Penso spesso a come dirti addio. Ci penso da sempre, da quando conosco la mia strada, da quando so che ripartirò e che non sarà per pochi mesi.

Mi costruisco un’immagine di quel momento: io e te davanti a una torta al cioccolato, o una tisana, cose talmente semplici che sanno d’amore quotidiano. Un amore di gesti, di sorrisi, di mani che si sporcano e che, impacciate, sporcano anche il tavolo di legno della pasticceria. Zucchero a velo e macchie di crema di nocciole. Si direbbero cose da vecchi pensionati. Il tè delle cinque e la passeggiata fino a casa.

Quel portone che non ho mai varcato. Somiglia quasi a noi e al mio posto nel tuo cuore. Una soglia che non ho mai superato. La lingua che non ho mai parlato. Non so in che lingua dirti addio, non so che parole usare, o quali gesti. Non so proprio come dirti addio.

Vorrei che piovesse per poterti proteggere i capelli dalle gocce invadenti di quest’estate impazzita. Forse allora mi inviteresti oltre la soglia, o mi baceresti di nuovo, per mescolare la nostra umidità con quella dell’ambiente.

I miei passi bagnati e umidi sul viale che ti conduce a casa. Cic e ciac. Cic e ciac. Cic e ciac, fino alla macchina dove ormai da troppo tempo non trovo ciocche intrappolate fra il sedile e la cintura. Cic e ciac, cic e ciac. Tanto non vuole smettere di piovere. E chissà che gran frastuono, che meraviglioso temporale quando la porta sarà chiusa, quando sarà davvero addio senza che però te l’abbia detto. Che ancora, lo ripeto, io non lo so dire. Ci penso spesso, ma non lo so fare. Non lo so fare questo addio. Non lo so scrivere. E non lo so volere. Ah, che temporale arrogante.

Cic e ciac, con i miei passi appiccicosi mi allontano, verso quella schiena che accarezzo spesso. Quella pelle bianca che mi tiene compagnia, che mi solleva dal peso dei tuoni e dei lampi che nessuno vede. Quanti altri baci le darò prima di andare, quante carezze stanche, mentre la notte mi protegge. E pensare, quando le carezze si fanno troppo corrosive, quando mi trapassano la pelle, pensare sempre a te. Ripetermi la tua figura nella mente come una preghiera. E pensare a te, a tutto quello che non abbiamo avuto e non avremo. Come un bacio al di là del portone, un amore sicuro di volersi amare.
O questo addio che non si scrive.

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IMG_20160413_202310È sera e faccio ritorno a casa. Metterò in ordine i libri su un paio di scaffali, poi soffierò via uno strato di polvere dall’ultimo volume che ho acquistato senza alcun motivo. So per certo che una tua foto cadrà nel momento di sfogliare le pagine ingiallite. È giallo anche il colore del sole stasera, mi ricorda la punta dei tuoi capelli.
Qualcuno mi ha chiesto indicazioni per il miglior ristorante della zona. Ormai conosco la città, ma non saprei scegliere. Certo, sarebbe più facile se mi trovassi a Mantova. E invece sono ancora qui, di nuovo qui e sempre di passaggio. Mai stato tanto precario, mai tanto fugace. C’è profumo di vendemmia, anche se non è nemmeno maggio. Non fa nemmeno caldo: c’è una leggera frescura, forse la causa della mia confusione fra primavera e fine dell’estate. Me ne andrei, fosse anche solo per il piacere di tornare, magari proprio in tempo per la vendemmia. Magari in tempo per ritrovare guarito il tuo cuore. In tempo per raccogliere i frutti e spremerne il nettare subito prima dell’inverno.
Poi andremo a stagionare sotto la neve, tu con le tue tele e le tue tempere davanti al fuoco, io con la mia penna nuova, il mio quaderno rilegato, il dorso della mano destra annerito dalla vita. Potrei preparare una tisana a base di mirtillo, oppure semplicemente fissare come un cretino i tuoi capelli. Potrei fissare i tuoi capelli per tutte le vendemmie che avremo fra le mani. Potrei servirti un calice di vino da una coppa antica come il mondo. O fissare i tuoi capelli, senza smettere di scrivere.
Potrei guardare per sempre i tuoi capelli, biondi come il sole che muore qui stasera.
Un signore canuto e frettoloso mi ha chiesto indicazioni. Mi guarda come si guarderebbe un fantasma e aspetta invano che una risposta scaturisca dal mio sguardo perso, che mi rianimi un’idea.
Possibile che anche lui non veda i tuoi capelli?
Possibile che tu non sia con me?

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In spring of youth it was my lot
To haunt of the wide world a spot
The which I could not love the less–
So lovely was the loneliness
Of a wild lake, with black rock bound,
And the tall pines that towered around. But when the Night had thrown her pall
Upon that spot, as upon all,
And the mystic wind went by
Murmuring in melody–
Then–ah then I would awake
To the terror of the lone lake. Yet that terror was not fright,
But a tremulous delight–
A feeling not the jewelled mine
Could teach or bribe me to define–
Nor Love–although the Love were thine. Death was in that poisonous wave,
And in its gulf a fitting grave
For him who thence could solace bring
To his lone imagining–
Whose solitary soul could make
An Eden of that dim lake.

