Il cuore dell’uomo

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Mi metto vicino alla finestra per ascoltare una poesia. Recitata dai flauti d’inverno. Domani, domani, il giorno più breve dell’anno. Il giorno più buio dell’anno. Dialogo stanotte con l’unico fiore sopravvissuto, con il mio fiore sopravvissuto. Perché mai non ti ho guardato? Perché mai non ti ho creduto? A volte, persino, ti ho tradito, pur non avendoti avuto. A volte…
Mi lascio cadere una guancia su un palmo di mano. Sono stelle, o solo cristalli di neve sul vetro? Sono occhi o solo nuvole nere? Quante volte rimpiango di non saper suonare il pianoforte. Saprei dirti molto meglio tutto ciò che dovrei dire. Io sono con te, come non sai. Come nemmeno sai. Neppure immagini. Sono nelle pieghe delle mani sporche di farina di mia madre. Sono negli occhi giovani e verdi di chi chiamo padre. Sono anche nel tuo cuore, anche adesso, anche se non mi vuoi. Ho preso in affitto un cartone e faccio il clochard alla stazione degli amori taciuti. Sono attorcigliato alla barba bianca di mio nonno, anche adesso che il sguardo è nascosto dal mondo, come le macchie nere che lascia il sole alla vista, se osservato troppo a lungo. Sono l’odore e la risata di mia nonna. Sono lo scatto in negativo di chi mi ha messo al mondo. Sono una piccola ape vorace che di tanto in tanto ritorna a ronzare intorno al tuo fiore. Soprattutto nel buio di una veglia senza sbadiglio. Sento la neve che mi parla di te. Ci sono fiocchi sollevati dal vento che si scagliano sulle pareti, sulle cortecce degli alberi, sui vetri illuminati di chi si difende dal freddo, legge un libro, beve un tè coi piedi davanti al camino, poi posa gli occhiali, raggiunge qualcuno nel letto, punta la sveglia, dà un bacio e ritrova i suoi sogni, soffiati sul viso dall’abbraccio di un cuscino. Il cuore dell’uomo rimane fedele alla luce. E questo, questo è tutto ciò di cui valga la pena cantare.
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Avalon

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Credo che la poesia debba essere una barca, lunga e affusolata, che resta in bilico sull’acqua appena appena, galleggiando quasi per miracolo nel blu. Credo che debba essere una barca in cui si debba stare tutti in piedi e in fila, a remare. Tutti gli io di ieri e di oggi, in cerca di quelli di domani. Nella nebbia che conduce ad Avalon, anche nelle notti di tempesta. Anzi, soprattutto nelle notti di tempesta. Invece che nascondersi sotto coperta, remare tutti fino a che non passa, fino a che non ci si spezza, fino a che non si spezza la penna. E se ci si spezza si costruisce un’altra barca, anche in pieno oceano, senza affogare. Ché la poesia non va mai via, è l’indistruttibile legame delle parole che abbiamo gettato ieri e raccolto fra un attimo. Piccoli steli, fili d’erba appena cresciuti, timidamente affacciati al sole accecante di un mattino d’inverno. Ho messo uno specchio di fianco alla macchina da scrivere e alla tazza di caffè, così che possa osservarmi con la coda dell’occhio ogni volta che scrivo. Così che io possa guardarmi negli occhi.
C’è un ragazzino che gioca con l’amore e con la fantasia, con le navicelle spaziali di cartone, le ante dell’armadio che si chiudono e diventano rifugio segreto in cui sussurrare a un pupazzo il mistero del mondo che ormai ho dimenticato, ma che a quel tempo sapevo. C’è l’uomo ferito, le sue occhiaie e i suoi turbamenti. I suoi dubbi giganteschi, alti e possenti come giganti di neve. C’è quel maledetto capello d’argento.

Ma c’è anche un cuore, un muscolo intatto. Ci sono le carezze di chi mi ha amato finora. La fossetta sulla destra che mi ha regalato mia nonna, stringendomi nelle guance appena nato. ‘Va fatto’, diceva, ‘porta bene. È il segno del bacio degli angeli’. E così soffia il vento sotto i soli che sorgono e tramontano sul conto degli anni. E si scrosta, si deve scrostare anche il dolore dall’anima. Si deve combattere, se non altro in onore del cielo, che è sempre lo stesso di quando ci hanno messi al mondo, lo stesso di quando ce ne andremo via. È sempre quello che dà vita alle piante, agli ortaggi, ai frutti del campo. Ai pomodori di mio nonno. Che non saranno di mio nonno un giorno, ma saranno del mondo. Eppure io sarò sempre suo. Sempre tuo, e di me stesso. Io sarò sempre vostro, di tutti i fantasmi che mi hanno abitato. Buoni o cattivi. Ne lascerò soltanto cadere nell’acqua profonda qualcuno, che proprio non mi lascia pensare. O forse no, forse lo libererò nell’aria, legandolo a tanti palloncini colorati. Buffo e ridicolo nella sua fuga verso il nulla. A chi volevi far paura? Io ora mi guardo allo specchio e vedo il mio volto. Non è stupendo, da uomini, poter decidere? Poter dire? Poter dire di essere? ‘Io sarò sempre tuo’, dico sottovoce al mio riflesso. Mio Capitano, butta avanti questa nave sottile che imbarca acqua senza sprofondare. Fra le nebbie di Avalon o della pianura padana. Che differenza fa? Non temere, Speranza dagli occhi di vetro. Credevo fosse acqua questo fluido sul ponte, questo liquido che ha ormai coperto il timone. Ma è solo la vita che scorre. Sono solo parole che fanno ritorno. È la poesia che ritrovo nel dirti soltanto che io ti appartengo, fino alla fine del mondo.

