Il tempo delle pesche, lo posso anche comprare al supermercato. Posso mettere l’estate in un sacchetto riciclabile e portarlo alla bilancia, appendere l’apposito scontrino, condurre il carrello alla cassa e portarmi via, dentro lo zaino, l’estate. Ho trovato due pesche, qui a Reykjavík, nel banco della frutta. Due pesche perfette. Mature, ma non troppo. Morbide, ma non troppo. Grandi, ma non troppo. Perfettamente rotonde, lucide e polpose. Trattenevano il gusto della campagna e potrei persino giurare, nel momento in cui le ho morse per la prima volta, di aver sentito il rumore del motorino di Carlo, e più in fondo al cervello, fra il cervelletto e il collo, nel retrobottega della mente, dove sono stipate le lattine di verdura e i sottaceti che non scadono mai, lì, anche il rumore del vecchio trattore di Peo e il chiocciare delle galline di zia Giovina. Infine, come quei cavalloni che non ti aspetti e ti travolgono all’improvviso, proprio all’ultimo secondo, anche il suono del coltello da tasca di mio nonno che si immerge nella polpa di un pomodoro rosso acceso. Mi ricordo di quando Giovina riempiva le botti di acqua dalla pompa fino all’orlo, e noi ci buttavamo dentro. Eravamo talmente piccoli che ci stavamo in due. E quando Peo tornava, ci diceva, se avessimo fatto i bravi ci avrebbe fatto guidare il Ciao e sgommare tra i filari. La prima volta che ci provai me la ricordo: andai a schiantarmi contro il muretto che divideva la casa di mia zia dall’industria di sottolii. Già all’epoca la zona industriale di Lugo si stava espandendo e Pucci si era fagocitato buona parte della campagna circostante. Hanno provato anche a prenderle la casa, dopo la morte di Peo. Ci hanno provato persino le figliastre a toglierla da lì. Ma lei no, non si spostava nemmeno con le cannonate. Parlava con Peo, diceva. La sera, davanti al camino. O prima di addormentarsi. O nei mattini d’estate, quando ancora l’afa concede agli uomini qualche ora per respirare e la vita non assomiglia così tanto alla morte. In quei momenti, diceva, parlo con Peo. Io parlo sempre con Peo.
Conosceva il segreto delle cose, lo stesso che bisogna conoscere per riuscire a dare forza e vitalità alle piante, per crescerle e far dar loro frutti fra le fronde rigogliose. Conosceva il segreto custodito nell’ignoranza della gente semplice, la verità inspiegabile a parole per cui tutti, alla fine, veniamo e torniamo dalla stessa parte. La ragione segreta per cui il fico di fronte alla casa vecchia di mattoni bucati dei suoi suoi suoceri, quel fico, con tutti i suoi frutti, cresceva anche dentro di lei. E le sue braccia erano rami, e i suoi occhi frutti succosi da donare a chi le sarebbe sopravvissuto. Nicole, Nisiel, Nial, e tutte quelle altre N che circolano come piccole api assetate di polline nella famiglia di mia madre. Solo a me tocca portarmi appresso per due volte la lettera prima. Due M per far sapere a tutti che non sono mai stato davvero dentro quelle botti e in mezzo a quei filari. Non fosse per lo sguardo e per il sorriso, si direbbe quasi che non condividiamo nemmeno una goccia di sangue. Quello sguardo lo conosco, mi disse un giorno una donna sconosciuta, quello sguardo netto, deciso, ma allo stesso tempo fragile. L’ho già visto negli occhi di tuo nonno. Tu sei un Notarfranco. Forse sì. Forse un po’. Forse anch’io.
Ritorno alla mia pesca e al mio sacchetto di plastica. Vado davvero a pagare alla cassa, impaziente di salire in macchina per agguantare e mordere quel brandello di estate e di infanzia. Impaziente di tornare indietro, scorrazzare sui campi e sedermi sotto al fico, a sentire che in tutti i suoi rami ci sono ancora le tue braccia. Di stagione in stagione. Le tue braccia intorno a me a farmi ombra nell’estate. E Corrado che diventa un pino, Liliana che mi guarda da dentro un pistillo. E Peo che ride ancora. Sentilo, nel vento che sbatte forte contro l’intonaco e il balcone e che fa fischiare le finestre, mentre le rondini volano basse e si preparano al temporale. Sentilo, sentilo, come ride ancora.

