Farfalla (Tanto fuori c’è il mare)

Ti sento ogni notte. Lo sai perché? Certo che non lo sai. Ti sento nel suono del grillo lontano, che si avvicina alla riva del lago. Poi ti nascondi nel fruscìo delle foglie di quell’albero che mio nonno ha tagliato quando avevo tre anni. È nelle sue foglie che si muovono al vento che si nasconde il rumore della tua mano fra i capelli. Sei nello strofinìo della carne sulle lenzuola, in quei momenti di attesa fra la veglia e il sonno. Quando la spia rimasta accesa del computer o del televisore ti lascia la penombra perfetta per pensare. A volte sei nell’acqua del lavello rimasta aperta per sbaglio. Goccia a goccia. Altre volte sei nel rumore legnoso del cane che si sistema nella cuccia e che brontola, cambiando posizione, come un vecchio scorbutico. Molto spesso ti sento nelle porte delle altre case che si chiudono, o nelle tapparelle che si abbassano, o ancora nel borbottio lento della vecchia automobile del vicino che rientra a casa a tarda notte. Lui apre il garage e si addentra nella penombra umida della sua abitazione. Ma è bello tornare a casa. È sempre una promessa, non credi? Poi all’improvviso mi volto, perché in un lampo sei finita dentro il suono di un foglio di carta appeso in bacheca e scosso dall’azione costante del ventilatore. A volte suona il telefono, il trillo breve di un SMS. Ma lì no, non ci sei proprio mai. Ci sono notti in cui ti sento nei cassonetti che si svuotano dentro i camion dei rifiuti, nei brandelli di vita superflua che si portano via. Non è un’immagine romantica, non è poesia, ma anche questa è una certezza. Qualche persona paziente passerà la propria notte a ripulire i nostri scarti. Grazie. È così da sempre. Se fossi appena nato potrei pensare che è così da quando esiste il vento. La tapparella chiusa si scuote ogni tanto e fa un leggero scricchiolio. Eccoti qui. Ancora. Sei una carta sul tavolo che si scopre e mostra una figura vincente. Sei l’odore di zucchero caramellato che resta sulle dita dalla cena di qualche ora fa. Sei il rumore meccanico del mio iPod quando cambia canzone. Ma soprattutto sei nel mare, nelle onde del mare che si infrangono qui fuori, proprio sotto il mio balcone. Nella spuma che inonda il giardino, nell’acqua che batte sulle inferriate. Il fruscio dei lenzuoli diventa quasi sabbia sfiorata dai piedi arrossati di luglio. E allora sei anche farfalla che mi si posa sul naso. Blu come la notte del Nord. Sfuggente come un pensiero d’estate. Ma aspetta: ora trattengo il respiro e mi metto a dormire. Tanto fuori c’è il mare. Tanto fuori c’è il mare.

