Città vuota

12479231_902433129869420_917899180_n

A volte i luoghi tornano misteriosamente ad essere nuovi. Com’è possibile che una città ti sia venuta tanto a noia? Che le strade che un tempo si illuminavano nuove sul tuo volto siano diventate poi traboccanti di noia e inconsistenza. Quasi sembra abbiano perso ogni colore. In quale momento hai smarrito il tuo stupore?
Hai camminato con passo vago, incerto e disattento fino a questa sera, fino al momento in cui hai lanciato uno sguardo rapido al cielo e tutto è tornato a parlarti. Come un filo di nuvola, un pensiero di passaggio. Un dubbio inatteso che ti sfiora appena. Il dubbio che siano i tuoi occhi ad aver perso i colori, che sia il tuo spirito ad aver smarrito la sua originaria attenzione. Un tempo questi muri ti parlavano, nelle loro crepe, attraverso il loro intonaco. Ti parlavano i marciapiedi e i tavolini disposti in estate davanti ai bar, il rumore delle tazze e l’aroma delle bevande calde. Ogni stanza di casa o palazzo era un regno pronto a schiudersi, ogni volto il profilo di una storia nuova, la voce di un romanzo non ancora scritto. Il vento soffiava sussurri e segreti.

Poi si è spenta in un tramonto imprecisato tutta la magia di una città che stasera ritorna a parlare. Come il ritorno inatteso o forse atteso di una storia d’amore. Eccoti, ora ricordo. Se ripasso i polpastrelli sulle forme del tuo viso, sulle tue spalle, sui tuoi fianchi, se ti accarezzo il naso freddo o la caviglia… allora torno a te. Torno senza averti mai perso. Naufrago di niente, di un mare che in un attimo appare come inesistente, frutto di una strana fantasia. Eccoti. Sei tu questa città che aveva perso il volto. È il tuo profumo questo odore di estate, di foglie e di frutta. È la tua voce questo soffio che percorre il viale e scuote rami e tronchi. Ora sei tu.
Ma solo per un attimo. Per un solo momento ti ridai al mio cuore, prima di affondare nuovamente nell’abisso. Come si può tornare sempre nuovi? Come annullare la noia e il dolore? È di nuovo in bianco e nero questo viale. Il tramonto non ha più sapore. È solo una macchia molto chiara a bassa saturazione. Eppure tu eri qui. Io ti amavo poco fa. Pochi minuti fa. E adesso la mia città è tornata una rete in cui galleggiano intrappolate migliaia di vite.
Ti sei portata via l’arcobaleno.

Annunci

Si alza il vento (dell’inverno)

Sono venuto a sentirti cantare, come quel giorno che ho teso l’orecchio a una conchiglia e mi è giunta la tua voce al posto del rumore del mare. Mi hanno raccontato dei tuoi occhi come le pieghe del cielo. Mi hanno raccontato della tua voce sublime. E leggermente, leggermente io l’ho percepita dentro una conchiglia e ti ho cercata.
Stavolta però ho sentito che piangeva.

L’inizio di questo post è vecchio di mesi, rimasto in bozza, senza un prosieguo. Rimango spesso incastrato fra i discorsi già fatti e quelli che vorrei cominciare. Non è niente. Non è niente. Solo un momento per pensare. Sarà che sono arrivato alla fine dell’inverno e mi aspetta un altro lungo viaggio. Sempre che sia davvero finito l’inverno.
Qualcuno mi insegni a scendere a patti col tempo. Ho fiducia in tutto, finché il mondo non mi chiede di più. Finché posso restare illeso, nelle mie barriere.

Si alza il vento, bisogna tentare di vivere

13298086_236119730098859_1605319257_n

J. // Röyksopp & Robyn

Qualcosa con cui guidare verso le tenebre umide che ci ha lasciato la pioggia appena caduta. Qualcosa con cui tenere a bada i tentacoli della notte. Tieniti stretta al cuscino. Continua a credere nelle stelle che non vedi.

Segui la voce e il sentiero, fin dove si riaccende il sole. A ogni passo cambia il tuo orizzonte. Ogni orizzonte possibile può diventare una canzone. J. ci riporta a casa.

Una nave solitaria // Ára bátur

La vita ha deciso che la mia libertà non è divisibile in due. Ogni volta che si è presentata l’occasione, ogni volta che ho dovuto spalancare la porta e fare un grande passo avanti. La mia libertà non si divide per due, può stare nel mio cuore e non nel suo, non nel tuo. Prendi le tue cose, riempi la tua scatola, fa’ un fagotto ed esci dal retro. La mia libertà mi reclama intero, come un sasso perfettamente rotondo, levigato dal mare. Come la sabbia perfettamente nera di Vík.