Cosa resta di un inverno su una costa malinconica nel Nord? C’è la carcassa svuotata di un gabbiano sulla spiaggia, talmente vuota da sembrare un acchiappasogni, adesso. Ci sono solo piume e reticoli, reticoli di cartilagine e piumaggio bianco in disordine. Che cosa resta del cielo preso a pugni dalla notte? Un sole che riemerge dall’ennesima sconfitta. Il sole sa quanto sia importante, la sconfitta. Non vivrebbe senza, non sarebbe, senza. Senza l’assenza del sole per metà del mondo non esisterebbe luce a illuminare i prati, a dare robustezza agli steli e coraggio ai fiori per schiudersi. Il sole ci prende in giro, vedendoci cadere, vedendoci soffrire e leccarci le ferite. Prende in giro quel gabbiano un po’ triste che si avvicina alla morte, inconsapevole del fatto di poter tornare. La vita come ciclo ed eterno ritorno: l’intuizione tiepida di questo marzo bislacco e brontolone. E se non dovessi rinascere, amico gabbiano, sappi che sarai pur sempre qui, su questa sabbia nera che risalta le tue bianchissime piume, reticoli e piume. Sei l’acchiappasogni di un bambino che ti osserva curioso, fra il lancio di un sasso e un altro. Sei l’amuleto che è finito su questa pagina di carta riciclata e inchiostro nero, che mi fa pensare al sole. Ti sei invischiato nei pensieri di un uomo che cammina. Non sarai mai nemmeno in grado di capire, perché, anche se parlassi, probabilmente garriresti solo in islandese. Come se importasse cosa ci diciamo noi, sotto questo sole. Sai, era da molto che non vedevo tanti giorni di sole, attaccati l’uno all’altro, quasi sfacciati dopo le tormente delle scorse settimane. Quasi a dire: o tutto, o niente. O tutto, o niente, sei d’accordo?
Quale sogno mi hai rubato, carcassa di gabbiano? Quello lì, nell’angolo, nascosto? Proprio quello lì, in cui grido: o tutto, o niente, o adesso, o basta? Quello in cui non ho pazienza, né contegno? Quello in cui piango? Quello in cui ritorno? Perché invece di rubarmi i sogni non mi rubi un incubo? Ne avrei tanti da gettarti sulla sabbia. Che posso pretendere, però, da te, gabbiano? Hai già avuto i tuoi personali grattacapi. Non hai nemmeno più una forma che somigli a te. Chissà, forse una volpe si è fermata e ti ha svuotato. Forse sei un acchiappasogni un po’ speciale, e ti prendi solo quelli belli, quelli che ti diano un po’ di pace.
Ora, caro gabbiano, ti devo superare. Questa spiaggia nera, questa luce e questo mare, mi bisbigliano il mio nome. Mi ricordano chi sono e su quale sentiero conduco i miei passi. Mi ricordano quei due o tre sogni che inseguo e che – questi no! – non ti posso proprio dare.

Anche le onde hanno una voce. Sono milioni di milioni ma dicono all’unisono la stessa cosa, ci hai mai fatto caso?
Avrei voluto incontrarti su una spiaggia, gettare le scarpe da qualche parte e passeggiare a piedi nudi verso il mare. Nel posto freddo e buio da cui scrivo la prima missione è trovare un modo per difendersi. Piccoli stratagemmi per fregare la notte, il vento gelido e il grigiore di certe mattine. Un pensiero felice, un sorriso, un passeggiata al momento giusto, un oggetto da posare sul davanzale – magari un bel fiore, a sfidare la tormenta e il lenzuolo di seta nera che ci porta via il cielo. Bisogna sempre fregare la notte e avere un motivo per restare – e per andare. Hai mai notato che le onde dicono tutte le stessa cosa? Se ti siedi qui con me te lo faccio sentire. Facciamo finta di non essere al bar. Chiudi gli occhi e andiamo al mare. Lo senti? Tutto si riduce a un unico grande frastuono.
