Tot a ca’

Una rondine dopo l’altra, e dopo le rondini solo l’odore dell’erba illuminata dalla sera. L’argine del fiume che imponeva la sua ombra sulle nostre testoline ben rasate, ma sudate a dovere, piene solo del rumore di calci sul pallone e sfide a nascondino. Solo le rondini basse, che ci sfioravano i ciuffi di capelli misti a ciuffi d’erba, misti a tracce di terriccio figlie di giocose colluttazioni. Chiedevo a mia zia perché le rondini volassero così basse, lei, nel suo grembiule celeste attraversato da strisce verticali e bianche – o almeno dovevano essere state molto bianche, una volta, prima di ricoprirsi di tracce di pomodoro e condimenti vari – lei mi rispondeva: “Sta per piovere!”. “E che ne sai?”, le rispondevo – il rumore della gomma consumata del fondo delle mie scarpe che le correva incontro e strideva in frenata sull’asfalto bollente. Che ne sai? “Le rondini volano sempre così basse quando sentono il temporale. Venite in casa!”, diceva, “Tot a ca’!”. Ma noi restavamo in piedi, mentre lei rientrava a mescolare il sugo col suo lungo cucchiaio di legno antico, in quel cunicolo di cucina. Noi restavamo in piedi, fermi immobili a fissare il cielo. Le rondini stridevano quasi più delle mie scarpe da ginnastica. Traiettorie agitate e confuse. E in cima all’argine del fiume, che già ogni sera si stendeva cupo su di noi per ricordarci che un’altra giornata doveva finire, là in cima iniziavano a vedersi nuvole nerissime. Avanzavano veloci e dalla nostra altezza di bambini molto piccoli, sembravano ingoiare l’argine, e prima ancora i binari del treno, con vorace impazienza. Come una coperta spessa e scura che si mangiava tutto: il sole, le stelle, i fili d’erba, il canale e forse, presto, anche le rondini e noi due. Persino i grilli quella sera avevano deciso di non cantare, forse balzati più in là, sotto una foglia, al riparo dalla famelica tempesta. Zitti. Tutti a casa, ritirata! Qualcosa nel cuore, già allora, mi si lacerava. Dovevo interrogarmi sulla fine del mondo, mentre il vento si alzava tanto da spingermi via e da entrarmi nella maglietta di cotone leggera, con le sue mani invadenti e maleducate. Dovevo fermarmi lì, capite? Resistere, piantare i piedi, aspettare l’oscurità e chiederle: “Perché?”.

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Di specchi, di luci e di spiriti

Ma se anche riportassimo ogni cosa al suo posto, questo presente non ci potrebbe assomigliare. Se riavessi lo stesso fuoco dello stesso camino, lo stesso vaso di vetro in cui nonna gettava i rotocalchi, i giornaletti di cronaca rosa e i suoi Liala. Se anche riavessi lo stesso odore di lasagne nel forno, lo stesso terrazzo, l’intonaco scheggiato sul muro e, in sottofondo, i concerti di musica classica su Rai1, quando di canali ce n’erano ancora mano di dieci. Se avessimo quei mobili disposti nella stessa maniera, il tuo barboncino bianco che mi lecca il lobo di un orecchio, il sellino della stessa bicicletta, l’erba verde e le tartarughe sul retro, nel recinto di fronte al garage dipinto di fresco. Se tornasse tutto uguale, se anche tu non fossi morta, nonna, ma vivessi ancora. Questo presente non ci potrebbe assomigliare comunque. Tanto è cambiato il vento, tanto diverso è il mondo e tanto diversi saremmo noi, se ancora, entrambi vivi, ci rivolgessimo l’uno all’altro le stesse parole, ma con la voce e la faccia di adesso. Trent’anni, quasi, a camminare su questo mondo, e cos’ho guadagnato? Saggezza? Poca. Forse stanze, stanze lunghe e infinite, stanze verticali. Ricoperte di specchi, di luci e di spiriti.

 

Leggimi la sera

Leggimi la sera, quando si placa il rumore del mare e del vento, così cominciava la mia lettera. Rileggi le cose che ho scritto soltanto per te. Ho creduto che bastasse mettere in rima le parole per esser chiamato poeta. Ho dato la caccia a un suono, venerato la segreta familiarità di un’allitterazione. Non ho mai capito che servivi tu, primariamente. Senza di te non escono parole, nemmeno scordate.

da La stanza di Kathy, racconto inedito.