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Invecchierai

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Invecchierai. E il ricordo di me diventerà una briciola. Una briciola di pane raffermo e in parte masticato, dimenticato sul fondo della credenza. Il sapore dei ristoranti visitati insieme, del cibo cucinato in due, svanirà dal tuo palato. Il mio nome sbiadirà dal vetro del bagno, con il sollevarsi del vapore. La tua pelle si stringerà in migliaia di piccole pieghe, prima invisibili, poi visibili, infine caratterizzanti. Il tuo viso, che è il più bello del mondo, verrà dimenticato sotto una nuova maschera cadente. I tuoi capelli torneranno corti, saliranno fino ai lobi delle orecchie, se non più in alto. Come in certe fasi della tua vita di bambina. Della bambina però non avrai altro, se non forse l’accenno di una ritrovata ingenuità. Invecchierai una sera, senza accorgerti. Quando alzerai la coperta più del solito, o ti accorgerai che è più la strada che hai percorso di quella che hai davanti. E sentirai. Intuirai la mia presenza all’inizio della strada che hai alle spalle, in un orizzonte nebbioso ed offuscato. Forse ti ricorderai il mio volto, a grandi linee. E non penserai a quello che il tempo nel frattempo avrà rubato anche al mio aspetto.
Sarò ingobbito, forse calvo, e le mie dita saranno raggrinzite, come se scorbutiche si fossero allontanate l’una dall’altra al termine di uno stupido bisticcio. I miei occhi non saranno più profondi come allora, quando ti attraversavano la carne. Saranno deboli, leggermente patinati, forse costretti quasi a non vedere. Di certo non potrò più far l’amore da un bel po’, ma non disdegnerò comunque la carezze un po’ annoiate di chi mi siede accanto. Sarò lieve nella mia lentezza e avrò perso ogni barlume di coraggio e soprattutto il desiderio inconsapevole di trasformare il mondo. Forse avrò rinunciato anche a viaggiare, così come alla speranza di incrociare il tuo viso luminoso fra la folla. Non saprò più dove cercare e sarà troppo tardi per avere la pretesa di riuscirti a riconoscere. Passeremo fra la folla senza sapere di essere vicini. Forse ci servirà persino un secondo per riflettere, prima di ricordare il nostro nome. I nostri nipoti saranno incuriositi da quei giorni antichi, dalla luce chiara della nostra gioventù. Faremo finta di non essere toccati dal ricordo passeggero, che invece ci pungerà le palpebre. Appena appena… Sorrideremo in un secondo, prima di servire la merenda. Non saranno più le stesse mani che si stringevano su un lago e in riva al mare. Non sarà che fumo a dividermi da te. Invecchierai costantemente, come chiunque altro. Ma rimarrai fedele al tuo bagliore. Sarai felice, pur smarrendoti ogni tanto in un eco senza nome.

Estate

Lettera da un aprile passato

Dici: ci risiamo, è un nuovo cambio di stagione. Ma devo mettere a riparo il cuore da questo vento incerto, che a volte spazza via le foglie, altre volte si placa e porta via le nuvole, per dar loro il tempo di ricrescere. Il freddo, poi il caldo, i capricci del clima ballerino. Cresce la sete, insieme al malessere dell’allergia e alla montagna di fazzoletti già soffiati. Devo mettere al riparo il cuore dalle illusioni del mese più crudele, e dagli eterni preludi di maggio. Addomesticarlo all’idea che va bene innamorarsi ancora, purché non sia dell’estate. A volte capita di confondere la bella stagione con l’amore. A volte capita di attribuire a un bel corpo l’anima che più ci fa piacere. Persino due occhi, al momento giusto, sanno cambiare colore. Dici: ci risiamo, è di nuovo un’estate alle porte. E non vorremmo forse ascoltare insieme il rumore del mare? E magari far accadere il futuro, e magari fornirgli anche tutto il senso che adesso ci manca, semplicemente battendo le mani. Clap, clap. Tieni il tempo della stagione che passa. Tieni il tempo dell’inverno che muore. Anche quest’anno, come ogni anno, l’abbiamo sconfitto. Anche quest’anno, come ogni anno, l’abbiamo abbattuto. Anche quest’anno, come ogni anno, sembra sempre più lungo. C’è una Vienna primaverile che si sgranchisce dal torpore del letargo senza sentire i miei passi sul dorso. E c’è un’Italia che mi chiede attenzione.
Nel frattempo bisogna tornare a pensare al rumore del mare. Alla frutta di stagione. Alle stelle che faranno da tetto alle notti insonni. A qualche amore da consumare, nella speranza che viva più a lungo di questa farfalla bianca che chiamano Estate.