La prossima volta che vedrò questo posto i peschi saranno in fiore. Ci sarà più luce sulle nostre teste e i tronchi degli alberi sembreranno più robusti. Invisibilmente avranno operato per tutto l’inverno, per ricoprirsi di nuovi impercettibili strati. Moniti scuri e raggrinziti dell’inconsistenza del tempo senza uno spazio per viverlo. Forse già stavolta, avvolti in questa nebbia di carta, non dovrei ricordare il tuo nome. Così di rado ho sfiorato anche solo un millimetro di un tuo maglione, o visto le tue labbra sfoggiare un sorriso da vicino. Eppure nella solida e silenziosa alleanza del mio corpo col mio tempo e la mia mente, mi ritrovo ad inseguire quel raggio di sole che scorre come acqua fra le rocce, venendo dai rami rinsecchiti e spogli di quest’albero della stazione a punzecchiarmi la punta del naso e a rivelarmi gli occhi. Da tempo ho levato il cappotto nero da sopra le spalle: l’ho fatto cadere in un fiume nascosto, coperto di muschio, una mattina di novembre di quelle in cui il sole è già livido e mi guarda le spalle, impaziente di fuggire di nuovo dal nord, dove nemmeno gli insetti si avventurano in inverno, sdegnosi dell’arido pasto.
La luce non fa male sulla banchina di questa stazione. Mi viene in mente quel viaggio verso Milano, di un’estate di quando ero bambino. Un succo all’albicocca e una mano bella stretta, ancorata alla sua. Mi viene in mente il gelato alla pesca. Mi viene in mente che è già tutto dentro, sebbene i ricordi non contino nulla e siano perfettamente inutili. Esiste solo adesso, questa luce che non posso spegnere.
Un giorno sarò su un treno di sole che mi porta a Lisbona, o in Andalusia. Mi perderò in una foresta amazzonica, con un libro nello zaino scritto con le unghie su foglie di platano, o nel deserto di Nazca, inseguendo le autostrade del cielo. Un giorno, d’un tratto, aprirò gli occhi su tutte le vite possibili che non ho ancora vissuto, compresa quella in cui resti con me.

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Mi metto vicino alla finestra per ascoltare una poesia. Recitata dai flauti d’inverno. Domani, domani, il giorno più breve dell’anno. Il giorno più buio dell’anno. Dialogo stanotte con l’unico fiore sopravvissuto, con il mio fiore sopravvissuto. Perché mai non ti ho guardato? Perché mai non ti ho creduto? A volte, persino, ti ho tradito, pur non avendoti avuto. A volte…
Mi lascio cadere una guancia su un palmo di mano. Sono stelle, o solo cristalli di neve sul vetro? Sono occhi o solo nuvole nere? Quante volte rimpiango di non saper suonare il pianoforte. Saprei dirti molto meglio tutto ciò che dovrei dire. Io sono con te, come non sai. Come nemmeno sai. Neppure immagini. Sono nelle pieghe delle mani sporche di farina di mia madre. Sono negli occhi giovani e verdi di chi chiamo padre. Sono anche nel tuo cuore, anche adesso, anche se non mi vuoi. Ho preso in affitto un cartone e faccio il clochard alla stazione degli amori taciuti. Sono attorcigliato alla barba bianca di mio nonno, anche adesso che il sguardo è nascosto dal mondo, come le macchie nere che lascia il sole alla vista, se osservato troppo a lungo. Sono l’odore e la risata di mia nonna. Sono lo scatto in negativo di chi mi ha messo al mondo. Sono una piccola ape vorace che di tanto in tanto ritorna a ronzare intorno al tuo fiore. Soprattutto nel buio di una veglia senza sbadiglio. Sento la neve che mi parla di te. Ci sono fiocchi sollevati dal vento che si scagliano sulle pareti, sulle cortecce degli alberi, sui vetri illuminati di chi si difende dal freddo, legge un libro, beve un tè coi piedi davanti al camino, poi posa gli occhiali, raggiunge qualcuno nel letto, punta la sveglia, dà un bacio e ritrova i suoi sogni, soffiati sul viso dall’abbraccio di un cuscino. Il cuore dell’uomo rimane fedele alla luce. E questo, questo è tutto ciò di cui valga la pena cantare.