Novembre 2018, diario aperto

Mi riesce difficile, a volte, capire chi è che inghiotte chi. Se è questa città che inghiotte piano piano il mare, o se è il mare che ci divora lentamente. La ragione direbbe la seconda, ma il sentimento non lo so. Sarà che la foschia di questa “baia di fumo” si mangia tutto un po’ alla volta. Sarà, sarà, sarà… Che non sono mai stato un bravo giocatore. Io, che ho sempre preso l’amore, il sesso e le persone molto – forse troppo – seriamente. Sarà che mentre tutti stanno fermi o si stanno per fermare io mi chiedo sempre da che parte andare. Sarà che appare sempre il mittente sbagliato quando s’illumina il telefono. Sarà che… con che faccia mi appresto a raccontare per la quattrocentododicesima volta la mia storia, le mie due vite, le fondamenta profonde dei miei muri e delle mie idiosincrasie. Sarà che, ogni santa volta, ricominciare…
E pensare a quante volte invece avrei potuto prendere la scorciatoia, quante volte avrei potuto buttare tutto all’aria, fare pulizia e rivoluzione. Avrei potuto sì, e potrei. Ma non potrei mai diventare l’uomo che riempie un letto tanto per fare, per scaldare le lenzuola di cotone una notte e poi tirare il rigo sopra un nome. Sempre stato fuori tempo, sempre stato distratto, sempre stato troppo perso nell’osservazione di cervelli e caviglie. Sempre con quella cazzo di mano sporca d’inchiostro. Bestiale solo con chi ho saputo amare. Crudele solo con chi ha saputo dare. E con questo signore nello specchio a cui voglio raramente bene. Tutte le volte in cui ho fallito, e soprattutto quella più grande, ho fallito con lui.

Il saperti felice

Mi è giunto su filamento azzurrino
incastrato nel becco
di una bianca fenice
il tuo eco.

Mi coccolo dunque
in quel dolce chiarore!
Bonaccia limpida
di mattine
funeree
ma placide e
ricolme di pace.

Così, con vesti di pece
compaio
sotto i rami del tiglio
che fu nostro altare
Raccolgo
senza rancore
i ricordi felici
incastrati
fra chetate sterpaglie

E ingoio
la candida gioia
– e amara
di saperti felice
per l’ultima volta.

Gufi (Hold Me Fast)

È una mattina silenziosa, amore mio. Ti ho mai detto che l’autunno qui dura appena due settimane? Ti ho mai parlato del freddo che fa, che inizia a fare, tutto in una volta, verso i primi di settembre? Neanche il tempo di richiudere la finestra che già ti nevica in casa. Non esiste l’autunno. È il secondo anno che sto senza autunno e senza caldarroste e senza cachi. Lo sai quanto è importante per me la stagione più triste, perciò puoi solo immaginare la mia fatica. Ho preso in giro tutti, a partire da me stesso, per tanti anni, dicendo di amare la primavera sopra tutte le stagioni. Ma non è vero. Amo l’autunno così come amo l’Islanda: più di ogni altra cosa, ma solo temporaneamente. Non potrei vivere in un mondo sempre decadente, ma in quei pochi mesi che decretano la fine dell’estate, in quelle settimane variopinte, coreografie e malinconiche, io vivo più che mai. Vivo nella proiezione fisica della mia avvolgente oscurità, che però è fatta anche di calore, di famiglia, di bellezza, di mani che tengono altre mani, di poesie scritte ai piedi di una quercia che muore. Scrivo versi alla vita, quando più la sento sfuggirmi. Nell’autunno del vino e del caffè, io mi allineo al mondo che si allinea al mio lieve tormento, e tutto trova una sua forma più precisa. Così, anche un’estrema lucidità mi raggiunge, sempre temporaneamente. L’autunno ci solletica il cuore con le sue pretese di bilanci, conclusioni e partenze. Ci ammonisce l’anima, perennemente insoddisfatta dei propri traguardi. Ci invita a godere degli ultimi frutti, senza lamentarci troppo. Ci invita a soffrire in silenzio, come fanno le foglie, la lontananza, i fallimenti, le strade sbagliate, i pentimenti, i rimpianti e le cose perdute. Come fanno le foglie, amore mio. Lo sai, è sempre avanti che devi guardare, perché fra un giorno sarà già neve a entrarti nella stanza e allora ogni risoluzione dovrà essere rimandata a primavera. Bisogna afferrarsi in fretta, quando cadono le foglie. Trovare un tronco bucato dentro cui nascondersi, prima che la notte inizi a congelare. Diventare piccoli gufi, scrollarsi di dosso la brina, spalancare gli occhi e decidere da che parte andare. Da che parte, amore?