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Tienimi un posto per dove stai andando

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Tienimi un posto per dove stai andando. Sai che un giorno ti raggiungerò.
Come hai fatto tante volte per cena, sapendo che sarei arrivato tardi: mi tenevi in caldo le lasagne o i cappelletti in brodo, mi tenevi piegata la tovaglia e lucido il piatto, capovolto il bicchiere. Tenevi la sedia sotto al tavolo e il fuoco accesso nel camino.
Anche io me ne sto andando, in un luogo molto più concreto e freddo. Continuo a seguire un cammino periglioso, a cercare di sfuggire alle trappole della vita, inseguendo la mia storia, la mia identità. Ogni tanto apro le finestre nelle stanze vuote delle mie parole, faccio entrare il vento che muove le tende bianche e lunghissime e riesco a ritrovare un barlume di poesia, solo dopo avere masticato a lungo. Ma io nel posto in cui vado non posso portarti con me, né posso aspettarti. I tuoi occhi già grigi faticano a distinguere il mio volto e a volte nemmeno la forza della voce riesce a esserti d’aiuto. Le tue gambe ti giocano brutti scherzi, a volte vanno a dormire senza avvisarti. Hai cominciato a perdere i ricordi più recenti per tornare a cullarti nell’immaginazione, nelle foto in bianco e nero della vita quando ti splendeva ancora sulla faccia. Notti di liscio ed allegria, risate e partite a beccaccino. Notti d’estate in riva al mare spese a far crescere le tue figlie, e le figlie delle tue figlie e i loro figli ancora. Notti spese ad insegnarci qualcosina sull’amore, o sui segreti per non scuocere la pasta. Notti di Natale, a tenere un posto caldo per i tuoi nipoti vagabondi; “Sei tornato dall’Austria?”, “Quanto starai via?”, “Non riesco a immaginarti lontano, per tutto quel tempo”, “E adesso riparti?”, “E quando torni?”, “E mangi?”, “E poi?”. E poi?
Vorrei poter trascorrere tutti i miei Natali davanti al tuo camino, a gustare le lasagne che ci hai tenuto in caldo. Eppure so che la vita prima o poi ti lascerà la mano. Ho tanta paura di non essere con te, nel momento in cui per l’ultima volta ti chiederai dove siamo, se stiamo bene, quando torniamo e se stiamo mangiando.
Torneremo. Torneremo tutti, alla fine del tempo. Tu però tienici un posto, come hai sempre fatto.

Paglia sul fuoco

È una sera che scricchiola, come paglia nel fuoco. Mia madre che seduta in salotto, con la testa abbassata, piange per me che piango per colpa del tempo. Quello che ho perso, quello che mi sta con il fiato sul collo. C’è silenzio, un boato di nulla quasi assoluto. Solo paglia nel fuoco. Scricchiolio costante e scoordinato. La vita sta zitta. Al cuore ho reciso da tempo le corde vocali.
Mi manchi solo quando non ne posso più. Tutto il resto del tempo sei solo paglia dentro un fuoco che brucia paziente, indisturbato, che raramente osservo ma che non riesco a spegnere. Vedo tutto il tempo. Lo sento addosso. Sono fradicio di tempo perso e esitazione. Come fuoco sulla paglia, mi consumo a poco a poco, quasi silenziosamente. Quasi senza farmi male.

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Non ci hanno mai insegnato ad arginare le maree

Lettera dal passato // 19 novembre 2015

E io che mi trovo ancora in riva al mare a cercare di capire come arrestare le maree. E io che sono rimasto da solo in città, ché mi fanno compagnia solo i rifiuti abbandonati negli angoli, le bottiglie di vetro per strada, le cartacce e le cicche. Devo essermi ubriacato una volta di troppo, essermi perso l’annuncio dell’evacuazione. Mi sono risvegliato in riva al mare, con la solita puzza di cuore avariato sul colletto. Forse ho seppellito anche una manciata di cadaveri, o si sono seppelliti da soli per lasciarmi finalmente in pace. I tuoi occhi sono ormai così lontani da essere diventati di carta, due piccoli pezzi di carta minacciati dalle onde.
Luglio si fa avanti. Luglio ci soffia contro. E continuo a pensare che non ci hanno mai insegnato ad arginare le maree.

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