Qualcosa con cui guidare verso le tenebre umide che ci ha lasciato la pioggia appena caduta. Qualcosa con cui tenere a bada i tentacoli della notte. Tieniti stretta al cuscino. Continua a credere nelle stelle che non vedi.

Segui la voce e il sentiero, fin dove si riaccende il sole. A ogni passo cambia il tuo orizzonte. Ogni orizzonte possibile può diventare una canzone. J. ci riporta a casa.

La vita ha deciso che la mia libertà non è divisibile in due. Ogni volta che si è presentata l’occasione, ogni volta che ho dovuto spalancare la porta e fare un grande passo avanti. La mia libertà non si divide per due, può stare nel mio cuore e non nel suo, non nel tuo. Prendi le tue cose, riempi la tua scatola, fa’ un fagotto ed esci dal retro. La mia libertà mi reclama intero, come un sasso perfettamente rotondo, levigato dal mare. Come la sabbia perfettamente nera di Vík.

Ho forzato il destino, ho chiesto aiuto alle nuvole a cavallo del vento. Quante notti passate nella speranza di averla con me. Ma il mio viaggio ha una sola corsia. La mia nave qualche legno marcio e un solo remo; se fossimo in due ci perderemmo. Se fossimo in due ci inghiottirebbero gli abissi. Ho sempre cercato di tenere stretto qualcuno, o di tenermi stretto. Ho sempre cercato di appartenere a uno sguardo, o che uno sguardo mi appartenesse fino in fondo, fino al punto in cui la pupilla incontra il fuoco perpetuo che ci brucia l’anima. Ma la mia anima, la mia libertà, è una barca con un solo remo. Questo viaggio ha un solo capitano. Il mio cuore non è divisibile in due. Non ancora. E non più.

Eppure, mentre lascio questo porto, mentre prendo il largo e osservo nella foschia le sagome degli edifici che costeggiano la banchina e i volti di chi mi lascio indietro, fingo di avere i tuoi occhi “come un amuleto, nella tasca interna del giubbotto”. Ci abituiamo a portare dentro chi non siamo riusciti ad avere accanto. E svaniamo nella foschia che ci allontana da casa. Una radice ferita e ancora pulsante. Una nave solitaria. Ára Bátur.

Tu non ti rendi conto di cosa vuol dire camminare fin sopra il cumulo di terra e guardare la lunga distesa, la brughiera islandese che si estende fino al mare, mischiandosi al pulviscolo dell’orizzonte come due tratti di tempera di colore diverso che si fondono insieme. Non ti rendi conto di cosa significhi sentire il vento freddo sul viso, la presenza silente del ghiacciaio alla tua destra, la libertà davanti. E ritrovare nel fondo del cielo, all’inizio del mare, fra la linea del cielo e del mare, ritrovare i tuoi occhi ogni volta, e vedere la vita che è scorsa sotto le nostre abitudini, come un fiume di bene e di male sotterraneo e inarrestabile. Sentire d’un tratto sulla pelle tutto il bene e tutto il male, e i nomi di chi c’è stato, di chi non se ne può andare. I momenti di massima gioia e le cadute. Rivedere sulla tela del mondo la propria storia, compresi gli sbagli e le insensatezze dell’esserci, qui e ora. Tu non ti rendi conto. Altrimenti mi lasceresti andare. O forse verresti con me.

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Il nostro tempo è lontano, e col tempo si rimpicciolisce, si perde di vista come i puntini lasciati all’orizzonte. A volte sono isole, a volte navi, o persone, a volte intere città o continenti. Con i chilometri si perde la chiarezza dello sguardo e le cose diventano confuse, avvolte dal pulviscolo. L’orizzonte è pulviscolo, è polvere da sparo che si incendia ogni mattino e ogni sera con le detonazioni del sole.
C’è un guerriero stanco che mi riposa nel cuore. Ha tanto combattuto da credere di essere sempre ferito, anche adesso che non lo è più. Si crede ancora in convalescenza. Se ne sta sulla sua nave, sottocoperta, steso su una piccola branda scomoda e cigolante, sul comodino tiene una bottiglia di rum. Crede che la patria sia ancora visibile, che sia ancora un puntino distinguibile laggiù. Ma non ha più nessun laggiù, perché che da troppo tempo se ne sta chiuso in cabina, senza affrontare il mare. Potrebbe anche non esserci più un mare e l’ozioso capitano non se ne accorgerebbe. Le sue pupille dilatate cercano luce e non accettano più i benefici del riposo. Da tanto tempo non esce a guardare il cielo, ad osservare e interpretare le indicazioni luminose delle stelle. Chissà se brilla ancora la stella polare.
“Che sai dirmi, Spugna? Brilla ancora quella stella?” Silenzio. “Da quanti giorni abbiamo perso il Nord?”.
Ma Spugna tace e finge di medicare altre ferite. È un po’ codardo, o gli avrei dato un altro nome. A volte si ferma a piangere in silenzio sulle scale strette che scendono dal ponte alla cabina. Si chiede se il guerriero smetterà mai di riposare. Se la nave tornerà mai a navigare, guidata dal riflesso della volta celeste. Se ci sarà mai altra terra da avvistare, da calpestare e coltivare.
Tace, come il suo pensiero, una volta sceso l’ultimo scalino. Allora in un attimo torna a splendere la stella polare e alle domande del guerriero risponde sempre come si deve.
“C’è ancora terra, vero, Spugna? C’è ancora lei alle nostre spalle? Mi saluta ancora la sua mano pallida dal pontile?”
“Sì, signore”.
Mente. Non c’è più terra e non c’è più nessuno a salutare. Il puntino blu scuro sulla costa si è fatto tanto piccolo da scomparire.
Il tempo trascorso insieme si condensa e si allontana, a ogni respiro rischia di svanire, come un bolla quando esplode all’improvviso. Il mare aperto spazza via i riferimenti, mentre un guerriero stanco continua a riposare.

