antique-blank-camera-269810

Gli scrittori hanno bisogno del dolore, di attingere a quel pozzo segreto entro cui sono annegati i giorni passati, le passate speranze e le trascorse identità, già mutate. Non puoi chiedere a uno scrittore di dimenticare completamente il dolore di una ferita, benché addomesticata, benché fattasi cicatrice. Sono semplici comandamenti che anche tu dovresti capire. Parlerò sempre di ciò che serve per non tacere, per non cadere nel banale, per ricordarmi dell’amore, se è quello che serve. O della frustrazione, dell’illusione, del distacco, della gioia cieca, di abbandono, di riscatto e paura. Avrò sempre un ricordo o un segno sul corpo su cui premere il dito, o meglio, la penna. La premerò sempre, in cerca di ispirazione, per noia, vanità, o bisogno di parlare. Soprattutto nei giorni grigi, in quelli lenti, schiavi del silenzio e delle idiosincrasie. Spingerò la punta fino a sotto la cicatrice, per farla sanguinare ancora, alla ricerca di un’emozione perduta. Anche solo per un attimo, un istante che basti a dare ossigeno al racconto o a una poesia. Non potrai impedirmi di scrivere, né di ricordare, né di romanzare.
Non dovrai mai aspettarti la verità dei fatti, piuttosto quella delle emozioni, delle atmosfere e del cuore. Quella delle sensazioni rimaste addosso, voltata l’ultima pagina. Non chiedermi di smettere né di essere sincero. Chiedimi solo la verità di fondo, nascosta nei fogli invisibili della mia esperienza. Chiedimi che le lacrime di un personaggio siano le stesse mie, ma non chiedermi le ragioni e non indagare nei perché. Rimarresti delusa dalla banalità della vita, e da quanto poco mi importa, in realtà, di quello che è stato davvero e di come spendi ora i tuoi giorni felici.
Il mio inchiostro e il mio sangue sono asserviti alla mia vanità, legati a catene che non si sanno spezzare. Se è la mia vita che cerchi, allora esci da qui. Come faccio io stesso, ogni volta che sono felice, ogni volta che sono impegnato a dare forma al presente e non ho niente da dire o niente da dare alla carta. Nessun capriccio da consolare.

architecture-art-basket-706140

Ogni giorno senza di te fu prima deserto e poi fiume che scorre. Il tempo senza di noi divenne paglia da bruciare nel fuoco la sera. Mi ricordo bene i tuoi capelli. Credo che gran parte del nostro amore fosse nascosto nei tuoi capelli. Era lì che custodivi tutti i miei segreti. Li trapiantavo con le carezze dentro al letto, o con la lingua passata dietro al collo. E così, adesso, mi spargi per il mondo a ogni cambio di stagione, mi tieni impigliato a una spazzola, o dentro al casco di un parrucchiere. Mi annodi intorno a un dito o mi recidi del tutto, a seconda del bisogno. Mi tingi di colori non miei, mi soffochi sotto la lana di un cappello. E ogni volta che rinasco mi dimentico dell’atroce trattamento, mi arriccio e bisticcio come un bambino capriccioso e impaziente di scoprire il mondo. E infine brucio, fra due piastre incandescenti. Sparisco in un rivolo di fumo. Così la volta dopo rinasco un po’ più piccolo, e più piccolo, e più piccolo… Presto sarò solo un atomo, in attesa di un soffio di vento. Di me ti resterà un prurito, un bisogno passeggero. Ciò che in fondo sono sempre stato.

