Gufi (Hold Me Fast)

È una mattina silenziosa, amore mio. Ti ho mai detto che l’autunno qui dura appena due settimane? Ti ho mai parlato del freddo che fa, che inizia a fare, tutto in una volta, verso i primi di settembre? Neanche il tempo di richiudere la finestra che già ti nevica in casa. Non esiste l’autunno. È il secondo anno che sto senza autunno e senza caldarroste e senza cachi. Lo sai quanto è importante per me la stagione più triste, perciò puoi solo immaginare la mia fatica. Ho preso in giro tutti, a partire da me stesso, per tanti anni, dicendo di amare la primavera sopra tutte le stagioni. Ma non è vero. Amo l’autunno così come amo l’Islanda: più di ogni altra cosa, ma solo temporaneamente. Non potrei vivere in un mondo sempre decadente, ma in quei pochi mesi che decretano la fine dell’estate, in quelle settimane variopinte, coreografie e malinconiche, io vivo più che mai. Vivo nella proiezione fisica della mia avvolgente oscurità, che però è fatta anche di calore, di famiglia, di bellezza, di mani che tengono altre mani, di poesie scritte ai piedi di una quercia che muore. Scrivo versi alla vita, quando più la sento sfuggirmi. Nell’autunno del vino e del caffè, io mi allineo al mondo che si allinea al mio lieve tormento, e tutto trova una sua forma più precisa. Così, anche un’estrema lucidità mi raggiunge, sempre temporaneamente. L’autunno ci solletica il cuore con le sue pretese di bilanci, conclusioni e partenze. Ci ammonisce l’anima, perennemente insoddisfatta dei propri traguardi. Ci invita a godere degli ultimi frutti, senza lamentarci troppo. Ci invita a soffrire in silenzio, come fanno le foglie, la lontananza, i fallimenti, le strade sbagliate, i pentimenti, i rimpianti e le cose perdute. Come fanno le foglie, amore mio. Lo sai, è sempre avanti che devi guardare, perché fra un giorno sarà già neve a entrarti nella stanza e allora ogni risoluzione dovrà essere rimandata a primavera. Bisogna afferrarsi in fretta, quando cadono le foglie. Trovare un tronco bucato dentro cui nascondersi, prima che la notte inizi a congelare. Diventare piccoli gufi, scrollarsi di dosso la brina, spalancare gli occhi e decidere da che parte andare. Da che parte, amore?

Il mio inchiostro e il mio sangue

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Gli scrittori hanno bisogno del dolore, di attingere a quel pozzo segreto entro cui sono annegati i giorni passati, le passate speranze e le trascorse identità, già mutate. Non puoi chiedere a uno scrittore di dimenticare completamente il dolore di una ferita, benché addomesticata, benché fattasi cicatrice. Sono semplici comandamenti che anche tu dovresti capire. Parlerò sempre di ciò che serve per non tacere, per non cadere nel banale, per ricordarmi dell’amore, se è quello che serve. O della frustrazione, dell’illusione, del distacco, della gioia cieca, di abbandono, di riscatto e paura. Avrò sempre un ricordo o un segno sul corpo su cui premere il dito, o meglio, la penna. La premerò sempre, in cerca di ispirazione, per noia, vanità, o bisogno di parlare. Soprattutto nei giorni grigi, in quelli lenti, schiavi del silenzio e delle idiosincrasie. Spingerò la punta fino a sotto la cicatrice, per farla sanguinare ancora, alla ricerca di un’emozione perduta. Anche solo per un attimo, un istante che basti a dare ossigeno al racconto o a una poesia. Non potrai impedirmi di scrivere, né di ricordare, né di romanzare.
Non dovrai mai aspettarti la verità dei fatti, piuttosto quella delle emozioni, delle atmosfere e del cuore. Quella delle sensazioni rimaste addosso, voltata l’ultima pagina. Non chiedermi di smettere né di essere sincero. Chiedimi solo la verità di fondo, nascosta nei fogli invisibili della mia esperienza. Chiedimi che le lacrime di un personaggio siano le stesse mie, ma non chiedermi le ragioni e non indagare nei perché. Rimarresti delusa dalla banalità della vita, e da quanto poco mi importa, in realtà, di quello che è stato davvero e di come spendi ora i tuoi giorni felici.
Il mio inchiostro e il mio sangue sono asserviti alla mia vanità, legati a catene che non si sanno spezzare. Se è la mia vita che cerchi, allora esci da qui. Come faccio io stesso, ogni volta che sono felice, ogni volta che sono impegnato a dare forma al presente e non ho niente da dire o niente da dare alla carta. Nessun capriccio da consolare.

Sulla copertina di un vinile a Lerchenfelder Straße, una nota e qualche goccia di pioggia

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Ogni giorno senza di te fu prima deserto e poi fiume che scorre. Il tempo senza di noi divenne paglia da bruciare nel fuoco la sera. Mi ricordo bene i tuoi capelli. Credo che gran parte del nostro amore fosse nascosto nei tuoi capelli. Era lì che custodivi tutti i miei segreti. Li trapiantavo con le carezze dentro al letto, o con la lingua passata dietro al collo. E così, adesso, mi spargi per il mondo a ogni cambio di stagione, mi tieni impigliato a una spazzola, o dentro al casco di un parrucchiere. Mi annodi intorno a un dito o mi recidi del tutto, a seconda del bisogno. Mi tingi di colori non miei, mi soffochi sotto la lana di un cappello. E ogni volta che rinasco mi dimentico dell’atroce trattamento, mi arriccio e bisticcio come un bambino capriccioso e impaziente di scoprire il mondo. E infine brucio, fra due piastre incandescenti. Sparisco in un rivolo di fumo. Così la volta dopo rinasco un po’ più piccolo, e più piccolo, e più piccolo… Presto sarò solo un atomo, in attesa di un soffio di vento. Di me ti resterà un prurito, un bisogno passeggero. Ciò che in fondo sono sempre stato.

