Sulla cima

Tu non ti rendi conto di cosa vuol dire camminare fin sopra il cumulo di terra e guardare la lunga distesa, la brughiera islandese che si estende fino al mare, mischiandosi al pulviscolo dell’orizzonte come due tratti di tempera di colore diverso che si fondono insieme. Non ti rendi conto di cosa significhi sentire il vento freddo sul viso, la presenza silente del ghiacciaio alla tua destra, la libertà davanti. E ritrovare nel fondo del cielo, all’inizio del mare, fra la linea del cielo e del mare, ritrovare i tuoi occhi ogni volta, e vedere la vita che è scorsa sotto le nostre abitudini, come un fiume di bene e di male sotterraneo e inarrestabile. Sentire d’un tratto sulla pelle tutto il bene e tutto il male, e i nomi di chi c’è stato, di chi non se ne può andare. I momenti di massima gioia e le cadute. Rivedere sulla tela del mondo la propria storia, compresi gli sbagli e le insensatezze dell’esserci, qui e ora. Tu non ti rendi conto. Altrimenti mi lasceresti andare. O forse verresti con me.

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Un guerriero mi riposa nel cuore

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Il nostro tempo è lontano, e col tempo si rimpicciolisce, si perde di vista come i puntini lasciati all’orizzonte. A volte sono isole, a volte navi, o persone, a volte intere città o continenti. Con i chilometri si perde la chiarezza dello sguardo e le cose diventano confuse, avvolte dal pulviscolo. L’orizzonte è pulviscolo, è polvere da sparo che si incendia ogni mattino e ogni sera con le detonazioni del sole.
C’è un guerriero stanco che mi riposa nel cuore. Ha tanto combattuto da credere di essere sempre ferito, anche adesso che non lo è più. Si crede ancora in convalescenza. Se ne sta sulla sua nave, sottocoperta, steso su una piccola branda scomoda e cigolante, sul comodino tiene una bottiglia di rum. Crede che la patria sia ancora visibile, che sia ancora un puntino distinguibile laggiù. Ma non ha più nessun laggiù, perché che da troppo tempo se ne sta chiuso in cabina, senza affrontare il mare. Potrebbe anche non esserci più un mare e l’ozioso capitano non se ne accorgerebbe. Le sue pupille dilatate cercano luce e non accettano più i benefici del riposo. Da tanto tempo non esce a guardare il cielo, ad osservare e interpretare le indicazioni luminose delle stelle. Chissà se brilla ancora la stella polare.
“Che sai dirmi, Spugna? Brilla ancora quella stella?” Silenzio. “Da quanti giorni abbiamo perso il Nord?”.
Ma Spugna tace e finge di medicare altre ferite. È un po’ codardo, o gli avrei dato un altro nome. A volte si ferma a piangere in silenzio sulle scale strette che scendono dal ponte alla cabina. Si chiede se il guerriero smetterà mai di riposare. Se la nave tornerà mai a navigare, guidata dal riflesso della volta celeste. Se ci sarà mai altra terra da avvistare, da calpestare e coltivare.
Tace, come il suo pensiero, una volta sceso l’ultimo scalino. Allora in un attimo torna a splendere la stella polare e alle domande del guerriero risponde sempre come si deve.
“C’è ancora terra, vero, Spugna? C’è ancora lei alle nostre spalle? Mi saluta ancora la sua mano pallida dal pontile?”
“Sì, signore”.
Mente. Non c’è più terra e non c’è più nessuno a salutare. Il puntino blu scuro sulla costa si è fatto tanto piccolo da scomparire.
Il tempo trascorso insieme si condensa e si allontana, a ogni respiro rischia di svanire, come un bolla quando esplode all’improvviso. Il mare aperto spazza via i riferimenti, mentre un guerriero stanco continua a riposare.

