mai tornato. E infatti sono ancora ad Arnarstapi, sotto le stelle e sopra il mare, sopra il mare e sotto le stelle. Quando il cielo sente nostalgia del mare fa scendere le sue tende d’aurora. Il mare poi si alza con il vento e prova a tendere le onde, come palmi di mani di amanti che non si ricordano più la ragione, ma devono tornare a toccarsi. D’altronde quanto fa freddo nel mondo di mezzo, nello spazio scoperto fra il rumore del cielo e del mare. Ci hanno buttato gli uomini per qualche ragione, insieme alla tristezza di non appartenere né agli oceani, né alle stelle. E se un giorno questi due si riunissero sarebbe la fine del mondo, l’apocalisse. Un momento bellissimo, ma definitivo per la nostra specie. Tutti i poeti sognano di vivere nel punto infinito dove il cielo è il mare, e dove anche gli uomini sono tutto e non sono più niente. Ma sono costretti a rimanere qui, a cantare canzoni alla luna scambiandosi pezzi di cuore.

C’è una casa, costruita nella pietra
con pavimenti di legno e davanzali
tavoli e sedie consumati dalla polvere
c’è un posto in cui non mi sento solo
un posto in cui mi sento a casa

Perché ho costruito una casa
per te e
per me

Finché non è scomparsa
dai miei occhi e
dai tuoi

Ora, ora è tempo di andare via e tornare polvere.

Fuori in giardino, dove noi abbiamo piantato i nostri semi
c’è un albero e ha la mia stessa età
rami cuciti di verde
la terra si è sollevata e lo ha coperto
fino a metà

Seguendo le crepe sulla sua pelle
mi sono arrampicato fino in cima
fino alla cima dell’albero per vedere il mondo.
Quando le raffiche mi hanno raggiunto per farmi cadere
mi sono stretto forte ai rami, come hai fatto tu con me
mi sono stretto forte ai rami, come hai fatto tu con me

Perché un tempo ho costruito una casa
per te e
per me

Finché non è scomparsa
da te e
da me

E ora, ora è tempo di andar via
e diventare polvere

[Traduzione libera]

C’è un pomeriggio nei miei ricordi, fermo immobile dentro una foto che ho perso.
Ti regalai una margherita, ma era di plastica. Forse avrei dovuto prendere quel fiore finto come un monito, un avvertimento. Ma come potevo? Avevi un cestino di castagne fra le mani e tutto sembrava ancora possibile. Persino essere felici e dimenticare. O essere persone migliori e non sbagliare più. Come potevo? Il sole se ne stava seduto appena sopra le colline ad aspettar di tramontare, mentre gli odori dell’autunno e una musica paesana si facevano strada per i vicoli, fino nelle nostre orecchie. Fisarmoniche e risate di bambini. Era ottobre. È ottobre ancora.
Ho sempre pensato che la tua stagione fosse la primavera, col fiorire delle margherite e i giri in bicicletta, le gelaterie, le scarpe leggere e le magliette colorate, le bolle di sapone. Credo di essermi sempre sbagliato. La tua stagione è l’autunno, bella e malinconica. Queste foglie rosse che il vento porta in giro. Il fruscio del tuo cappotto dentro al mio. Il cioccolato e le castagne sul fuoco, per far passare le sere davanti alla tv.
Arriva l’autunno e poi va via. Arrivi in autunno, e poi vai via.