Sestri Levante

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Reykjavík’s Tjörnin, Islanda

9 maggio
La scorsa notte l’ho trascorsa in hotel, per lavoro. Il sole di inizio maggio che inizia a rubarci le notte, restandosene seduto sull’orizzonte a gambe incrociate, con le sue guance rosse e rotonde gonfiate nello sbuffo di chi a tutti i costi non se ne vuole andare. All’improvviso, verso le otto, do un’ultima occhiata alle email e noto una nuova linea in grassetto, in cima a quelle già lette. Viene da casa, dall’Italia. È una vecchia signora di Sestri Levante. Ho subito pensato a Vecchioni, a quella bellissima canzone, e alla lontananza. A un’amica lontana che nella stessa situazione sarebbe stata colta dagli stessi stessi pensieri. Penso alla primavera assente del Nord, ritardataria e insieme troppo frettolosa. Penso ai campi e ai treni. Lo sapevi che in Islanda non ci sono treni? Non esistono le ferrovie. Che Paese è un Paese senza treni? Dov’è che le persone di siedono per scrivere e sognare? Come fuggono via, immaginando un’avventura, o magari una vita tutta nuova, anche se nel tempo compresso e nervoso dei pendolari? Sestri Levante e un serie di accordi che vola, da questa stanza alla sua. Prende un treno invisibile fino a quella stretta strada di campagna senza lampioni. Solo lucciole, semmai. Magari qualcuna l’hai già vista e ti dà già la buonanotte. Buonanotte. A presto. Buon compleanno.

Acquacheta

Hai sorriso oggi?

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Non ho smesso di pensarti,
vorrei tanto dirtelo.
Vorrei scriverti che mi piacerebbe tornare,
che mi manchi
e che ti penso.
Ma non ti cerco.
Non ti scrivo neppure ciao.
Non so come stai.
E mi manca saperlo.
Hai progetti?
Hai sorriso oggi?
Cos’hai sognato?
Esci?
Dove vai?
Hai dei sogni?
Hai mangiato?
Mi piacerebbe riuscire a cercarti.
Ma non ne ho la forza.
E neanche tu ne hai.
Ed allora restiamo ad aspettarci invano.
E pensiamoci.
E ricordami.
E ricordati che ti penso,
che non lo sai ma ti vivo ogni giorno,
che scrivo di te.
E ricordati che cercare e pensare son due cose diverse.
Ed io ti penso
ma non ti cerco.

Charles Bukowski

Si tu reviens

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Dietro di noi c’è un mare interminabile, davanti a noi lo stesso mare infinito, senza confine. Il vento del crepuscolo anticipato, il tuo cappello di lana soffice come un bacio sulle labbra. “Se un giorno decidessi di tornare…”. Se un giorno. Se mai. Semmai tornassi, mi troverai seduto su questa poltrona. Avrò recuperato il mio francese per poterti amare più sinceramente, ma non avrò smesso di chiamarti “bella”. Come sei bella. Come sei bella con una mano sollevata vicino alla bocca, al crepuscolo di una giornata di sole. Le nuvole sono rimaste bloccate, dietro quelle montagne. Forse domani riusciranno a fare il grande salto e ci travolgeranno di lacrime. Sono seduto e ti osservo, mentre sposti una ciocca di capelli dalle labbra e sorridi solo con lo sguardo, davanti alla porta. Bella. Per un attimo è di nuovo ieri sera. Dormi. Mi prendi di nuovo la mano. Bella. Sono una nave che affonda davanti al tramonto. Sono una nave che affonda. L’altra notte ho conquistato la collina davanti a casa, come un guerriero antico. Sono salito fino in cima e ho urlato. C’era solo l’oscurità ad accogliere le mie parole. Nemmeno una luce in lontananza, neppure un indizio di dove il cielo si arrendesse alle montagne. La tela nera di un pittore non vedente. Eppure la mia mente aveva tutti i colori del mondo. Il rosso del sole d’inverno che si distende sulle tue ciocche, la delicatezza del tuo sguardo. Verde, verde e grigio come la brughiera in autunno. Come l’erba su questo campo, mentre mi siedo e ti osservo. Sei l’Islanda, sei un prato in autunno, subito dopo la pioggia. Se un giorno decidessi di tornare. Se un giorno decidessi di tornare, sulla mia tela tornerà il colore.