Tetto d’Estate

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È una di quelle di sere in cui avrei bisogno di sedermi al tuo fianco su un tetto, a guardare le stelle. Se ci fossero stelle, se ci fossi tu. Parleremmo del futuro e ci spaventeremmo da morire, accorgendoci di quanto è profondo e minaccioso l’universo, di quanto poco contiamo noi nei suoi equilibri. Proprio come il futuro. Grande, sconfinato. Basta un attimo per perdersi. Affronteremmo la vista della sua titanica profondità con terrore e senza fiato, con quella leggera vertigine lungo la schiena che ci avverte che stiamo crescendo e che probabilmente non resteremo l’uno accanto all’altra in questo viaggio. Ci terremmo la mano, su quel tetto d’estate, ascolteremmo il nostro respiro sul collo e avremmo paura. Ma ci consoleremmo nel qui e ora, tireremmo un sospiro di sollievo per il fatto che quel giorno sarebbe ancora lontano, che avremmo ancora tempo. Modo. Forse di cambiare il disegno del destino, o di cambiarci a vicenda per non rischiare di dividerci. Saremmo inconsapevoli dei rischi, delle conseguenze, del male che ci attenderebbe. Ma per un secondo soltanto ci accontenteremmo di quel soffio di speranza che i nostri fiati ci porterebbero alle orecchie. Accarezzerei i tuoi capelli, stinti dal sole salentino, e le tue caviglie fredde. Avresti ancora un cuore disegnato a penna su una di esse. Lo facevi sempre. E per un attimo, quel cuore mi pulserebbe sulle dita, quasi fosse vivo. Perderei i polpastrelli della mano sul reticolo delle tue vene e sul brandello di pelle bruciata che hai sulla scapola. Ti direi che ti amo e che ce la faremo. Ti terrei stretta e soffocherei i tuoi dubbi, almeno fino all’ora del gelato.
Se stasera ci fossero stelle, se ci fosse quel tetto, se ci fosse ancora il nostro sorriso spaventato davanti agli occhi del cielo, quella voragine strana che ci dice che stiamo invecchiando e che difficilmente rimarremo insieme.
Se il cielo fosse sereno stasera. Se ci amassimo ancora. Se i tuoi capelli avessero ancora la forma di prima. Se fossimo ancora insieme. Come non siamo.

Pietra

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Tempo
È il tempo del tuo cuore
così calmo e così
lento
carezza le onde della
Bonaccia mattutina
ma non restituisce
lo sguardo. Lo disperde
nei flutti e nella sabbia profonda.
Come sasso sgradito.
Come pietra focaia
che non ha più scintilla.
Come inutile residuo
di tempesta
Ostaggio di marea.
Distaccato da nave inghiottita
nel fondo di padre Oceano.
Buio sul fondo.
Buio oltre le profondità.
E la mia pietra è sola. È fredda.
È sporca e circondata.
E persa.
La mia pietra.
Il mio cuore.
Il muscolo che
da te ha perso la vita.

Non ricordo il momento in cui ho scritto questa poesia. Era notte fonda e stavo già dormendo. Forse per questo è bene pubblicarla. Le cose più vere, più sporche di vita, nascono spesso in modi e in forme che non dipendono da noi. È bello, ogni tanto, staccare il cervello e sentirsi ancora dei semplici tramiti, dei banali portatori di qualcosa che non abbiamo deciso a tavolino. Questa poesia è arrivata. Non so nemmeno se possa si possa chiamare poesia. È una piccola pietra che reclama una carezza.

Cic e ciac

Penso spesso a come dirti addio. Ci penso da sempre, da quando conosco la mia strada, da quando so che ripartirò e che non sarà per pochi mesi.

Mi costruisco un’immagine di quel momento: io e te davanti a una torta al cioccolato, o una tisana, cose talmente semplici che sanno d’amore quotidiano. Un amore di gesti, di sorrisi, di mani che si sporcano e che, impacciate, sporcano anche il tavolo di legno della pasticceria. Zucchero a velo e macchie di crema di nocciole. Si direbbero cose da vecchi pensionati. Il tè delle cinque e la passeggiata fino a casa.

