Penelope

Il tempo passa e noi non sappiamo più chi siamo. Ho persino comprato quel maglione che ti piaceva tanto, ma l’ho gettato in valigia, la mia mano mossa dalla frustrazione. Il tempo passa e alle tue nuove rughe io non ho partecipato, né tu hai favorito il solco delle mie. Le nostre vite non si appartengono nemmeno nel pensiero. Continuo a cacciarmi nei guai, mentre tu continui a mettere in vendita il tuo cuore, a sfibrarlo come in filamenti di una stoffa vecchia, impigliata nei rovi di giorni imprevisti. Di certo non ci avevamo pensato, all’inizio. Di certo non l’avrei mai immaginato. Di buttare via così tanti soldi per comprarti il mio maglione che ti piaceva tanto, e persino la giaccia elegante da abbinare, per sembrarti più bello. Per sembrarti più sicuro di me. Per sembrarti invincibile, anche se hai già visto tutte le ombre – anche troppe – che si annidano fra i fili di lana di questo stanco sudario. Fili spezzati e infeltriti per te che sei salpata lontana, proprio come ho fatto io. Con la differenza che non avresti dovuto cercarmi, né invitarmi al ritorno. Non avresti dovuto fingerti Penelope, per essere solo sirena nel mare. Esca e veleno per pesci affamati, così lontani da Itaca, così lontani da casa.

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Un Giardino pieno di mele

Lei di notte dipingeva il suo amore.
Lei di notte distruggeva il suo amore
in mille pezzi
mille minuscoli pezzi di vetro.
Prendeva poi le tempere e i pennelli e li posava sull’aria, sul filo dell’onda, perché scrivessero parole che non era in grado di dire. Parole che, un giorno, qualcuno doveva legge. Dipingeva la luce del sole, i riflessi di specchi e piastrelle, miscelava tutte le voci del suo silenzioso congresso di spiriti. Deliberava visioni, dava ordine a un albero di trasformarsi in tempio. Alla foglia imponeva il veleggio di una barca spedita verso il cielo, o verso i riflessi infiniti della Senna, verso l’Amazzonia. Fra i rovi si intagliavano portali e trascorrevano canti di solitaria disperazione immortale. I gemiti del suo desiderio negato, chiuso dietro la porta di una matrona di specchi, dove imparammo a rivederci nel riflesso sparpagliato di un ostinato non capirsi. L’unico linguaggio comprensibile era quello dell’amore. L’unico linguaggio di cui lei possa parlare, la vernice che lega insieme questo posto, la patina lucida seccatasi sull’argilla che ha costruito la natura a immagine e somiglianza di un cuore, senza distruggerla o spezzarla. Questo, io ricordo. Questo amo di lei, nell’attimo in cui rivedo le sue infinite fantasie. L’unico filo che mi annoda a questo posto: ti sento urlare, Niki, dentro a tutti i colori del mondo. Urli di vernice per non farti capire, perché sarebbe troppo fragile tradire il cuore, parlare di un’attesa che solo tu capisci, di una lontananza che solo noi capiamo. E l’impossibile proposito di guardare altrove. Lontano, lontano, lontano nel tempo. Sugli orli rattrappiti delle vite possibili, tu hai visto due amanti in un Giardino. Un Giardino pieno di mele e senza dolore.

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Il saperti felice

Mi è giunto su filamento azzurrino
incastrato nel becco
di una bianca fenice
il tuo eco.

Mi coccolo dunque
in quel dolce chiarore!
Bonaccia limpida
di mattine
funeree
ma placide e
ricolme di pace.

Così, con vesti di pece
compaio
sotto i rami del tiglio
che fu nostro altare
Raccolgo
senza rancore
i ricordi felici
incastrati
fra chetate sterpaglie

E ingoio
la candida gioia
– e amara
di saperti felice
per l’ultima volta.

Sono tre mesi che non piove

Sono tre mesi che non piove
ho sabbia e sale nel letto
peccato e pentimento
ho l’anima falciata
da cui discende la mia razza intera
che ha cuore e pancia di ametista
senza regola di vita
senza luce di luna
oro negli occhi
e soprattutto senza difesa dal dolore.

Vieni a trovarmi ancora
mistero che si muove
avrò riposo per gli occhi
intimo testimone
del mito ridicolo dell’amore
avrò l’orgoglio del sangue
tutto fuori dalle vene
e una maschera nera
livida come un sorriso
di questo cinema leggero.

Amore mio
vieni a cercarmi ancora
vieni a parlarmi ancora
a imprigionarmi ancora
sono tre mesi che non piove.

Vieni con l’acqua generosa
che gonfia il mare più sacro
che fa peccato e redenzione
quanto tempo
quanto tempo ancora
quanta disperazione
e quanti cristi alla deriva
sui sentimenti d’altura
senza approdo e senza nome
ma la tua casa e il tuo nome
potessi essere io, amore mio.

Ivano Fossati, “Sono tre mesi che non piove”, La Disciplina della Terra, 2000

Liberi

La fine de Le Luci della Centrale Elettrica. Che forse è il segno che nonostante tutto certo dolore adolescenziale (o tardo-adolescenziale, o forse semplicemente generazionale) prima o poi guarisce. La fine de Le Luci.

E le nostre guerre. E il nostro linguaggio dei segni. E le nostre poesie sputate nelle fogne dopo una notte fuori a bere. Una raccolta di canzoni che sono perle che sono pietre. Le stelle che si sciolgono sulla Via Lattea per diventare lacrime di aurora su questa maledettissima città, così lontana dalla Via Emilia.

E certe notti che, senza vergogna, bisogna lasciarle piangere per farsele passare. Solo lasciarle piangere, prima di farsi liberare.

Ci vediamo a dicembre.

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Vita mia, portameli qua

Ci sono stati giorni, vita mia
Che tutto aveva un nome
E di quel nome qualche voce
Si prendeva libertà
E giorni così bianchi di parole accese
Da non poterti dire come
Tu trovameli adesso, vita mia, trovali
Portameli qua
E giorni così bianchi di finestre accese
E di parole nuove
Tu cercali, vita mia, cercali
Portameli qua
E ci sono stati giorni, vita mia
Che anche il giorno aveva un nome
E in quel nome qualche mano
Si prendeva libertà
E giorni così lunghi e accesi
Da non saperti dire come
Tu trovameli adesso, vita mia, trovali
Portameli qua
E giorni così lunghi e accesi
Di parole nuove
Tu cercali, vita mia, cercali adesso
Portameli qua
Diciottomila giorni, Gianmaria Testa