Sorella

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Scatto di Chiara

Un tempo pensavi di non perdermi mai, di potermi lasciare andare via.
Pensavi sarebbe stato il mio segreto, volare via lontano: una specie di salvezza.
Pensavi e mi parlavi, sorella maggiore con il cuore in gola, lì, subito prima della lingua, come fosse una ghiandola per le parole.
Pensavi e parlavi, senza esitare, di posti immaginati, di storie, di nuove commedie da inscenare.
Mi cucivi addosso le tue idee ed io, come pasta modellante, mi lasciavo trasformare con amore.
Sorella maggiore. Canto ininterrotto. Maschera che non copre mai, ma che libera e guarisce.
Quante lacrime ho versato con te, sul legno morbido di un palcoscenico, quel legno che può diventare mare, deserto, montagna, o moquette.
Quante volte, subito dopo, hai raccolto quelle stesse lacrime e mi hai chiesto di guardare: “Guarda attraverso il tuo dolore.
Nella trasparenza delle lacrime filtra la luce della vita”. E così, anno dopo anno, ho imparato a non nascondermi a me stesso e al mio riflesso.
Ho imparato l’arte e la vita. E l’arte della vita. Ho imparato il mio nome.
Mi dicevi: “Ti sogno un giorno in giro per il mondo, a vivere avventure, a imparare cento lingue”.
Eppure oggi mi chiedi di tornare.
Pensavamo che la distanza avesse un altro colore, forse, che il tempo ci spingesse via un po’ meno in fretta.
Eppure qualcosa mi tiene ancorato a quest’aria invernale, alle luci scostanti del Nord.
Sorella maggiore. Canto adolescente. Vita.
Osservo il tramonto da un campo e so che sei con me. Mi vedi?
È la stessa luce che ci illumina la pelle, che ci colora la faccia di arancione.
E allora fingi di essere sole, stasera. Scrivimi un copione in cui ogni raggio sia un sentiero per tornare da te.

Il bosco segreto

dsc_0166ssHo smesso di amarti in un giorno di pioggia, di quelli in cui l’acqua scende fitta e orizzontale da entrarti nel cuore.
Ho smesso il tuo odore. Ho smesso il tuo fiato. Ho chiuso i tuoi occhi per me. L’inverno mi trascina fuori di qui, il bianco ed il nero e questo grigio assente.
È presente il vuoto di te: sulle cortecce degli alberi che mi circondano i sogni, nei boschi dove ero solita ritrovarti.
Nei boschi, dove l’eco diventa un soffio di vento e una ciocca che mi solletica il volto.
D’un tratto mi gratto una guancia, nel nostro bosco segreto. Rumore di pelle di foglia. La pelle è la foglia che cade dal mio albero stanco.
L’autunno mi offre una coperta di lino per coprire i miei rami svuotati.
No, grazie – rispondo. Mi gratto di nuovo, un filo di vento, una foglia ed un tronco.
Trovare speranza in un fiocco di neve.
Gennaio si è vestito di bianco.
Amico infedele, si scambia per te.

Tenera è la notte, e l’arpa di Annette

Vienna, Settembre 2014.
Vienna, Settembre 2014.

Teneramente passava la notte, si lasciava camminare. I lunghi viali alberati e illuminati da lampioni più alti dei rami. Teneramente una vecchia signora suonava l’arpa alla stazione della metro. Teneramente le speranze si raccoglievano in un unico sospiro, mentre attraversava la strada verso quel piccolo spazio verde ai piedi della grande chiesa. Ora e non domani, bisognava dare inizio al viaggio. Ora e non domani, smettere di rimandare la realizzazione di un sogno. Ora e non domani, la follia necessaria a fare il primo passo. Ora e non domani, dire ti amo per l’ultima volta o la prima. Ora e non domani, comporre quel numero di telefono. Ora andava fatto. E non domani. Aprire quel libro. Finire quel libro. L’ultimo quaderno che aveva comprato aveva la copertina di cuoio e un cordone che gli girava intorno. La carta mantovana ruvida e profumata di se stessa e di inchiostro lo affascinava, al pari delle luci sulla cima della chiesa, il suono di una lingua straniera, un odore che non si aspettava, l’umidità autunnale dei fili d’erba, la melodia dell’arpa. Era sottile, delicata e colorata, come un quadro fatto di tante pennellate diverse, molti colori, alcune linee e altre macchie puntellate. Era di nuovo a Vienna. Teneramente si stringeva nella felpa, consapevole che non avrebbe fatto tutte le cose che si era preposto di fare, cavalcando l’impeto della nuova avventura, l’entusiasmo del sopraggiunto cambiamento. Lo zaino grigio e semivuoto lo fissava a un metro di distanza. Presto mi riempirai di libri e di fogli volanti, sembrava sussurrare. Presto ti riempirò di biglietti di autobus e treni, rispondeva il ragazzo con scarsa convinzione. Il tedesco lo avrebbe inghiottito? Per ora erano poche le parole che gli giungevano chiare alle orecchie, come ripulite della patina di opacità dell’ignoranza. Avrebbe dovuto impegnarsi e fare di meglio, buttarsi in mezzo alla gente, tuffarsi in mezzo alla vita. Ecco, all’improvviso tornò a suonare l’arpa. Prese di forza lo zaino grigio per zittirlo ed estrasse il portafoglio. Avrebbe di nuovo attraversato la strada per lasciare qualche spicciolo a quella signora talentuosa ed educata. Forse si chiamava Annette. Questo era il nome che le voleva dare, insieme ai pochi centesimi nascosti dietro uno scontrino scolorito nel vano per gli spiccioli. Ora e non domani, bisognava allungare la mano a tutto ciò che gli pareva sconosciuto. Ora e non domani, bisognava trovare una scusa per non tornare a casa. Voleva restare in giro, un po’ impaurito e un po’ addolcito dalla città che gli scorreva intorno, senza accorgersi di lui. Teneramente Vienna lo ignorava. Teneramente lui si innamorava di lei.