Sarà banale pensare a Parigi e ai rumori della città uniti alla pioggia fine fuori dalla tua palazzina. Sarà banale ripensare a quel gatto accovacciato sul tetto, come nel più classico stereotipo parigino. Sarà insensato ricordare il canale e la passeggiata a piedi fino al tuo cafè preferito, la signora invadente che ti aveva riempito di domande e che avevi guardato con un certo timore. Sarà assurdo ricordare il brivido che mi dava salire sul metrò, dopo che per anni Parigi era stata soltanto l’eco televisivo dell’ennesima strage. E, a quel punto, subito dopo quel brivido, stringermi a te come se potessi proteggermi dal male. Proprio assurdo, non trovi? Sarà ridicolo mettermi a ricordare quell’interminabile passeggiata non appena venne fuori il sole, prima di andare a fare la spesa, prima di concederti di comprare il pane – perché io sono francese, e me ne intendo di pane! Evidentemente, sì. Come ti intendi di me. O almeno dell’immagine di me, di ciò che hai potuto vedere, che ti ho permesso di scrutare, sempre un po’ difeso, sempre un po’ protetto da me stesso. Sarà banale ricordare la musica, i tuoi fianchi, la mia bocca sulla tua pelle bianca. Sarà inutile farsi travolgere da un po’ di musica jazz alla radio, un sabato mattina, per iniziare a raccogliere pezzi di ricordi improvvisamente emersi e piantati sulla bocca dello stomaco insieme alla colazione. Sarà insensato ritornare a quella sera, abbracciati davanti a Notre-Dame al tramonto, le dita affusolate di una vecchia signora ingobbita che volavano sui tasti di un pianoforte a Shakespeare & Co., la Senna con il suo austero procedere e riflettersi di voci, colori e speranze. Strizza l’occhio agli amanti, la Senna, quasi senza farsi vedere. Gli innamorati che si riabbracciano a République prima di annusarsi ancora, scoprirsi dopo mesi di intollerabile distanza, presentarsi come ci si incontrasse per la prima volta. Poi odiare l’aeroporto come si odia la morte. E tornare lontani. Decidere che Reykjavík non basta più, che forse non è mai bastata. Essere troppo codardi per cambiare tutto e volare via, lontano. Tornare fra i bar, i tavolini all’aperto, il rumore stridente dei freni del metrò, gatti accovacciati sui tetti e prostitute asiatiche sulla via di casa; l’unica pizza napoletana a Parigi che valga questo nome. Moulin Rouge, e per un attimo quasi dimenticare tutto quello che significava prima di incontrare te. Sarà sbagliato ritornare nella tua chiesa preferita per sentire il fresco umido di una mattina felice? Le mani di due che si vorrebbero incollare, come la lettera al francobollo, i fascicoli alla copertina, i tasti alle corde, la vita alla vita, ai momenti semplici rievocati da uno stupido motivetto jazz. Forse sarà stupido pensarti stamattina, e nascondersi sotto al cappuccio per non mostrare ai passanti il silenzioso dolore di chi ha smesso di amare. Sarà inutile, allora, anche ricordare Parigi, i giochi e le ore. Sarà banale. E che lo sia pure.

A volte ce ne andiamo senza accorgercene, da noi stessi e dalle vite degli altri. Un granello alla volta, riempiamo la clessidra delle nostre distanze e delle reciproche incomprensioni. Ci allontaniamo di un millimetro, mandiamo giù il rospo che rimane per lungo tempo indigesto, seppelliamo l’ascia di guerra con la consapevolezza di poterla dissotterrare in qualunque momento. Ci nutriamo di tregue momentanee e di calma apparente. Firmiamo armistizi con i nostri demoni e che con le colpe, con tutto quello che non ci perdoniamo mai. Firmiamo trattati di pace con persone che ci perderanno, solo per crogiolarci nella quiete del silenzio e di una lenta deriva. Ci ripromettiamo di parlare, ci diamo garanzie e facciamo croci sui nostri calendari immaginari. Ci assicuriamo che la prossima volta affronteremo tutto con più coraggio, mentre, nel frattempo, un granello alla volta, la clessidra si riempie e si accumula finché non cresce insormontabile la polvere della distanza. Strato bianco che avvolge le cose, che mangiucchia gli spigoli del nostro mobilio, che soffoca noi e le nostre grandi speranze, soffiando sugli occhi e sulle mani che si tenevano, subito prima di separarsi. Per un bisticcio, uno screzio, un istante di paura. Una macchia di paura che dilaga. Non ho mai avuto interesse nel dare colore alle emozioni, un esercizio che non mi è mai piaciuto, ma da quando ho iniziato a riflettere sulla portata della paura nella nostra vita, ho cominciato a pensare che debba essere nera e lucida. Una macchia nera e lucida, di lattice tossico disciolto da una fiamma verde invidia. La paura è polvere. E distanza. È odio e vanità. La paura è il terremoto che distrugge la casa e abbatte Adamo. La radice primitiva del male. È la mano che si lascia e il cuore che si prende in giro: “È solo per un momento, solo per avere un po’ di pace”. Ma poi ce ne andiamo senza accorgercene. Dalla vite degli altri e da noi stessi. Diventiamo una macchia grigia, ancorata a terra da una sostanza viscosa, nera e lucida. Inchiodata, testardamente. Inchiodata come Cristo in croce. Anzi, no, come il ladrone. Sì, come il ladrone. Un osceno furfante che si ruba la felicità, aspettando di essere salvato.