Edgar Allan Poe

Tanto m’era dolce la solitudine, prima che lei arrivasse. Un albero viene scosso dal vento dopo anni di immobile attesa. La vita che si era nascosta come una scimmia colpevole sopra i rami più alti viene gettata ai miei piedi e mi si aggrappa alle gambe, costringendomi a cadere e a trascinare i miei passi. A volte, ritorni. A volte, un pomeriggio su un lago, e allora no, non ritorni più. Ma con o senza di te, scalcia la paura di sentire, o non sentire, o di lasciarsi andare. Tanto m’era dolce la solitudine, prima che i miei occhi incrociassero i suoi. Il sicuro riparo di un apatico rincorrersi di giorni. Colori sì, però sbiaditi, come sulla stoffa vecchia, o rovinata dai troppi lavaggi. Volevo svegliarmi. Eppure non lo volevo. Qualunque sia il senso di questo vento che ora mi scuote, mi percorre le ossa e per la prima volta da anni riesce a farmi sentire vivo – vulnerabile, scoperto, ma vivo – mi chiedo chi saprà guardare dentro a questo abisso e dire “ti prendo”. Mi chiedo se saprò guardare dentro un altro abisso e dire “ti prendo”.
Tanto m’era dolce la solitudine, che non volevo rischiare di vivere.

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Anche stavolta sono ricaduto dentro la tua macchina. Dio Santo, è il ricordo più banale che si possa immaginare, eppure torna sempre. Come mai? Come mai, mi chiedo, certi momenti apparentemente inutili diventano stalattiti nella caverna umida della nostra memoria, illuminata solo dalla luce eterna di qualche candela? Sei seduta alla mia destra e io ho un enorme libro in mano dalla copertina bianca e la pagine già indurite ed ingiallite di salsedine. Sto zitto. Sento il rumore dell’auto che va. Guardo la sabbia che riempie di fumo noi e le barriere di cemento che ci stanno intorno. C’è l’odore che si sentiva di solito, la spalla destra che mi brucia un po’, il rumore lontano di un videogioco. Ho un taccuino nello zaino, una penna d’argento che mi ha regalato mio nonno per firmare i miei libri. “Per firmare i tuoi libri”, diceva. Ma io l’ho prosciugata in pensieri sconnessi prima che avessi anche solo una copia da firmare. Saresti contento di me? Me lo chiedo spesso. Saresti contento? Io non lo so se ti ho mai perdonato, ma questa è tutta un’altra storia. Forse è me stesso che non ho mai perdonato. Questo ricordo, comunque, non c’entra niente col mio senso di colpa. Si tratta di me dentro quell’auto di ritorno dal mare.Leggo, leggo senza preoccuparmi di controllare che tu sia seduta alla mia destra. So che ci sei, ti sento, sei pesante come non penseresti mai di poter essere. Leggo e mi immergo in una storia e come per ogni storia cerco qualche traccia di me. Forse mi sorridi, ogni tanto. Siamo convinti che questa sarà la vita per sempre. Un’auto al tramonto che ritorna dal mare. Alzo per un secondo gli occhi e mi soffermo sui volti di chi è seduto lì con noi. “Non dimenticherò mai questo momento, questo semplicissimo, perfetto momento”, mi dico.
E non l’ho più dimenticato.

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Me looking Iceland in the eyes

Non so che fine farà questo spazio. So solo che oggi avevo bisogno di caricare questa foto. Forse perché è da stupidi andare avanti nelle cose, nelle esperienze, senza mai metterle in discussione, senza mai chiedersi quali sono i motivi che ci spingono, se sono ancora gli stessi dell’inizio, se sono diversi o se non ci sono più. Non so se questo spazio rimarrà vivo e attivo per raccontare la mia storia. A volte penso che dovrebbe cambiare, spostarsi, come sta facendo la mia storia, o chiudersi come fanno le diverse fasi della vita. Da due anni e mezzo a questa parte ci sono state solo due o tre cose in cui sono riuscito a essere costante, due o tre cose che sono riuscito a volere fino in fondo. Una di queste è il desiderio di essere di nuovo in Islanda. L’altra è nascosta nel tuo sorriso. Non so bene chi sei, ma so che vorrei scoprirlo. Se mentre parlavo ti sei voltata, mi hai sentito. Se ti sei voltata, forse l’hai capito.
È il momento di cambiare tutto, senza pensare a come potrebbe andare a finire. Tornado. Spazza via le cose che non ci sono più. Spazza via l’uomo che non sono.

You grow, you grow like tornado
You grow from the inside
Destroy everything through
Destroy from the inside
Erupt like volcano
You flow through the inside
You kill everything through
You kill from the inside
You’ll…
You’ll learn to know

Arnarstapi?”, mi chiede Sóley stupita, grattandosi la punta del naso con la mano destra, nella sinistra un pennarello oro già scoperchiato, pronto a firmare la mia copia nuova di zecca del suo disco strumentale Krómantik (Morr Music, 2014). “Sì, Arnarstapi. Sai, è stato lì che abbiamo conosciuto la tua musica, in un bar. A un certo punto un canto comincia a risalire, come da un abisso.”

Arnarstapi è in Islanda, ovviamente. Sóley è una meravigliosa cantautrice islandese. È stata per la prima volta in concerto in Italia, a Padova, e io c’ero. Ovviamente. L’ho ascoltata, abbiamo parlato un po’, e ne ho scritto. Se vi va di leggere, cliccate qui, o sulla foto che le ho scattato. Non so a cosa stesse pensando, con la testa appoggiata alla mano, pochi secondi prima di iniziare a cantare la sua prima canzone. Dev’essere stato qualcosa di bello, però.