Le Ninfee di Monet

Parigi, 2010.
Parigi, 2010.

Tu lo sai, vero, cosa succede dopo?
Ci sediamo di fronte alle Ninfee di Monet e cominciamo a perdere l’orientamento inseguendo le varie pennellate. Ci chiediamo come sia possibile che dei tocchi a volte così grossolani possano aver dato vita a questo insieme, a questo meraviglioso concerto. Sono al centro della grande sala bianca e cerco di immaginare il mistero dell’acqua, o per meglio dire, del suo riflesso, reso attraverso l’uso sapiente della tempera. L’impressione ipnotica non della natura, ma della sua essenza. L’essenza di uno specchio d’acqua, dei fiori, delle foglie, di un pomeriggio qualunque passato in riva al lago ad ammirare il mondo che vive. Ma è solo un’impressione, un’imperfetta sinfonia di forme e colori: se così non fosse, non ne vedremmo la sostanza. L’anima del luogo si cela precisamente nell’approssimazione, nel tocco rapido, ma tanto sapiente da essere capace di diventare luce, di intrappolare la luce. Ecco cosa succede dopo.
Ci sediamo di fronte alle Ninfee e restiamo in silenzio. Sul dorso della mano hai ancora una macchia di tempera. Stamattina ti ho chiesto di dipingermi il cuore di un colore diverso da questo rosso spento. Ti ho chiesto di pennellarmi sul cuore l’impressione di un cielo sereno. Fa’ del mio cuore la tua tela. Coprilo di luce, come farebbe Monet. Svestilo della sua banalità per ritrarre la sua essenza. Lo porterò con orgoglio al centro della stanza bianca e lo farò parlare. Ecco cosa succede dopo.
Ci sediamo nel salone delle Ninfee e il mio cuore, finalmente, comincia a parlare.

Tre Haiku, Matsu Bashō

Italia - Senza filtro.
Italia – Senza filtro.

26. yama mo niwa mo ugoki-iruru ya natsu zashiki

E giardino e montagne –
la loro vitalità inonda
il salone di estate

33. shizukasa ya iwa ni shimiiru semi no koe.

Ah! tranquillità –
e fino al cuore delle rocce
il canto delle cicale

38. natsugusa ya tsuwamonodomo ga yume no ato. 

Ah! erba d’estate –
tutto ciò che resta dei sogni
di tanti guerrieri

Lerchengasse 12

Wien, nur du allein – September 2014

Una nuova notte spesa sui libri, mentre Lerchengasse 12 è così lontana. Non mi basta nemmeno guardare fuori dalla finestra, cercare le stesse stelle che cercavo una volta, sopra i tetti dei palazzi. Non mi basta prepararmi il pranzo con gli stessi ingredienti che utilizzavo allora e rincorrere sapori, odori, fragranze di quel pezzo di vita sospeso. Non mi basta aprire un libro in tedesco, osservare i miei appunti a matita, i disegni, o cercare di ricostruire la storie di tutte le macchie – lo ammetto, soprattutto di caffè. Inspirare profondamente e sperare che per una strana casualità il mio olfatto venga stuzzicato da un aroma che possa anche solo lontanamente ricondurmi a Vienna, nemmeno questo mi basta. È una nuova notte di studio, di libri e di caffè. Ma senza Vienna e senza l’Erasmus. Senza le stelle che cercavo sopra i tetti. Senza la mia piccola stanza a Lerchengasse, il mio letto cigolante dell’Ikea, la scrivania su cui ogni sera svuotavo le tasche e riponevo i sogni. È una notte lontana che non sa più di me. È un secondo senza parole, forse solo un verso muto che si ripete dentro la mia testa…
Wien, Wien, nur du allein… / Vienna, Vienna, soltanto tu…
Soltanto tu.