Quel portone che non ho mai varcato. Somiglia quasi a noi e al mio posto nel tuo cuore. Una soglia che non ho mai superato. La lingua che non ho mai parlato. Non so in che lingua dirti addio, non so che parole usare, o quali gesti. Non so proprio come dirti addio.

Vorrei che piovesse per poterti proteggere i capelli dalle gocce invadenti di quest’estate impazzita. Forse allora mi inviteresti oltre la soglia, o mi baceresti di nuovo, per mescolare la nostra umidità con quella dell’ambiente.

I miei passi bagnati e umidi sul viale che ti conduce a casa. Cic e ciac. Cic e ciac. Cic e ciac, fino alla macchina dove ormai da troppo tempo non trovo ciocche intrappolate fra il sedile e la cintura. Cic e ciac, cic e ciac. Tanto non vuole smettere di piovere. E chissà che gran frastuono, che meraviglioso temporale quando la porta sarà chiusa, quando sarà davvero addio senza che però te l’abbia detto. Che ancora, lo ripeto, io non lo so dire. Ci penso spesso, ma non lo so fare. Non lo so fare questo addio. Non lo so scrivere. E non lo so volere. Ah, che temporale arrogante.

Cic e ciac, con i miei passi appiccicosi mi allontano, verso quella schiena che accarezzo spesso. Quella pelle bianca che mi tiene compagnia, che mi solleva dal peso dei tuoni e dei lampi che nessuno vede. Quanti altri baci le darò prima di andare, quante carezze stanche, mentre la notte mi protegge. E pensare, quando le carezze si fanno troppo corrosive, quando mi trapassano la pelle, pensare sempre a te. Ripetermi la tua figura nella mente come una preghiera. E pensare a te, a tutto quello che non abbiamo avuto e non avremo. Come un bacio al di là del portone, un amore sicuro di volersi amare.
O questo addio che non si scrive.

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Il tramonto del ritorno

IMG_20160413_202310È sera e faccio ritorno a casa. Metterò in ordine i libri su un paio di scaffali, poi soffierò via uno strato di polvere dall’ultimo volume che ho acquistato senza alcun motivo. So per certo che una tua foto cadrà nel momento di sfogliare le pagine ingiallite. È giallo anche il colore del sole stasera, mi ricorda la punta dei tuoi capelli.
Qualcuno mi ha chiesto indicazioni per il miglior ristorante della zona. Ormai conosco la città, ma non saprei scegliere. Certo, sarebbe più facile se mi trovassi a Mantova. E invece sono ancora qui, di nuovo qui e sempre di passaggio. Mai stato tanto precario, mai tanto fugace. C’è profumo di vendemmia, anche se non è nemmeno maggio. Non fa nemmeno caldo: c’è una leggera frescura, forse la causa della mia confusione fra primavera e fine dell’estate. Me ne andrei, fosse anche solo per il piacere di tornare, magari proprio in tempo per la vendemmia. Magari in tempo per ritrovare guarito il tuo cuore. In tempo per raccogliere i frutti e spremerne il nettare subito prima dell’inverno.
Poi andremo a stagionare sotto la neve, tu con le tue tele e le tue tempere davanti al fuoco, io con la mia penna nuova, il mio quaderno rilegato, il dorso della mano destra annerito dalla vita. Potrei preparare una tisana a base di mirtillo, oppure semplicemente fissare come un cretino i tuoi capelli. Potrei fissare i tuoi capelli per tutte le vendemmie che avremo fra le mani. Potrei servirti un calice di vino da una coppa antica come il mondo. O fissare i tuoi capelli, senza smettere di scrivere.
Potrei guardare per sempre i tuoi capelli, biondi come il sole che muore qui stasera.
Un signore canuto e frettoloso mi ha chiesto indicazioni. Mi guarda come si guarderebbe un fantasma e aspetta invano che una risposta scaturisca dal mio sguardo perso, che mi rianimi un’idea.
Possibile che anche lui non veda i tuoi capelli?
Possibile che tu non sia con me?