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Credo che la poesia debba essere una barca, lunga e affusolata, che resta in bilico sull’acqua appena appena, galleggiando quasi per miracolo nel blu. Credo che debba essere una barca in cui si debba stare tutti in piedi e in fila, a remare. Tutti gli io di ieri e di oggi, in cerca di quelli di domani. Nella nebbia che conduce ad Avalon, anche nelle notti di tempesta. Anzi, soprattutto nelle notti di tempesta. Invece che nascondersi sotto coperta, remare tutti fino a che non passa, fino a che non ci si spezza, fino a che non si spezza la penna. E se ci si spezza si costruisce un’altra barca, anche in pieno oceano, senza affogare. Ché la poesia non va mai via, è l’indistruttibile legame delle parole che abbiamo gettato ieri e raccolto fra un attimo. Piccoli steli, fili d’erba appena cresciuti, timidamente affacciati al sole accecante di un mattino d’inverno. Ho messo uno specchio di fianco alla macchina da scrivere e alla tazza di caffè, così che possa osservarmi con la coda dell’occhio ogni volta che scrivo. Così che io possa guardarmi negli occhi.
C’è un ragazzino che gioca con l’amore e con la fantasia, con le navicelle spaziali di cartone, le ante dell’armadio che si chiudono e diventano rifugio segreto in cui sussurrare a un pupazzo il mistero del mondo che ormai ho dimenticato, ma che a quel tempo sapevo. C’è l’uomo ferito, le sue occhiaie e i suoi turbamenti. I suoi dubbi giganteschi, alti e possenti come giganti di neve. C’è quel maledetto capello d’argento.

Ma c’è anche un cuore, un muscolo intatto. Ci sono le carezze di chi mi ha amato finora. La fossetta sulla destra che mi ha regalato mia nonna, stringendomi nelle guance appena nato. ‘Va fatto’, diceva, ‘porta bene. È il segno del bacio degli angeli’. E così soffia il vento sotto i soli che sorgono e tramontano sul conto degli anni. E si scrosta, si deve scrostare anche il dolore dall’anima. Si deve combattere, se non altro in onore del cielo, che è sempre lo stesso di quando ci hanno messi al mondo, lo stesso di quando ce ne andremo via. È sempre quello che dà vita alle piante, agli ortaggi, ai frutti del campo. Ai pomodori di mio nonno. Che non saranno di mio nonno un giorno, ma saranno del mondo. Eppure io sarò sempre suo. Sempre tuo, e di me stesso. Io sarò sempre vostro, di tutti i fantasmi che mi hanno abitato. Buoni o cattivi. Ne lascerò soltanto cadere nell’acqua profonda qualcuno, che proprio non mi lascia pensare. O forse no, forse lo libererò nell’aria, legandolo a tanti palloncini colorati. Buffo e ridicolo nella sua fuga verso il nulla. A chi volevi far paura? Io ora mi guardo allo specchio e vedo il mio volto. Non è stupendo, da uomini, poter decidere? Poter dire? Poter dire di essere? ‘Io sarò sempre tuo’, dico sottovoce al mio riflesso. Mio Capitano, butta avanti questa nave sottile che imbarca acqua senza sprofondare. Fra le nebbie di Avalon o della pianura padana. Che differenza fa? Non temere, Speranza dagli occhi di vetro. Credevo fosse acqua questo fluido sul ponte, questo liquido che ha ormai coperto il timone. Ma è solo la vita che scorre. Sono solo parole che fanno ritorno. È la poesia che ritrovo nel dirti soltanto che io ti appartengo, fino alla fine del mondo.