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È una di quelle di sere in cui avrei bisogno di sedermi al tuo fianco su un tetto, a guardare le stelle. Se ci fossero stelle, se ci fossi tu. Parleremmo del futuro e ci spaventeremmo da morire, accorgendoci di quanto è profondo e minaccioso l’universo, di quanto poco contiamo noi nei suoi equilibri. Proprio come il futuro. Grande, sconfinato. Basta un attimo per perdersi. Affronteremmo la vista della sua titanica profondità con terrore e senza fiato, con quella leggera vertigine lungo la schiena che ci avverte che stiamo crescendo e che probabilmente non resteremo l’uno accanto all’altra in questo viaggio. Ci terremmo la mano, su quel tetto d’estate, ascolteremmo il nostro respiro sul collo e avremmo paura. Ma ci consoleremmo nel qui e ora, tireremmo un sospiro di sollievo per il fatto che quel giorno sarebbe ancora lontano, che avremmo ancora tempo. Modo. Forse di cambiare il disegno del destino, o di cambiarci a vicenda per non rischiare di dividerci. Saremmo inconsapevoli dei rischi, delle conseguenze, del male che ci attenderebbe. Ma per un secondo soltanto ci accontenteremmo di quel soffio di speranza che i nostri fiati ci porterebbero alle orecchie. Accarezzerei i tuoi capelli, stinti dal sole salentino, e le tue caviglie fredde. Avresti ancora un cuore disegnato a penna su una di esse. Lo facevi sempre. E per un attimo, quel cuore mi pulserebbe sulle dita, quasi fosse vivo. Perderei i polpastrelli della mano sul reticolo delle tue vene e sul brandello di pelle bruciata che hai sulla scapola. Ti direi che ti amo e che ce la faremo. Ti terrei stretta e soffocherei i tuoi dubbi, almeno fino all’ora del gelato.
Se stasera ci fossero stelle, se ci fosse quel tetto, se ci fosse ancora il nostro sorriso spaventato davanti agli occhi del cielo, quella voragine strana che ci dice che stiamo invecchiando e che difficilmente rimarremo insieme.
Se il cielo fosse sereno stasera. Se ci amassimo ancora. Se i tuoi capelli avessero ancora la forma di prima. Se fossimo ancora insieme. Come non siamo.

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Tempo
È il tempo del tuo cuore
così calmo e così
lento
carezza le onde della
Bonaccia mattutina
ma non restituisce
lo sguardo. Lo disperde
nei flutti e nella sabbia profonda.
Come sasso sgradito.
Come pietra focaia
che non ha più scintilla.
Come inutile residuo
di tempesta
Ostaggio di marea.
Distaccato da nave inghiottita
nel fondo di padre Oceano.
Buio sul fondo.
Buio oltre le profondità.
E la mia pietra è sola. È fredda.
È sporca e circondata.
E persa.
La mia pietra.
Il mio cuore.
Il muscolo che
da te ha perso la vita.

Non ricordo il momento in cui ho scritto questa poesia. Era notte fonda e stavo già dormendo. Forse per questo è bene pubblicarla. Le cose più vere, più sporche di vita, nascono spesso in modi e in forme che non dipendono da noi. È bello, ogni tanto, staccare il cervello e sentirsi ancora dei semplici tramiti, dei banali portatori di qualcosa che non abbiamo deciso a tavolino. Questa poesia è arrivata. Non so nemmeno se possa si possa chiamare poesia. È una piccola pietra che reclama una carezza.