Parigi, i giochi e le ore

Sarà banale pensare a Parigi e ai rumori della città uniti alla pioggia fine fuori dalla tua palazzina. Sarà banale ripensare a quel gatto accovacciato sul tetto, come nel più classico stereotipo parigino. Sarà insensato ricordare il canale e la passeggiata a piedi fino al tuo cafè preferito, la signora invadente che ti aveva riempito di domande e che avevi guardato con un certo timore. Sarà assurdo ricordare il brivido che mi dava salire sul metrò, dopo che per anni Parigi era stata soltanto l’eco televisivo dell’ennesima strage. E, a quel punto, subito dopo quel brivido, stringermi a te come se potessi proteggermi dal male. Proprio assurdo, non trovi? Sarà ridicolo mettermi a ricordare quell’interminabile passeggiata non appena venne fuori il sole, prima di andare a fare la spesa, prima di concederti di comprare il pane – perché io sono francese, e me ne intendo di pane! Evidentemente, sì. Come ti intendi di me. O almeno dell’immagine di me, di ciò che hai potuto vedere, che ti ho permesso di scrutare, sempre un po’ difeso, sempre un po’ protetto da me stesso. Sarà banale ricordare la musica, i tuoi fianchi, la mia bocca sulla tua pelle bianca. Sarà inutile farsi travolgere da un po’ di musica jazz alla radio, un sabato mattina, per iniziare a raccogliere pezzi di ricordi improvvisamente emersi e piantati sulla bocca dello stomaco insieme alla colazione. Sarà insensato ritornare a quella sera, abbracciati davanti a Notre-Dame al tramonto, le dita affusolate di una vecchia signora ingobbita che volavano sui tasti di un pianoforte a Shakespeare & Co., la Senna con il suo austero procedere e riflettersi di voci, colori e speranze. Strizza l’occhio agli amanti, la Senna, quasi senza farsi vedere. Gli innamorati che si riabbracciano a République prima di annusarsi ancora, scoprirsi dopo mesi di intollerabile distanza, presentarsi come ci si incontrasse per la prima volta. Poi odiare l’aeroporto come si odia la morte. E tornare lontani. Decidere che Reykjavík non basta più, che forse non è mai bastata. Essere troppo codardi per cambiare tutto e volare via, lontano. Tornare fra i bar, i tavolini all’aperto, il rumore stridente dei freni del metrò, gatti accovacciati sui tetti e prostitute asiatiche sulla via di casa; l’unica pizza napoletana a Parigi che valga questo nome. Moulin Rouge, e per un attimo quasi dimenticare tutto quello che significava prima di incontrare te. Sarà sbagliato ritornare nella tua chiesa preferita per sentire il fresco umido di una mattina felice? Le mani di due che si vorrebbero incollare, come la lettera al francobollo, i fascicoli alla copertina, i tasti alle corde, la vita alla vita, ai momenti semplici rievocati da uno stupido motivetto jazz. Forse sarà stupido pensarti stamattina, e nascondersi sotto al cappuccio per non mostrare ai passanti il silenzioso dolore di chi ha smesso di amare. Sarà inutile, allora, anche ricordare Parigi, i giochi e le ore. Sarà banale. E che lo sia pure.

La paura è la polvere

A volte ce ne andiamo senza accorgercene, da noi stessi e dalle vite degli altri. Un granello alla volta, riempiamo la clessidra delle nostre distanze e delle reciproche incomprensioni. Ci allontaniamo di un millimetro, mandiamo giù il rospo che rimane per lungo tempo indigesto, seppelliamo l’ascia di guerra con la consapevolezza di poterla dissotterrare in qualunque momento. Ci nutriamo di tregue momentanee e di calma apparente. Firmiamo armistizi con i nostri demoni e che con le colpe, con tutto quello che non ci perdoniamo mai. Firmiamo trattati di pace con persone che ci perderanno, solo per crogiolarci nella quiete del silenzio e di una lenta deriva. Ci ripromettiamo di parlare, ci diamo garanzie e facciamo croci sui nostri calendari immaginari. Ci assicuriamo che la prossima volta affronteremo tutto con più coraggio, mentre, nel frattempo, un granello alla volta, la clessidra si riempie e si accumula finché non cresce insormontabile la polvere della distanza. Strato bianco che avvolge le cose, che mangiucchia gli spigoli del nostro mobilio, che soffoca noi e le nostre grandi speranze, soffiando sugli occhi e sulle mani che si tenevano, subito prima di separarsi. Per un bisticcio, uno screzio, un istante di paura. Una macchia di paura che dilaga. Non ho mai avuto interesse nel dare colore alle emozioni, un esercizio che non mi è mai piaciuto, ma da quando ho iniziato a riflettere sulla portata della paura nella nostra vita, ho cominciato a pensare che debba essere nera e lucida. Una macchia nera e lucida, di lattice tossico disciolto da una fiamma verde invidia. La paura è polvere. E distanza. È odio e vanità. La paura è il terremoto che distrugge la casa e abbatte Adamo. La radice primitiva del male. È la mano che si lascia e il cuore che si prende in giro: “È solo per un momento, solo per avere un po’ di pace”. Ma poi ce ne andiamo senza accorgercene. Dalla vite degli altri e da noi stessi. Diventiamo una macchia grigia, ancorata a terra da una sostanza viscosa, nera e lucida. Inchiodata, testardamente. Inchiodata come Cristo in croce. Anzi, no, come il ladrone. Sì, come il ladrone. Un osceno furfante che si ruba la felicità, aspettando di essere salvato.