Ho forzato il destino, ho chiesto aiuto alle nuvole a cavallo del vento. Quante notti passate nella speranza di averla con me. Ma il mio viaggio ha una sola corsia. La mia nave qualche legno marcio e un solo remo; se fossimo in due ci perderemmo. Se fossimo in due ci inghiottirebbero gli abissi. Ho sempre cercato di tenere stretto qualcuno, o di tenermi stretto. Ho sempre cercato di appartenere a uno sguardo, o che uno sguardo mi appartenesse fino in fondo, fino al punto in cui la pupilla incontra il fuoco perpetuo che ci brucia l’anima. Ma la mia anima, la mia libertà, è una barca con un solo remo. Questo viaggio ha un solo capitano. Il mio cuore non è divisibile in due. Non ancora. E non più.

Eppure, mentre lascio questo porto, mentre prendo il largo e osservo nella foschia le sagome degli edifici che costeggiano la banchina e i volti di chi mi lascio indietro, fingo di avere i tuoi occhi “come un amuleto, nella tasca interna del giubbotto”. Ci abituiamo a portare dentro chi non siamo riusciti ad avere accanto. E svaniamo nella foschia che ci allontana da casa. Una radice ferita e ancora pulsante. Una nave solitaria. Ára Bátur.

Sulla cima

Tu non ti rendi conto di cosa vuol dire camminare fin sopra il cumulo di terra e guardare la lunga distesa, la brughiera islandese che si estende fino al mare, mischiandosi al pulviscolo dell’orizzonte come due tratti di tempera di colore diverso che si fondono insieme. Non ti rendi conto di cosa significhi sentire il vento freddo sul viso, la presenza silente del ghiacciaio alla tua destra, la libertà davanti. E ritrovare nel fondo del cielo, all’inizio del mare, fra la linea del cielo e del mare, ritrovare i tuoi occhi ogni volta, e vedere la vita che è scorsa sotto le nostre abitudini, come un fiume di bene e di male sotterraneo e inarrestabile. Sentire d’un tratto sulla pelle tutto il bene e tutto il male, e i nomi di chi c’è stato, di chi non se ne può andare. I momenti di massima gioia e le cadute. Rivedere sulla tela del mondo la propria storia, compresi gli sbagli e le insensatezze dell’esserci, qui e ora. Tu non ti rendi conto. Altrimenti mi lasceresti andare. O forse verresti con me.

11375807_1477935525861026_526083019_n

Un guerriero mi riposa nel cuore

13392685_1019096378144286_17211738_n

Il nostro tempo è lontano, e col tempo si rimpicciolisce, si perde di vista come i puntini lasciati all’orizzonte. A volte sono isole, a volte navi, o persone, a volte intere città o continenti. Con i chilometri si perde la chiarezza dello sguardo e le cose diventano confuse, avvolte dal pulviscolo. L’orizzonte è pulviscolo, è polvere da sparo che si incendia ogni mattino e ogni sera con le detonazioni del sole.
C’è un guerriero stanco che mi riposa nel cuore. Ha tanto combattuto da credere di essere sempre ferito, anche adesso che non lo è più. Si crede ancora in convalescenza. Se ne sta sulla sua nave, sottocoperta, steso su una piccola branda scomoda e cigolante, sul comodino tiene una bottiglia di rum. Crede che la patria sia ancora visibile, che sia ancora un puntino distinguibile laggiù. Ma non ha più nessun laggiù, perché che da troppo tempo se ne sta chiuso in cabina, senza affrontare il mare. Potrebbe anche non esserci più un mare e l’ozioso capitano non se ne accorgerebbe. Le sue pupille dilatate cercano luce e non accettano più i benefici del riposo. Da tanto tempo non esce a guardare il cielo, ad osservare e interpretare le indicazioni luminose delle stelle. Chissà se brilla ancora la stella polare.
“Che sai dirmi, Spugna? Brilla ancora quella stella?” Silenzio. “Da quanti giorni abbiamo perso il Nord?”.
Ma Spugna tace e finge di medicare altre ferite. È un po’ codardo, o gli avrei dato un altro nome. A volte si ferma a piangere in silenzio sulle scale strette che scendono dal ponte alla cabina. Si chiede se il guerriero smetterà mai di riposare. Se la nave tornerà mai a navigare, guidata dal riflesso della volta celeste. Se ci sarà mai altra terra da avvistare, da calpestare e coltivare.
Tace, come il suo pensiero, una volta sceso l’ultimo scalino. Allora in un attimo torna a splendere la stella polare e alle domande del guerriero risponde sempre come si deve.
“C’è ancora terra, vero, Spugna? C’è ancora lei alle nostre spalle? Mi saluta ancora la sua mano pallida dal pontile?”
“Sì, signore”.
Mente. Non c’è più terra e non c’è più nessuno a salutare. Il puntino blu scuro sulla costa si è fatto tanto piccolo da scomparire.
Il tempo trascorso insieme si condensa e si allontana, a ogni respiro rischia di svanire, come un bolla quando esplode all’improvviso. Il mare aperto spazza via i riferimenti, mentre un guerriero stanco continua a riposare.