Cosa resta di un inverno su una costa malinconica nel Nord? C’è la carcassa svuotata di un gabbiano sulla spiaggia, talmente vuota da sembrare un acchiappasogni, adesso. Ci sono solo piume e reticoli, reticoli di cartilagine e piumaggio bianco in disordine. Che cosa resta del cielo preso a pugni dalla notte? Un sole che riemerge dall’ennesima sconfitta. Il sole sa quanto sia importante, la sconfitta. Non vivrebbe senza, non sarebbe, senza. Senza l’assenza del sole per metà del mondo non esisterebbe luce a illuminare i prati, a dare robustezza agli steli e coraggio ai fiori per schiudersi. Il sole ci prende in giro, vedendoci cadere, vedendoci soffrire e leccarci le ferite. Prende in giro quel gabbiano un po’ triste che si avvicina alla morte, inconsapevole del fatto di poter tornare. La vita come ciclo ed eterno ritorno: l’intuizione tiepida di questo marzo bislacco e brontolone. E se non dovessi rinascere, amico gabbiano, sappi che sarai pur sempre qui, su questa sabbia nera che risalta le tue bianchissime piume, reticoli e piume. Sei l’acchiappasogni di un bambino che ti osserva curioso, fra il lancio di un sasso e un altro. Sei l’amuleto che è finito su questa pagina di carta riciclata e inchiostro nero, che mi fa pensare al sole. Ti sei invischiato nei pensieri di un uomo che cammina. Non sarai mai nemmeno in grado di capire, perché, anche se parlassi, probabilmente garriresti solo in islandese. Come se importasse cosa ci diciamo noi, sotto questo sole. Sai, era da molto che non vedevo tanti giorni di sole, attaccati l’uno all’altro, quasi sfacciati dopo le tormente delle scorse settimane. Quasi a dire: o tutto, o niente. O tutto, o niente, sei d’accordo?
Quale sogno mi hai rubato, carcassa di gabbiano? Quello lì, nell’angolo, nascosto? Proprio quello lì, in cui grido: o tutto, o niente, o adesso, o basta? Quello in cui non ho pazienza, né contegno? Quello in cui piango? Quello in cui ritorno? Perché invece di rubarmi i sogni non mi rubi un incubo? Ne avrei tanti da gettarti sulla sabbia. Che posso pretendere, però, da te, gabbiano? Hai già avuto i tuoi personali grattacapi. Non hai nemmeno più una forma che somigli a te. Chissà, forse una volpe si è fermata e ti ha svuotato. Forse sei un acchiappasogni un po’ speciale, e ti prendi solo quelli belli, quelli che ti diano un po’ di pace.
Ora, caro gabbiano, ti devo superare. Questa spiaggia nera, questa luce e questo mare, mi bisbigliano il mio nome. Mi ricordano chi sono e su quale sentiero conduco i miei passi. Mi ricordano quei due o tre sogni che inseguo e che – questi no! – non ti posso proprio dare.

Ci deve pur essere un posto dove vanno a finire tutti i dettagli che ho già dimenticato, tutti gli odori e i rumori e le sensazioni di ogni cosa che ho toccato. Ci dev’essere pozzo in cui tutto è caduto per rimanere a galla e sopravvivere, anche solo per la durata delle nostre vite. Qualcosa che non sia come la plastica ma che sia almeno più robusto dell’ultima sigaretta che ti sei fumata. Un angolo in cui si ammassi la polvere dei nostri giorni, di tutti i volti che abbiamo incrociati per caso e di cui ci siamo scordati, di tutte le parole che ci siamo detti, di tutti i baci che ci siamo dati. Se solo anche tu fossi stata di plastica. Ecco, soprattutto le parole, e certi raggi di luce che illuminavano le ore serali, pungenti e curiosi di raggiungerci dalle fessure delle tapparelle e dai fori microscopici del cotone di una tenda. Non pretendo un album di fotografie, niente di consultabile o rintracciabile. Pretendo però un museo per gli istanti scartati, i dettagli cestinati e tutte le piccole gemme di bene e di male che inevitabilmente non riescono a entrare tutte insieme nella scatola nera del nostro cervello. Ci dev’essere un pozzo, una tana nel terreno, sotto la radice di qualche pianta secolare, un campo dove si depositano gli attimi che la coscienza ha deciso di buttare via, per edulcorare e idealizzare, astrarre un ricordo, impacchettarlo, renderlo accettabile o unico, più speciale di quanto non fosse, più indispensabile ora di quanto non sia mai stato. Compresso, zippato, come una cartella digitale, per occupare meno spazio e fare strada a visioni nuove, voci e sensazioni che a loro volta verranno selezionate, impacchettate e distribuite, o cestinate, fino al giorno in cui non saremo più nient’altro che un’ombra dubbiosa, una borsa troppo pesante per non rompersi e perdere il proprio contenuto, una canna nel vento che a mala pena si chiama. Io dico: dev’esserci un posto in cui vada a finire anche il secondo più stupido, anche quell’attimo in cui ti ho spostato un capello, o quella volta in cui ti ho toccato la punta del naso, o ti ho detto “a domani”, oppure “non so”. Un letto dove possa riposare la realtà del mio concreto amore, sfuggita alla ridicola perfezione del ricordo. Dev’esserci rimasta, da qualche parte, la vita. Deve. Per forza. In un luogo inaccessibile di cui non possiamo sapere. Dev’esserci tutto, dal cibo che abbiamo digerito alla volta in cui hai scorreggiato sotto al piumone e sei scoppiata a ridere. Altrimenti che diavoleria è mai questa? Che sadico carosello ci sta trascinando via dal nostro tempo? Che senso hanno l’amore e la vita? Che senso abbiamo noi?